«Per essere protagonisti nel teatro della vita è sufficiente essere un perfetto attore, qualunque sia il ruolo interpretato. La vita non ha ruoli secondari, solo attori secondari».
Nicolás Gómez Dávila

 Ogni individuo, fin dalla nascita, si ritrova catapultato in un contesto comunitario. In una serie di relazioni non trascurabili. All’interno di ciò, egli è chiamato a decidere il suo futuro, a capire che ruolo vuole assumere in società e come attuarlo. Non è una scelta facile: richiede la conoscenza di molte variabili per essere fatta con senno. Conoscere sé stessi, le proprie capacità e inclinazioni, capire l’ambiente in cui si vive, cosa esso ci offre e cosa rimane disponibile, capire se si è all’altezza di un compito e molto altro. Una cosa però, all’interno di tale riflessione, salta all’occhio facilmente: tendenzialmente gli stili di vita e professioni volute sono in genere limitate, riassumibili in poche categorie. Fare il calciatore, il politico di successo, l’imprenditore ecc. Scelte assolutamente difficili da intraprendere e spesso impossibili per la maggioranza della gente, che manca delle condizioni per compiere un tale percorso. Una situazione che porta così molti individui a ripiegare su una scelta secondaria, sentita come obbligata, dovuta data la situazione, “nonostante avessi voluto fare quell’altra cosa”. Alcuni la prendono bene, ma, partendo da un punto di vista del genere, è molto più facile vedere negativamente la propria vita, sentire la propria professione un peso, cadere persino in depressione, non sentendosi all’altezza dei modelli che la società ci pone come espressione del successo. Ma qual è realmente il ruolo in comunità a cui l’individuo deve tendere? Esso deve provocare sempre una certa delusione per la maggioranza, vista la non praticabilità di certe scelte, oppure ciò è evitabile?

Partiamo da una considerazione preliminare. Si pensi ad un corpo: è costituito da una mente, gli organi, le ossa, le membra, un cuore e tutto il resto. Presa ogni singola parte singolarmente, essa non ha una grande valenza. Ma inserita all’interno di quel tutto che è il corpo, essa assume valore. Né si può dire che una parte sia migliore di un’altra. Ognuna infatti ha un ruolo specifico e, se svolge quello, è fondamentale per tutto il resto e non può essere paragonata, confrontata al lavoro che un’altra parte fa. Fermo restando che alcuni elementi, se periscono, inficiano, ma non demoliscono in toto un corpo (ad esempio la perdita di un braccio), mentre altri, come il cuore, se finiscono di funzionare fanno crollare la struttura intera. La città, come un organismo, è essa stessa un insieme di elementi che collaborano tra loro per il buon funzionamento del tutto-società. Se vuole avere una vita dignitosa, ogni individuo non può che sottostare a quelle regole, scritte o non, che indicano come la struttura deve muoversi nelle sue parti per poter continuare a sussistere con efficacia.

All’interno di questo intero, ognuno dovrà puntare, per il bene comune, ad attuare quel ruolo in società per il quale lui si dimostra essere il migliore. Ciò in cui lui può dare il massimo. Solo così potrà compiere il proprio dovere, cioè compiere il bene, che riguarda tutti, e seguire la propria inclinazione, ciò per cui è portato. Consapevole di tale considerazione, esso non giungerà a desiderare un altro compito. Non nel senso che non gli possa piacere l’immaginazione di compiere un’altra carriera, ma che, conscio di quanto ciò sia per egli impossibile, non giunga a struggersi per qualcosa che punto non può avere. Dato per esempio un uomo interessato a fare il calciatore, nulla toglie che gli piaccia l’idea di essere attaccante in Serie A. Ma, sapendo che non ha le abilità sportive e il tempo per allenarsi, non starà a deprimersi ogni giorno per ciò che non è potuto essere. Anzi farà ciò per cui sa di essere portato, dedicandocisi convinto, sapendo che solo così svilupperà al massimo le proprie capacità. Ricordando che, come con un corpo, anche in società non vi è un ruolo di successo ed uno vile, bensì che ogni professione ha il suo valore all’interno del tutto in cui è collocata.

Solo chiudendosi in una visione ristretta e limitata, si potrà giungere a lamentarsi di ciò che non si ha avuto la capacità di fare. Ma, se si prende coscienza di cosa è nelle nostre capacità fare date le condizioni, allora si tenderà tranquillamente a scegliere il ruolo per cui si è portati in società. Contenti poiché si è fatta la scelta giusta: quella che tende al bene del tutto. Per quanto ogni individuo abbia un ruolo che assume un valore, anche in tal caso, come negli organismi, alcuni elementi sono più fondamentali per la sussistenza della struttura intera. Per prima non può che essere collocata la struttura di governo, ciò che dirige. Quell’elemento che, guardando ai valori espressi nelle proprie leggi, tiene l’unità nella molteplicità di elementi costituenti la comunità. Si tolga quell’elemento che lega e sviluppa un agire comune: la società non esisterà più, sarà un agire molteplice di puntazioni disperse e disordinate. Non ci si immagini il governo nel senso empirico di un parlamento con un insieme di deputati intenti a dibattere. La vera dirigenza, ciò che crea unità, altro non è che ogni uomo che, consapevole del tutto che è la società, sa come lui e i suoi compagni devono distribuirsi i lavori per poter vivere bene. Anche il singolo impiegato, se è conscio che sta compiendo un importante ruolo e vede la sua azione sempre nell’ottica dell’agire in comunità e non per sé solo, allora esso è un buon governante: sta infatti compiendo la sua parte per creare quell’unità che è il fondamento della società.

Si smetta dunque di sperare l’impossibile, di desiderare ciò che non ci è dato raggiungere. Sapendo che, come ben afferma il rinomato filosofo colombiano Gómez Dávila, non esiste in sé un ruolo secondario nel proprio paese. Esso lo diventa solo ad una condizione: che lo disprezziamo, lo sviliamo e dimentichiamo che anche esso ha la sua importanza. In caso contrario, esprimerà per intero il valore che ha all’interno del tutto in cui viviamo.