Sessantasei libri scritti in 1500 anni da 44 autori diversi. Un blocco unico pensato dalla massa come un complesso di valori al quale riferirsi e obbedire. La verità universale mostrata come religiosamente data da un Dio della cui esistenza non si ha prova, i cui principi, norme e regole devono essere assunti per buoni, per ipse dixit divino o per fede: «sicura aspettazione di cose sperate benché non vedute» (Ebrei 11: 1,2). Anche le feste natalizie – che si estendono per un mese e hanno il loro apice durante questa settimana – condividono con la Bibbia lo spirito sacro che domina l’agire quotidiano: azioni che si dicono essere buone, propositi per il futuro che vogliono essere come un miglioramento, luci, lanterne, fari, assordanti e pirotecnici esplosivi, canti di giovani voci e ridondanti preludi sinfonici dalle prevedibili melodie. Il tutto nel nome di uno spirito sacro, qualcosa che si accontenta di una superficiale spiegazione, ma è in grado di destare nel popolo occidentale – e non solo – ànemos (il soffio vitale della persona) filantropiche di bontà e condivisione. Inoltre, ad accompagnare ciò, ci saranno passi biblici letti con la stessa emozione con cui vengono comprati i prodotti del consumismo, meri oggetti di scambio utili solo per superare i tediosi pranzi e cene con i parenti. Tuttavia, non afferrando coscientemente la ragione per la quale sopravvive e insiste il vorticoso maneggiamento degli affari natalizi e biblici, come si può far tesoro della giustezza delle azioni, affinché da una scia di vento passeggero si ottenga un soffio perenne dell’anima che duri tutto l’anno?

Per chi scrive, lo studio della Bibbia passa anche attraverso un concetto di fede che è oltre la credulità, l’abitudine, il tradizionalismo e il conservatorismo a tutti i costi, imbastito sull’«afferrare il significato» (Matteo 13:23) delle Sacre Scritture. La fede non vuole essere senza dimostrazione, è sì «sicura aspettazione di cose sperate benché non vedute», ma anche ragionamento, come Paolo scrive: «per fede comprendiamo che i sistemi di cose furono posti in ordine dalla parola di Dio, per cui ciò che si vede è sorto da cose che non appaiono». Anche nella lettera ai Romani si legge di «provare a voi stessi» la parola di Dio, in riferimento alla fede. La fede è quindi un processo al cui interno c’è un rinnovamento continuo di conoscenze per mezzo delle stesse Scritture, le quali si impegnano a volgere il lettore verso uno spirito di comprensione e dimostrazione della medesima fede. Un circolo ermeneutico che è agli antipodi rispetto alla paludosa credulità che sterilizza le menti del presente postmoderno. Il Natale e le gozzoviglianti festività di questo periodo, sono celebrate quasi in tutto il mondo, cristiano e non, e dovrebbero essere un trampolino di lancio per impegnarsi a realizzare un bene comune di gioia e felicità. Tuttavia, in questa palude, pochi realizzano le origini e le motivazioni per le quali festeggiano.

Il meccanismo valoriale che dovrebbe portare a buoni propositi si riduce ad una corrività becera, il cui prodotto è lo specchio del processo stesso: solo fantasie di un mondo migliore. Non è questo il genere di fede a cui il mondo cristiano dovrebbe far riferimento

Un esempio fra tanti risulta indicativo di cosa consiste in realtà la fede a cui fa riferimento il Dio biblico: quello raccontato nei capitoli 18 e 19 della Genesi. Qui si legge della vicenda di Abraamol’amico di Dio – che viene visitato da due angeli messaggeri mandati da Dio per informarlo della distruzione di Sodoma e Gomorra, città reputate ingiuste dal Signore. In quelle città, infestate da torme di peccatori, abita però Lot, il fratello di Abraamo, con la sua famiglia. Il patriarca inizia dunque ad interrogare l’angelo mandato da Dio chiedendo più volte se, qualora trovasse dei giusti, avrebbe intenzione di distruggere le città ugualmente. Prega di essere ascoltato nonostante l’insistenza: «Supponiamo che là se ne trovino cinquanta di giusti, realmente spazzerai via il giusto con il malvagio?» e l’angelo risponde: «Se troverò a Sodoma cinquanta giusti in mezzo alla città certamente perdonerò tutto il luogo a motivo di loro». La conversazione tra l’Uomo e l’angelo continua ancora: Abraamo prova a cercare quaranta giusti, poi trenta, venti e dieci, ricevendo la medesima risposta. Si viene poi a leggere che soltanto Lot e la sua famiglia erano giusti e, una volta fatti uscire, le città furono ridotte in rovina.

Abramo intercede per Sodoma

Abraamo intercede per Sodoma

Senza addentrarsi sulla veridicità storica, questo racconto è un chiaro esempio di come la fede non sia prendere per buono ogni messaggio, ogni evento, ogni qualsivoglia ricorrenza e festività, ma, anche se le parole venissero direttamente da una fonte che i cristiani stessi considerano divina, può essere umilmente messa in discussione, approfondita e compresa.Il clima di valorizzazione dell’altro, emergente in questo periodo, appare giusto. Se assunto però da ogni persona con credulità o tradizionalismo – come “si è sempre fatto così” – e non come quella fede ragionata, utopica avanguardia di un risultato migliore, non può che portare a più infelici conclusioni. I presupposti, le conoscenze e il processo che ci porta a fare necessarie considerazioni devono godere di necessaria importanza, né superficiale né convenzionale, ma riflettuta con il confronto dello spirito in una logica di complessità e condivisione. Affinché l’ànemos di bontà non porti solo ad un buonismo di pochi giorni, ma duri tutto l’anno.