di Francesco Pietrobelli

All’interno della vita sociale, in quell’elemento ad essa connaturata che è il dialogo, il contenuto – il concetto in cui una persona crede, che sostiene – è fondamentale affinché qualsiasi discorso abbia un senso. Se il contenuto è contraddittorio necessariamente l’affermazione su di esso basata sarà, in qualsiasi forma si presenti, un semplice flatus vocis: parole all’aria, per dirla in maniera semplice.
Tuttavia da ciò non ne deriva che la scelta della forma sia qualcosa di arbitrario, non importante nella coerenza ed efficacia del discorso. Anzi, dopo aver affermato l’esigenza di un contenuto fondato, va anche ricordato che la stessa forma, se scelta sbadatamente, può portare a mettere in crisi la struttura alla base delle proprie affermazioni verso l’Altro, fino al rischio di rendere completamente vano il nostro intento di comunicazione.

Partiamo da un esempio semplice ma significativo. Se si va in un paese dove l’oggetto comunemente usato per sedersi è chiamato “sedia” e si indica ad un altro quell’oggetto con tale forma espressiva, non si creano problemi nella comunicazione. Si voleva esprimere un concetto (l’oggetto usato per sedersi) e si è usata la parola “sedia” per esprimerlo. Se invece si giunge in un villaggio dove il termine “sedia” è una bestemmia, usare quel termine per indicare l’oggetto per sedersi creerebbe gravi problemi: l’incomprensione dell’interlocutore, di conseguenza una sua reazione che non si voleva provocare.
Nei due casi il concetto espresso era lo stesso, eppure il risultato riscontrato ha deluso le aspettative di dialogo nel secondo caso. Questo per il semplice quanto intuitivo fatto che l’altro dialogante, colui col quale ci si pone in comunicazione, non comprendeva ciò che si voleva dire.

Le persone non sono capaci di mettersi in unione telepatica con i pensieri dell’altro, di scandagliare i contenuti presenti nella psiche di ognuno. Esse possono solamente ascoltare cosa un interlocutore dice e interpretare, cioè cercare di comprendere cosa realmente uno voleva dire. Esse non possono fare altro che usare le conoscenze fino allora acquisite per analizzare la forma del dialogo e dedurne il presunto contenuto.
Ogni persona presenta una determinata struttura logica in base alla quale estrapolare il contenuto da una affermazione altrui, cogliere quello che va oltre la mera presenza di un suono vocale. Questa struttura, questa mappatura atta all’interpretazione è inevitabilmente legata al soggetto. Non nel senso che il dialogo è qualcosa di impossibile e relativistico, ma che nel comprendere l’Altro necessariamente si parte dalla propria struttura, che non necessariamente coincide con quella del dialogante che si ha di fronte.

Ecco che il compito fondamentale del dialogo è un incessante tentare di approssimare, avvicinare le proprie strutture tra gli interlocutori, aggiungere quei tasselli che permettono di comprendere quale contenuto coincide con una determinata forma.
Il dialogo è una relazione, un porsi del soggetto di fronte ad un Altro che deve essere compreso.
Dimenticarsi di questa relazione è il pericoloso motivo che porta al credere che ogni forma vada bene, a pensare che se l’Altro non mi capisce è sicuramente perché non d’accordo col mio contenuto. Non a pensare che forse aveva capito tutt’altro da cosa volevo dire.
Ragionare sul come esprimere un concetto, un valore è fondamentale. Fondamentale in quanto è impossibile astrarre dalla vita sociale, non farne parte, e dunque astrarre dall’azione in comune: di conseguenza dal dialogo stesso, mezzo necessario affinché il cooperare possa attuarsi.
La vita non è un rimanere chiusi sotto campane di vetro, ma un aprirsi all’Altro che si presenta, che diventa relazione col proprio essere. Dimenticare di farsi capire è credere, erroneamente, che tale campana esista, penda sopra le nostre teste, ci avvolga tutt’attorno. E proprio perché contraddittorio, tale atteggiamento va evitato, ribadendo un’altra volta l’importanza di capire come farsi capire. E ribadendo che, come detto all’inizio, tutto ciò ha un senso solo se il contenuto che si esprime ha un valore. Altrimenti si finirebbe col parlare del nulla vestendolo con belle, quanto inutili parole.