Aristotele, oltre ad essere stato il genio filosofico per eccellenza, nell’ambito della logica, della metafisica e della gnoseologia, e, insieme a Platone, il nucleo di riferimento dell’intera storia del pensiero occidentale (ed anche medio-orientale) successivo, fu, indubbiamente, un abile teorico della politica e della società. Le sue riflessioni in ambito socio-politico (strettamente connesse, anche, alle sue considerazioni profonde di antropologia filosofica), rappresentano alcuni tra i maggiori spunti d’approfondimento per il discorso filosofico-dialettico in generale. La Politica (scritto fondamentale per il pensiero aristotelico), altro non è che un trattato di filosofia politica costituito di otto libri, strutturati secondo la solita perizia organica del filosofo, nella forma dei seguenti titoli concettuali di riferimento: “Organizzazione della famiglia ed economia domestica” (Libro I); “Analisi critica delle costituzioni in vigore e di quelle proposte dai filosofi precedenti” (Libro II); “Definizione di cittadino, classificazione delle costituzioni ed analisi del regno” (Libro III); “Analisi di oligarchia e democrazia” (Libro IV-V) ed, infine, “La costituzione migliore” (Libro VII-VIII). Alla base dell’idea socio-antropologica di Aristotele, v’é una forte propensione al ritenere l’uomo, sostanzialmente, un essere sociale (a differenza di quanto dirà, in seguito Hobbes, secondo il quale lo stato di leggi non sorgerebbe a partire da una disposizione sociale degli uomini, ma da un senso di timore reciproco tra gli uomini), ritenendo l’uomo quasi incapace di vivere al di fuori di un contesto socializzato di relazioni con altri uomini, poiché chi non vive in società o é talmente autosufficiente da poterlo fare (ed in questo caso si tratterebbe di un essere divino e non umano) o non potrebbe che essere una belva selvaggia (non dotata dei bisogni tipici della specie umana).

Quindi, la socialità, nell’uomo, è quasi un fatto naturale e spontaneo. Aristotele incomincia l’opera interrogandosi, specialmente (come fece anche il suo maestro Platone nella celebre Repubblica), su quale sia l’origine dello Stato e quale sia il suo nucleo fondante costitutivo, iniziando dalla riflessioni sui nuclei sociali primari (riflessioni che verranno riprese anche da Hegel, successivamente, in riferimento alla sua teoria della lotta sociale per il riconoscimento), ovvero la famiglia, la quale costituisce l’insieme delle relazioni primitive affettive tra gli uomini, la cui unione con altri ordini famigliari determina la nascita dei primi villaggi e l’unione dei primi villaggi la nascita delle prime forme di Stato. Lo Stato nascerebbe, secondo Aristotele, soprattutto, per soddisfare i bisogni degli individui, i quali, in quanto esseri sociali, hanno bisogno del supporto altrui. Aristotele, nel Libro I, fornisce anche alcune riflessioni in merito al rapporto tra parti sociali, come tra servo e padrone -Aristotele legittimava la schiavitù, ritenendo che esistessero soggetto predisposti al comando ed altri soggetti predisposti ad essere comandati- ed il rapporto tra uomo e donna o tra genitore è figlio. Nel seguito dell’opera, Aristotele sottopone a critica anche la grande teoria politica del maestro Platone, ritenendola inapplicabile e poco preferibile; infatti egli nega (a differenza di Platone) la possibilità di rendere la famiglia un corpo dissolto (Platone era per la soppressione del concetto di famiglia e la condivisione dei figli e delle donne tra la collettività), ed anche la proprietà privata (che nelle logiche comunitarie platoniche doveva essere soppressa, tranne che per la classe degli agricoltori) diviene, invece, un diritto fondamentale dell’individuo.

Nel prosieguo Aristotele definisce anche il concetto di cittadino, di virtù etica, e le strutture principali degli ordini politici possibili: Regno (governo di un solo uomo); Aristocrazia (esercizio di governo di pochi uomini) e Politeia (governo dei tanti). Queste forme di governo possibili, a loro volta, possono, in alcune circostanze, subire delle deviazioni, quando non condotte in modo retto: il Regno può divenire tirannide, l’aristocrazia oligarchia ed, infine, la Politeia o democrazia può trasformarsi in oclocrazia. Ma la tematica sulla quale Aristotele si sofferma maggiormente, sul finire dell’opera (dopo aver descritto nello specifico le forme politiche possibilmente applicabili e le costituzioni o leggi possibili) é quella del comportamento del cittadino in ambito pubblico. Infatti, ognuno deve essere educato alla virtù, ovvero all’esercizio retto delle proprie funzioni, all’esercizio del coraggio, ma, soprattutto, dell’intelligenza, della ragione. Il cittadino e, soprattutto, il governante, dev’essere un uomo virtuoso. Nell’ultimo libro Aristotele  si sofferma in particolare modo sul tema dell’educazione, ovvero il percorso formativo che, in società, ogni individuo deve seguire, conferendo una valenza quasi decisiva all’insegnamento di discipline come la ginnastica, la musica è la scrittura. Della musica, Aristotele, ne parla anche all’interno della Poetica (opera di filosofia e critica letteraria nella quale viene presa in esame specialmente la forma letteraria della tragedia), considerandola come disciplina essenziale alla cosiddetta catarsi, ovvero la liberazione dell’anima dalle passioni e dalle emozioni interiori. La Politica, pur presentando alcuni elementi criticabili e rivedibili (primo fra tutti il concetto di schiavitù) rimane, comunque sia, un ottimo tentativo organico ed ordinato (in misura maggiore, forse, rispetto alla Repubblica) di analisi del reale e delle strutture del politico e del sociale, e, per alcuni aspetti, anche, se vogliamo, un continuum con la filosofia politica platonica.