Platone, nel suo celebre  dialogo “La Repubblica” affermava,  a proposito della città modello ideale, che la guida e le sorti dei cittadini dovessero essere condotte dagli uomini più saggi e razionali, ovvero i filosofi. Il filosofo è, infatti, colui che per mezzo della sua attitudine al raziocinio e la sua capacità di osservare il reale in un’ottica universale e globale, riesce a di prendere le decisioni migliori in campo politico. Il pensiero di Platone, ovviamente, si inseriva in un contesto sociale e culturale dove la figura dell’intellettuale e il ruolo attivo di esso in ambito civile aveva una centralità maggiore rispetto ad oggi, e dove la politica stessa (intesa nel suo significato originario) rappresentava una componente essenziale nella vita dell’uomo.

La politica, concepita come azione rivolta al miglioramento della comunità e dunque come prassi quotidiana di servizio all’umanità, era centrale, in quanto centrale era l’uomo rispetto a tutto il resto. L’uomo era il riferimento per ogni scelta e la politica, dunque, doveva essere condotta in vista del bene massimo per l’uomo,  da coloro i quali erano in grado di cogliere il “Bene” in senso astratto ed applicarlo al contesto concreto e quotidiano. Dopo la rivoluzione scientifica, l’intensificazione dei rapporti commerciali ed il subentrare di un nuovo approccio al mondo in generale (di tipo mercantilistico ed utilitaristico), anche la concezione dell’uomo è venuta a modificarsi e, conseguentemente, quella della politica e dei rapporti politici.  Gradualmente, la percezione delle cose ha assunto un profilo sempre più de-umanizzante , riducendo l’uomo stesso a mero sottoposto di una forma ontologica a lui superiore: l’economia e la tecnica.

Se nel mondo greco la tecnica era considerata una semplice applicazione noziostica di abilità e competenze finalizzate al miglioramento del benessere quotidiano e alla facilitazione della  vita stessa, a partire dal Seicento  l’idea di tecnica e più in generale di progresso tecnico ha man mano assunto un connotato divino e a canone supremo del tutto.  Nell’antichità il progresso tecnico ed economico era posto in una condizione di limite (i limiti del buon senso e della giustizia); nel panorama moderno inizia,  invece, a possedere tutte le caratteristiche proprie dell’ideologia liberista dell’illimitato e dello smodato. La realtà attuale dimostra questa evidente tendenza all’esaltazione del primato della tecnica sui più profondi elementi umani e la più palese de-legittimazione dell’importanza stessa della politica nella vita d’ogni giorno, col tramontare della figura simbolica del leader carismatico, del capo politico deciso e passionale,  in favore di un’orda di tecnocrati asettici mossi dell’unica intenzione di rispettare i dogmi contingenti delle necessità di mercato e, per dirla in termini semplici, di “far quadrare conti”. Ed è proprio dietro questo dover “far quadrare i conti”, che si manifesta concretamente in tutte quelle pratiche di massacro finanziario e sociale operate dalle élite sovranazionali, dietro le sciabolate mortali a suon di Spread ed austerità  economica, che si cela tutta la decadenza della politica, rispetto a quella che era la sua essenza originaria.

La politica,  in questo contesto, rinuncia a tutta la sua idealità, e svende sé stessa all’onnipotenza dell’economia di mercato di stampo interamente liberista.  Il periodo post-illuminista e la conseguente industrializzazione massiccia del continente europeo, coi mutamenti conseguenti per quanto riguarda i rapporti umani e sociali, ha portato quindi la cultura a trasformarsi e l’uomo ad acquisire i  valori del progresso e dell’individualismo sfrenato, contro i concetti di comunità e gli antichi valori che avevano caratterizzato le società antiche e la società feudale. L’idealismo ed i valori hanno, in qualche modo, ceduto la loro centralità alla necessità meccanica e all’esigenza mercantilista , ergendo a canone d’imitazione antropologica la figura del tecnocrate . Questo meccanismo sociale ha , in qualche modo, reso l’individuo servo della quantità e dispensatore della qualità, in risposta alle ragioni di profitto di una società sempre più indirizzata alla cieca ed illimitata produttività,  dimenticando, però, la presenza dell’uomo in tutto questo.

Questo processo ha innescato una condizione di disarmonia,  anche, tra l’uomo e l’universo,  dando libero sfogo ad un meccanismo di profondo annientamento subdolo di ogni aspetto della vita naturale,  barattata con una artificializzazione di ogni cosa ,a partire proprio dalla politica, dove, di fatto,  le decisioni di fondamentale importanza sono assunte da organi istituzionali freddi pronti a sottomettere i popoli alle decisioni imposte dalle necessità di mercato.  In quest’era di totale annientamento dell’uomo, a vantaggio della tecnofinanza, occorre più che mai ridefinire la politica,  ridefinirla nella sua essenza originaria, come pratica volta al raggiungimento della prosperità collettiva, ridefinendo al contempo quel senso della comunità ormai perduto da secoli, capace di informare l’ars politica al suo spirito originario e più autentico.