di Luigi Iannone

Non si può fare a meno di Carl Schmitt: lo dimostra la serie impressionante di libri pubblicati tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016. Questo mai sopito interesse si spiega grazie al fatto di aver preconizzato i viluppi della dottrina internazionalistica, anzitempo rivelato la crisi delle sovranità nazionali ed essersi inserito con sofisticato acume nella frattura tra legalità e legittimità che sarà uno dei temi di discussione sull’ascesa di Hitler (Imperium, Quodlibet edizioni; La formazione dell’esprit in Francia, Il Nuovo Melangolo). Eppure, secondo molti critici, gran parte di questi studi e soprattutto l’interesse verso i temi di diritto internazionale sarebbe frutto di calcolo egoistico. Schmitt darebbe una netta sterzata ai suoi saggi solo quando nella Berlino occupata, i vincitori iniziano a confrontarsi sulle norme che dovranno regolare i processi contro i crimini di guerra. In realtà, la questione è ben diversa. Questi interessi avevano preso il via qualche anno prima, quando l’idea della suddivisione in grandi spazi, quel nuovo assetto multipolare che avrebbe dovuto superare l’angusta visione degli stati nazionali e di cui lui fu un preconizzatore, rischia di sprofondare sul lungo periodo in una uniformazione planetaria senza più politica (Stato, grande spazio, Nomos, Adelphi).

Ma Schmitt diventa terreno accidentale anche per un altro motivo. A fine guerra gli viene commissionato da alcuni avvocati un Parere giuridico da utilizzare in difesa dell’industriale Friedrich Flick nel caso questi fosse stato incriminato dagli Alleati. Parere che non raggiungerà l’obiettivo. Flick sarà infatti condannato per crimini contro l’umanità e per aver forzato al lavoro nelle sue aziende stranieri fatti prigionieri dalle SS. Quella difesa resta però documento stimolante perché in esso Schmitt ridisegna lo sfondo moralistico delle potenze moderne (La guerra d’aggressione come crimine internazionale, Il Mulino). Lo snodo è chiaro. In passato, fare la guerra era atto di sovranità che rientrava nelle responsabilità di uno Stato e non di singoli cittadini i quali non potevano essere processati. Non c’era nessun articolo che la regolava o alcun tribunale competente. Nel diritto internazionale classico non esistevano norme che stabilivano l’illiceità della guerra se non in determinati casi. Anche perché gli Stati adoperavano il ricorso alla forza circoscrivendolo preliminarmente da norme sgorgate da trattati particolari (bilaterali, trilaterali, economici, eccetera). Schmitt si rende conto che nel momento in cui le potenze vincitrici iniziano a scardinare questa teoria, tutti gli elementi rischiano di scompaginarsi. Soprattutto nel momento in cui il diritto pubblico europeo risente dell’egemonia del sistema giuridico americano che miscela per la prima volta principi giuridici a principi morali. Elemento che ha una premessa teorica nel Trattato di Versailles. Al di là delle clausole accessorie (pagamenti, riparazioni di guerra e cessione delle aree ricche della Germania) l’Art. 227 che mette in stato d’accusa l’ex imperatore Guglielmo II “per offesa suprema alla morale internazionale” utilizza un’asserzione perentoria destinata a segnare un nuovo inizio per il diritto.

La prima guerra mondiale finisce per essere identifica come “il più grande crimine mai commesso” fino ad allora che spinge gli alleati a ricercare non solo le responsabilità politiche ma ad indicare chi avesse violato “the laws of Humanity” e “the clear dictates of humanity”. Chiunque apparteneva ai paesi nemici, indipendentemente dal rango, doveva essere sottoposto a procedimento penale. E così, se nei tempi passati, la guerra di aggressione non era considerata un crimine internazionale almeno nel senso penalistico, ora lo diventa con tutte quelle conseguenze del caso che saranno palesi dopo la seconda guerra, col processo di Norimberga. In uno dei passi della sentenza ai nazisti si legge infatti: “La guerra è un male. Le sue conseguenze non si limitano a colpire gli Stati belligeranti, ma si estendono negativamente al mondo intero”. Questo modus operandi fa scoprire a Schmitt un altro varco, quello in cui si incuneerà questa volta una struttura come l’Onu, considerata dal filosofo di Plettenberg funzionale alla visione egemonica di alcuni protagonisti internazionali e, in particolar modo, all’universalismo anglo-americano. A riprova di ciò, mostra la distorsione semantica di concetti come “intervento umanitario” oppure “operazioni di pace” che, ancora una volta, vanno inquadrati in un nuovo e moderno imperialismo che si nasconde dietro la morale.