di Filippo Lusiani

Ultimamente accendendo la televisione è facile imbattersi negli arcinoti talent show, in cui persone sconosciute convinte di possedere un talento si cimentano in esibizioni (musicali, comiche, recitative) con l’obiettivo di ottenere consensi da parte del pubblico. Un fenomeno simile è parimenti riscontrabile nei social network: aprendo Facebook si è presto sommersi da video caricati da persone che magari hanno una pagina nella quale si definiscono “musicista”, “comico”, “personaggio pubblico”. Lungi da noi il tentativo d’insinuare che si tratta di fenomeni da baraccone in cerca di assenso, anzi il loro desiderio di mettersi in gioco è senza dubbio lodevole, ma grazie alla semplicità con cui ci si può mettere in vista è inevitabile che molti si possano improvvisare talenti: scaricare, postare e condividere è talmente agevole che ormai si è abituati a sorbirsi qualsiasi cosa si veda scorrendo sullo schermo del proprio computer o cellulare. Si arriva a dedicare tempo e attenzione a tutto ciò che ci si trova sotto il naso da quanto è facile ed immediato farlo.

E che potrà mai esserci di male? Siamo o no in un’epoca digitale? Le tecnologie ci consentono di essere sempre connessi e di accedere comodamente a svariati contenuti! Certo, questo è vero, ma il pericolo che sta dietro l’angolo si chiama consumismo, e ciò vale soprattutto per quel che riguarda la musica. Non è una novità che essa sia da tempo soggetta ad un fenomeno di commercializzazione, ma è altrettanto vero che non ci si rende forse pienamente conto di cosa questo significhi. Al giorno d’oggi la musica non è quasi più un elemento valoriale che nutre la vita della gente, quanto piuttosto un artificio mediatico ed economico: le canzoni hanno successo quando ricevono milioni di visualizzazioni, quando fanno saltare e sballare centinaia di persone in discoteca. A questo punto appare chiaro come produttori e case discografiche, nonché emittenti televisive, abbiano tutti gli interessi a creare dei talenti ad hoc che possano avere risonanza e garantire cospicui guadagni, indipendentemente da quello che propongono al pubblico, a costruire delle star il cui successo è strettamente legato ad un investimento economico, spesso con una precisa durata temporale.
Meglio allora che si tratti di boyband, vincitori di talent, fenomeni del web che barattano la rinuncia ad esprimere la loro personalità e il senso del loro essere musicisti con la possibilità di ottenere fama e visibilità; meglio che si tratti di giovani che cedono i diritti o le edizioni musicali firmando contratti capestri e cantando pezzi scritti da altri; meglio che si tratti di artisti – magari inizialmente sinceri – che piegano la forza vitale dei loro sogni alle leggi di mercato. È proprio questo il problema: se la musica coincide con un mercato finisce per ridursi a una forma priva di contenuto, un accumularsi di mode che si susseguono in un triste meccanismo in cui ognuna divora la precedente, senza lasciar nulla che non sia una melodia simpatica o un incasso da record. Le emozioni genuine di cui la musica è una portatrice privilegiata vengono facilmente soffocate trasformando la pura freschezza di un talento in un arido strumento che ammicca a facili guadagni.

Potrà sembrare retorico, ma questa presa di consapevolezza è necessaria per tentare, quantomeno, la costruzione d’un paradigma alternativo. Non si tratta di cancellare un fenomeno affermato come quello dei talent show, ma di accorgersi di come essi favoriscano la diffusione di un messaggio erroneo: far credere che per esser dei cantanti validi basti un look accattivante e una voce pulita, senza badare a quello che quest’ultima comunica a chi la ascolta. Oramai è diventato quasi illegittimo utilizzare termini quali ‘cantautori’ o ‘canzoni d’autore’ per riferirsi a quanto viene prodotto o trasmesso. Porvi rimedio non significa negare fruibilità e democraticità alla musica, ma evitarne la mercificazione. C’è bisogno di una musica forte, autentica, fiera di avere un significato e una motivazione per esprimersi; una musica che esiste già, figlia di fervori ed entusiasmi che però faticano a venire a galla poiché schiacciati dalle esigenze del mercato.
C’è bisogno di dar voce ai talenti nascosti che pulsano nel sottosuolo.
C’è bisogno di una musica vera, una musica che non muore.