Che cos’è metafisica? Ma soprattutto: che cos’è la filosofia? Cosa rappresenta essa per l’umanità, per l’uomo in quanto esistente, per l’uomo considerato nella sua essenza e nel suo rapporto col mondo, con la realtà, con l’Essere – considerato, usando il corrispettivo termine heideggeriano, nel suo esserci? E se, come disse lo stesso Heidegger, la domanda è la pietà del pensare, può una tale domanda sulla metafisica, sulla filosofia, sull’uomo, risolversi a sua volta in una domanda? Se la filosofia e la metafisica, in quanto possibilità essenziali dell’esserci, dell’uomo esistente, sono costitutivamente e storicamente domanda, non è forse che un qualsiasi fondamento, proprio in quanto non-fondamento, vada pensato come domanda? Questa domanda – la più radicale di tutte – va dunque posta alla fine del testo, del pensiero, del sapere, dell’uomo, e della domanda stessa. Essa recita così: perché in generale è l’ente e non piuttosto il Niente?

Martin Heidegger si insediò a Friburgo nel 1929, all’età di quarant’anni e ormai giunto al successo filosofico grazie alla recente pubblicazione di Essere e tempo (1927). Nell’occupare la cattedra che fu del suo maestro Husserl, tenne per l’occasione, nel mese di luglio, la celebre Prolusione – subito pubblicata e tradotta in francese e giapponese – la quale oggi, sotto il titolo di Che cos’è metafisica?, rappresenta, nonostante l’esiguità delle dimensioni, un testo imprescindibile all’interno dell’intera opera heideggeriana. Heidegger individua nell’angoscia (angst) lo stato fondamentale nel quale l’uomo può interrogarsi in tal modo. L’angoscia, concetto portato sulla scena filosofica da Kierkegaard quasi un secolo prima, si differenzia dalla paura poiché non è rivolta a qualcosa di determinato. Essa consiste piuttosto nel “puro sentimento del possibile”. Quando sopravviene l’angoscia, dice Heidegger, “non rimane nessun sostegno”, “noi siamo sospesi”. È soltanto in tale stato, in questo “indietreggiare” dell’uomo dinnanzi all’ente, in questa “quiete incantata”, che l’ente può essere nientificato dal Niente. “L’angoscia – sentenzia Heidegger – rivela il Niente”, quello stesso Niente che valse al filosofo tedesco l’accusa di nichilismo. Ma non è al nichilismo, e nemmeno ad una “filosofia dell’angoscia”, che Heidegger ci vuole portare, come lui stesso ci tiene a precisare nel Poscritto del 1943, in risposta alle critiche. Il pensiero heideggeriano è piuttosto un’unica strada che vuole condurre all’essere, ma l’essere, come Heidegger stesso ci insegna, non è mai raggiungibile dall’uomo, dall’esserci, poiché l’essere si manifesta ma allo stesso tempo si cela. “Le verità convergono tutte verso una sola verità – ma i sentieri sono interrotti” scriveva Gómez Dávila. Proprio “Sentieri interrotti” è il titolo di un’altra importante opera dello stesso Heidegger. L’angoscia, possibilità fondamentale dell’esserci, è definita come “spaesamento”. Essa è tale nel suo essere punto di partenza della domanda poiché la domanda stessa è spaesamento. L’antitesi a questo spaesamento, già presentata da Heidegger in Essere e tempo, è l’esistenza inautentica, impersonale, dominata dal “Si”, dall’adeguamento al pubblico. L’intero discorso heideggeriano vuole essere un’appropriazione della domanda attraverso la domanda, un disvelamento di questa possibilità che a sua volta disvela un occultamento – l’occultamento dell’Essere. Dinanzi a questo occultamento, è un’unica disposizione quella che ci rimane, la quale fonda il domandare, la filosofia, la metafisica: la meraviglia.

Uno dei più grandi critici della Prolusione heideggeriana fu Rudolf Carnap, esponente di spicco del Circolo di Vienna e del neopositivismo. Carnap vide in queste parole un lampante esempio di metafisica priva di senso, in quanto privi di senso sono gli enunciati che ne compongono il discorso, a cominciare da “il Niente nientifica”. Diversamente da Carnap, Ludwig Wittgenstein si mostrò invece tutt’altro che ostile. Egli recepì l’intento heideggeriano di “avventurarsi oltre i limiti del linguaggio”, e vide nell’angoscia la “motivazione etica che alimenta l’impossibile tendenza metafisica dell’uomo ad esprimere l’indicibile (Volpi)”. Particolare rilievo fu dato, in una Lecture on Ethics, al tema della meraviglia. Un tale atteggiamento, da un certo punto di vista paradossale (il punto di vista scientifico – ma è proprio così?), acquista la sua legittimità dalla possibilità di meravigliarsi del mondo per come esso è, perché esso è – ed è qui che si ritorna alla domanda fondamentale posta da Heidegger. “Posso certo meravigliarmi che il mondo attorno a me sia così – disse Wittgenstein – Se, per esempio, avessi una tale esperienza mentre guardo il cielo azzurro, potrei meravigliarmi del suo essere azzurro, invece che coperto di nubi. Ma non è questo che voglio dire. Mi sto meravigliando del cielo, comunque esso sia”.