di Francesco Pietrobelli

Il linguaggio quotidiano ha, tra le idee maggiormente radicate, il concetto di opposizione tra ragione e sentimento, spesso segnato dal prevalere di quest’ultimo. “So che hai ragione, ma non me la sento comunque di farlo”, “Il cuore comanda, la mente obbedisce”, “Sapevo di stare sbagliando, ma non sono riuscito a farne a meno”. Queste e molte altre affermazioni ricorrono soventemente nel dire comune, spesso come giustificazione di fronte all’incapacità di seguire il dettame razionale, ciò che si dovrebbe, sarebbe giusto fare. Un’incapacità dovuta alla presunta presenza di una forza contrastante, che a volte il pensiero non sa domare, per quanto ad essa relazionato: l’emotività. Tale dualismo sarebbe la base di molti conflitti morali, il nocciolo che crea quella confusione da sempre connaturata all’agire. Tale concezione ha uno sviluppo dal carattere plurisecolare, al punto da trovarsi in un autore del tredicesimo secolo quale Tommaso d’Aquino. «Il primo principio di tutto l’agire umano è la ragione, e qualsiasi altro principio in qualche modo deve obbedire alla ragione: però in maniera diversa. Infatti alcune potenze obbediscono pienamente alla ragione […] (mentre) la parte appetitiva (l’emotività) non obbedisce pienamente alla ragione con assoluta docilità, ma con una certa opposizione». Scaturisce una domanda: qual è l’origine delle passioni? Cosa le fa scaturire quando ci si relaziona con la realtà che si ha di fronte?

Un esempio può aiutare: il proprietario di un negozio di strumenti musicali si trova di fronte un cliente che vuole vendergli una chitarra usata, segnata dalla firma di un chitarrista famoso. Questo cliente ha un volto che ricorda al venditore una persona che tempo fa lo ingannò in un affare. La chitarra è ben conservata, vi è il certificato di autenticità della firma, ogni cosa è a posto. La ragione gli direbbe di comprare la chitarra, eppure il venditore rifiuta, poiché, nonostante tutti i motivi favorevoli, vedere quel viso gli ha creato una sensazione di sospetto, al punto tale da dubitare fin troppo nella veridicità delle parole e dei documenti esposti dal cliente. Si osservi che in questo caso (ma altre situazioni mostrerebbero lo stesso) la passione è stata certamente fondamentale, ma che ancor più importante è stato il ricordo che ha fatto scaturire il sentimento di sospetto. L’emotività nasce nel relazionarsi colla realtà che si pone di fronte, la quale è vagliata unicamente dal nostro pensiero, il quale permea ogni istante della nostra vita. Dunque la reazione emotiva che si presenta di fronte ad una situazione richiama sempre un pensiero. Come al contempo qualsiasi pensiero provoca nella persona una reazione emotiva. I due elementi non sono separati, ma interdipendenti, anzi costituenti assieme un’unità. L’emozione non è alterità o conseguenza rispetto al pensiero. Essa ne è l’essenza stessa, l’espressione. Ritornando al caso precedente, ci si accorge di come il venditore ha cambiato idea non per un prevalere della passione sul pensiero, ma di un pensiero (l’idea che bisogna avere fiducia di fronte alle prove presentate, da cui scaturisce un sentimento di serenità) su un altro pensiero (l’idea che proprio quella somiglianza del volto sia indice di una persona inaffidabile, il che provoca un sentimento di sospetto). Potremmo rifare lo stesso discorso in termine di una passione che prevale sull’altra: sarebbe una affermazione equivalente.

L’entrare di una nuova relazione nella realtà che si pone davanti (un oggetto, una persona, un’azione, ecc.) porta inevitabilmente a sviluppare un pensiero su di essa (anzi, il pensiero è l’insieme delle relazioni che la realtà pone di fronte al soggetto). Questa novità è spesso motivo di contrasto con ciò che già vi era di radicato nel pensiero. Si necessita una nuova sintesi. Sentire una lotta di moti passionali vuol dire esattamente questo: la necessità, di fronte alla momentanea incoerenza, di riportare la ragione all’unità, alla non contraddittorietà. Si potrebbe obiettare che spesso, nonostante vi sia una conoscenza razionale a livello generale (“bisogna essere educati con la gente”) nel particolare non si riesca ad attuarla (“con mio zio non ne sono capace”). Ma anche in ciò permane lo stesso uno scontro di idee (o detto altrimenti passioni, ma non di un’idea e di una passione come di natura opposta): ci si trova nel concreto di fronte a elementi che nel generale non erano stati valutati e creano dunque un conflitto di idee. Uno scontro processuale, dialettico, che va superato affinché l’affermazione generica non rimanga astratta, dunque incapace di determinarsi nel concreto (di conseguenza un’affermazione che non sa se stessa).

Ritornando a Tommaso è interessante quanto afferma nel prosieguo del suo stesso articolo della Summa Theologia:  «Talora le passioni e le abitudini della parte appetitiva ostacolano l’uso della ragione nel giudicare dei (casi) singolari». Come si vede è presente l’idea già analizzata che nel generale vi sia la ragione e nel particolare invece influiscano anche le passioni, come separate dalla prima. Ma, poco dopo, vi è un’aggiunta alquanto interessante: «E in questi casi è vero in qualche modo quanto diceva Socrate, cioè che la presenza del sapere avrebbe impedito il peccato: purché ciò si estenda all’uso della ragione nell’atto di scegliere un bene particolare». Detto in altri termini: se per ragione si intende anche la sua capacità a pensare bene nel particolare, quando non è offuscata da passioni contrastanti, allora l’intellettualismo etico è corretto. Ma di fronte all’intima unità tra sentimento e ragione si può pure affermare che “quanto diceva Socrate” può essere accettato senza compromessi.