È innegabile che dopo il declino della stagione neoidealistica e la conseguente fase di anonimato e subalternità che ha attraversato per più di cinquant’anni, la filosofia italiana stia lentamente riacquistando agli occhi del pubblico degli specialisti, anche stranieri, un interesse crescente, perlomeno nelle intenzioni. Sembra infatti che stia accadendo quanto avverte Massimo Ferrari alla fine del suo recentissimo libro Mezzo secolo di filosofia italiana (Il Mulino, 2016), che in qualche modo rappresenta una sorta di versione 2.0 delle Cronache di gariniana memoria: e cioè che si stia progressivamente dissipando quella (auto)percezione di “perifericità” che ha caratterizzato il pensiero italiano dopo la demonizzazione storiografistico-esistenzialistico-debolista dei suoi grandi padri novecenteschi ‒ su tutti, ovviamente, Croce e Gentile ‒ tanto ad opera dei loro avversari quanto degli stessi epigoni (si pensi a Spirito e a Garin come a due casi esemplari). C’è da rallegrarsene. E tuttavia un tale “recupero” sta paradossalmente avvenendo lungo sentieri che non rendono giustizia agli innumerevoli torti che la grandezza di quel pensiero ormai largamente obliato ha dovuto subire il più delle volte per capricci ideologici, ma di fondo per via del suo palese carattere antitetico rispetto al paradigma fortemente relativistico che nel dopoguerra si stava imponendo negli ambienti culturali tutti.

L’Italian theory e i suoi fautori paiono distanti, se non del tutto estranei al valore e al senso delle imprese delle grandi menti filosofiche italiane che hanno reso servizio al secolo scorso; e si cimentano, come ad esempio sottolineava alcuni anni fa Marco Berlanda in una acuta recensione all’appena pubblicato Pensiero Vivente di Roberto Esposito (“Per la filosofia”, 2011, 83), in una operazione ricostruttiva che, sì, ha il pregio di evidenziare aspetti assai interessanti (anche se forse non originalissimi come si vorrebbe far passare) della speculazione italiana, soprattutto su temi politici ‒ dal Machiavelli a Pasolini passando per Vico e Leopardi ‒ ma la cui visione teoretica appare insufficiente per capire a fondo quella che fu un’esperienza unitaria per quanto assai longeva e composita. Innegabile il nucleo teorico di fondo che sta nell’ancora non adeguatamente compresa riforma di quel principio idealistico che pur ritrovandosi già in autori rinascimentali come Bruno e Campanella, e nello stesso Vico più tardi, si impose in Germania nelle dottrine di Fichte, Schelling e Hegel.

Insufficienza che, per quanto riguarda gli ultimi due secoli, si traduce in “smemoratezza” ‒ o voluta noncuranza ‒ storica, perché cassa senza troppe remore nomi del calibro di Antonio Rosmini, Bertrando Spaventa, Pantaleo Carabellese, Gustavo Bontadini, Emanuele Severino, oltre a deprezzare quelli degli stessi Croce e Gentile

Ci sembra doveroso perciò segnalare quei lodevoli tentativi, ancorché sparuti, di valorizzazione del volto glorioso ma suo malgrado ancora in parte nascosto della filosofia italiana: un tentativo assai interessante per via del suo anelito alla completezza e alla comprensione genetico-sistematica è sicuramente il recente La dialettica e i suoi riformatori. Spaventa, Croce, Gentile a confronto con Hegel (Mimesis, 2015) e un lavoro del tutto simile se pure in forma più snella in direzione della esposizione ragionata della riforma italiana del principio idealistico è La dialettica gentiliana (Limina Mentis, 2015) di Maria Teresa Murgia; ma anche contributi come Gentile, Heidegger, la tecnica di Gennaro Imbriani, contenuto nel voluminoso tomo Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa a cura di Michele Ciliberto (Treccani, 2016), che riesce efficacemente a sviluppare ipotesi già avanzate ad esempio da Gennaro Sasso per le quali tra il filosofo tedesco e quello italiano intercorrerebbero non trascurabili affinità di ordine dottrinale, hanno il pregio di sottolineare con fermezza la imprescindibile rilevanza che l’opera di Gentile riveste all’interno del panorama filosofico internazionale.

Nel Regno Unito, del resto, c’è qualche accademia che, memore dell’esperienza autoctona dell’idealismo britannico, apprezza il neohegelismo italiano e tenta di comprenderlo e discuterlo molto più di quanto non provino a fare certi intellettuali di casa nostra. Alcuni studiosi, poi, provano a mettere in luce la grandezza di singoli pensatori ancora troppo ignorati e perciò ingiustamente assenti dal dibattito, come il già citato Bontadini, Armando Carlini o Piero Martinetti (è il caso degli studi di Grion, Messinese, Pagani, Saccardi, Cappuccio etc.); pochissimi altri provano a portare alla ribalta autori che collocandosi in questa famiglia hanno tentato di svilupparne i principi logico-metafisici in direzione di quella che una volta si chiamava “filosofia seconda” ‒ sarebbe a dire della filosofia pratica o etico-politica. È il caso, ad esempio, di Widar Cesarini Sforza, sopraffino filosofo del diritto di scuola attualistica cui sta rivolgendo le proprie attenzioni Gianpaolo Bartoli; ed è il caso di Carlo Antoni, alla cui figura il giovane Francesco Postorino ha dedicato un libro da poco apparso per i tipi della Rubbettino Carlo Antoni. Un filosofo liberista, inserendosi appieno nel novero di questa direttiva “felice” se pur minoritaria della storiografia filosofica italiana contemporanea.

Carlo Antoni (1896 – 1959) fu allievo di Croce e dedicò la sua vita alla filosofia e alla politica; insegnando Filosofia della Storia alla Sapienza; aderendo al Partito Liberale (abbandonato negli ultimi anni a causa di significative divergenze teorico-politiche per abbracciare le ragioni del Partito Radicale) ed entrando a far parte della schiera dei più importanti teorici del liberalismo del secolo scorso (fu membro della Mont Pelerin Society, tra i cui fondatori spiccano i nomi di Karl Popper, Friedrich August von Hayek e Ludwig von Mises). Sorprendentemente, però, come nota il filosofo Serge Audiere, autore della prefazione al testo, di questo che «è stato uno dei maggiori filosofi e pensatori politici italiani» (p. 7) non v’è traccia nelle enciclopedie e nei dizionari filosofici più importanti, come nell’Enciclopedia del pensiero politico curata dal già menzionato Esposito. Probabilmente, com’egli stesso nota in sintonia con quanto pensiamo anche noi a proposito di altri autori, a causa del suo discepolato crociano: di questi tempi, assieme a quello gentiliano, vera e propria onta del demonio.

Antoni e Croce

Antoni e Croce

A Postorino, dunque, va come minimo il merito di aver spezzato questo silenzio, offrendo al lettore un ritratto a tutto tondo di Antoni, mostrando la potenza e l’attualità delle sue riflessioni, senza tuttavia mai scadere in una banale celebrazione. Ma non solo. Un altro merito del giovane studioso è senz’altro quello di aver scritto un bel libro, che si discosta, nell’andamento e nello stile, dalla freddezza e dall’aridità a cui oggi troppo spesso ci abituano le opere a carattere ricostruttivo: le citazioni e i riferimenti bibliografici sono quasi ridotti all’osso ‒ a parlare è la teoresi, e lo stesso Antoni attraverso la prosa asciutta ed appassionata di Postorino. Ma si badi: non si tratta affatto di un libro divulgativo! Esso presuppone nel lettore una certa familiarità col lessico crociano e con le categorie fondamentali del sistema dello storicismo assoluto: per quanto assai chiaro, il neofita potrebbe risultarne disorientato; lo specialista non beota, al contrario, piacevolmente colpito.

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Ma proprio perché animate da una genuina vis theoretica, le pagine di quest’opera contengono qui e lì passi apprezzabili anche senza l’ausilio di particolari competenze di settore, come quello che qui riportiamo, in cui è delineato il ruolo giocato dall’espressione artistica all’interno dell’economia complessiva del discorso antoniano. La tesi di fondo, infatti, è che soltanto i fondamenti logico-estetici del pensiero del filosofo triestino ‒ sviluppati a partire dalla dialettica crociana dei distinti ‒ possano illuminare le sue opzioni “liberiste” in fatto di economia e politica, e dunque le scelte che hanno determinato la sua carriera di “intellettuale dissidente”.

L’impressione è la “grazia”, il serio cominciamento di un’ispirazione. Non tutte le impressioni si tramutano in espressioni. Di certo, se nel fanciullo non è possibile riscontrare queste ultime, l’artista avrebbe il dovere di compierle. Se l’impressione è l’oscurità che assale ansiosamente l’interprete ispirato, l’espressione è la prima chiarificazione interiore, la completezza artistica di un’emozione che si accende e si spegne […]. L’artista, come il fanciullo, ha molto tempo a disposizione dinnanzi a sé. Egli ignora le narrazioni dell’utile, i linguaggi economici delle cosiddette “risorse scarse”. Senza fretta selettiva studia i paesaggi, si intromette fra le inquietudini dei suoi simili, osserva una donna reale e la dipinge dapprima nella sua mente e poi forse su tela, analizza ciò che una vista comune non guarderebbe mai, si inserisce in un frastuono di voci, nel disturbo del vento e nel fascino delle onde del mare, catturando sensazioni e ricordi di esperienza vissuta. […]

L’uomo comune è influenzato dal tempo. Pare che in lui persino il vedere fugace possieda un costo di danaro e seleziona in modo accurato a seconda dei bisogni e delle competenze. (pp. 22-23)

 È proprio questa precipua concezione dell’arte esposta da Postorino nella sezione d’apertura del libro intitolata Estetica che permette ad Antoni, come poi mostrato nelle sezioni immediatamente successive (Economica e Logica e morale) di leggere in maniera del tutto originale la problematica sfera trascendentale dell’Utile individuata da Croce come una delle quattro forme dello spirito: l’io individuale, ben lontano dall’essere interpretato esistenzialisticamente come Dasein esposto all’angoscia del nulla che sembra  inghiottire ogni principio e ogni prospettiva di senso, ha da considerare se stesso già da sempre come universale e non può per questo, come non di rado accade dalla tarda modernità in poi, «rimpicciolirsi in un atomo ossessionato dai suoi soli interessi immediati» (p. 51): esso va cioè «sentito come il respiro irreversibile dell’universale concreto» (p. 87).

L’estetica, insomma, diviene l’avamposto dell’agire morale, che solo può darsi nell’orizzonte di un “concreto utilitarismo

cioè di quell’azione che pur perseguendo un interesse particolare (cosa impossibile da evitare) non può non “avvertire” il proprio innestamento nel complesso della vita dello spirito e, quindi, il suo essere costitutivamente aperta al bene di tutti: l’io che sa vivere esteticamente, facendosi vero artista, è in grado di sintonizzarsi con l’ineludibile spinta all’agire morale; e perciò è già proiettato verso l’etica, anche mentre bada ai propri personalissimi affari.

L’etichetta di liberismo con cui comunemente si designa la filosofia di Antoni, e che egli stesso rivendicava per essa, non deve perciò trarre in inganno: com’è evidente, qui non si tratta di portare avanti le ridotte “ragioni” dell’homo oeconomicus, bensì di sostenere che autentica economia è quella «in movimento verso i capisaldi etici» (p. 52); e, stavolta contro Croce, che l’autentico protagonista di questa “rivalsa della concretezza” non è la Libertà del suo maestro, cioè lo Spirito nel suo svolgimento ‒ la Storia ‒ ma lo stesso individuo. Di qui, Postorino si avvia negli ultimi capitoli del suo libro a spiegare l’avversione nutrita da Antoni nei confronti di quel dirigismo auspicato da Croce nel corso della polemica con Einaudi, e il conseguente allontanamento dal Partito Liberale, il cui compito sarebbe stato individuato dal filosofo napoletano nell’assecondamento degli eventi che uno Spirito depersonalizzato metterebbe continuamente di fronte all’uomo. Un semplice “far fronte alle sorprese”. Così, come chiosa l’autore, il liberalismo “liberista” di Antoni

abbraccia nuovamente il senso spirituale di un individuo che non dovrebbe obbedire all’accadimento crociano, all’hegeliana astuzia della Ragione, alla Provvidenza elogiata da Vico, o ancora alla (dogmatica) mano invisibile del mercato, ma solo all’autorità della legge morale, la quale “chiama e desta il nostro Io più profondo, che si sovrappone e contrappone alla mera utilità”. (p. 148)

Si manifesta in ciò tutta la attualità di questo pensatore, e il beneficio che gli ambienti della filosofia politica trarrebbero da un eventuale “ritorno” alle sue opere, soprattutto in un tempo qual è quello che stiamo vivendo, sempre più interessato dai riduzionismi astratti dell’utilitarismo turbo-capitalista; categoria, quest’ultima, a cui Antoni, da “liberista” del tutto eterodosso e da vero filosofo qual era, non poteva che opporsi con forza.