di Valentina Gaspardo

Molto spesso, l’unica chiave di lettura che le spiegazioni specialistiche dei cosiddetti “scenari globali attuali” offrono, per indicare le ragioni di un conflitto, è quella del dominio. Ovvero: questo o quello Stato agisce in tal modo per il dominio di un’area, delle sue risorse; per l’alleanza conveniente con un popolo; per denaro; ecc. Insomma, unicamente per i guadagni d’ogni sorta che può far propri in un determinato contesto, a scapito di ogni altro. Come se si trattasse, parola degli esperti, di una enorme partita a Risiko.

Per quanto talvolta possa risultare appropriata una congettura simile – perché può esser manifesto che parte di un intervento abbia quell’obiettivo, è certamente nel complesso una riduzione ingiustificata. Le intenzioni sono assolutamente trascurate. Se vengono prese in considerazione, e succede molto di rado, si dà per scontato esse coincidano con le motivazioni suddette, di dominio; se invece esplicitano interessi diversi, vengono subito intese come dichiarazioni fuorvianti, volte solo ad ingannare l’opinione pubblica, usate da copertura; così da finire col toglierle immediatamente e acriticamente di mezzo, insieme alla possibilità di una spiegazione differente e di una soluzione valida al conflitto. Infatti, se il mondo è creduto mosso da una sorta di una egoistica guerra totale, non si capisce in che modo poi si possano esprimere giudizi sensati che pretendano di valere qualcosa, né risoluzioni a situazioni conflittuali: tanto, chiunque si esprima e intervenga, lo farà per il tornaconto di cui si parlava. Nessuna preferenza avrebbe poi senso.

Eppure, tra queste innumerevoli opinioni di esperti, qua e là, intrinseci all’agire di uno o dell’altro “attore politico”, si riescono a scovare elementi ‘estranei’: la volontà di salvare qualcuno; di non discriminare un gruppo; si intravvede la commozione per una sofferenza provata; addirittura si parla di azioni compiute «emotivamente». Tutto in pochissime righe, un barlume che si spegne presto per riprendere il filo dell’unica spiegazione esaminata. Ma significa proprio che non si agisce solo per il dominio; e addirittura, magari, che quelle solo sfiorate sono ragioni essenziali. Il fatto è che, come da tempo insigni filosofi ci hanno insegnato, l’uomo agisce esclusivamente per il bene; a quello che trova più ragionevole in assoluto, egli si affida. Ogni azione pretende di tendere al bene di chi la compie: la morale è l’essenza dell’agire umano. Il problema – la molteplicità di vedute – sorge perché non basta volere il bene per ottenerlo; e spesso accade il contrario. Non conosciamo immediatamente questo bene e per possederlo, non solo nelle benevole espressioni momentanee, ma nel concreto di ogni gesto, dobbiamo trovarlo. Se l’intenzione, per quanto buona, è contraddetta dal modo in cui si cerca di realizzarla, o se afferma il contrario di quella immediatamente successiva, è smentita, non vale più come avrebbe voluto. Ma non si può prescindere da essa e da tutte le altre molteplici posizioni, se si vogliono spiegare dei rapporti umani, come da esplicito obiettivo degli studi politici. Non basta abbassare la complessità di un popolo alla volontà di occupare un territorio togliendosi il fastidio di capirlo e credere di comprendere quello e la guerra.

Non si può fingere che nella relazione fra Stati esistano ragioni prettamente economico-militari; non è affatto vero, non è reale. Semmai i dispiegamenti delle forze militari ed economiche sono conseguenza delle intenzioni e dei significati che quella parte voleva far valere. Per quanto riguarda l’interesse, poiché non vi è un’alternativa alla morale, l’interesse stesso è figlio di una morale incosciente. Il meschino interesse vorrebbe essere per sé buono, fare il bene della propria parte a discapito di quella altrui. Ma non è così, perché il bene che ci si presenta non necessariamente appartiene al nostro Io empirico, come questo soggetto, o alla propria fazione politica; quando il bene ci si presenta, magari in qualcun altro o in situazione estranea, fosse anche a rischio di una parte della nostra più stretta individualità o nei casi estremi dell’intera nostra vita, non esitiamo a farlo, perché si tratta proprio del nostro bene. Se lo riconosciamo ci appartiene: l’interesse concreto va ben oltre i limiti della soggettività (o la soggettività va oltre i limiti del soggetto empirico). Tanto che, nel caso dell’interesse ‘personale’,chi creda perseguirlo non si accorge che il suo fare va proprio contro questo suo interesse. Infatti, a differenza di quanto crede, non si è “fatto gli affari propri” (che vuol dire che empiricamente non ne era toccato), non ne è uscito illeso; ma, avendo scorto alcune conseguenze nefaste al suo operare e avendole ignorate, ne è responsabile. Come, esemplificando, è responsabile l’azienda che non si preoccupa – pur essendo a conoscenza delle intenzioni infelici degli acquirenti – di chi compra i suoi prodotti, quando sapeva bene cosa avrebbe favorito.

Questa è politica. La morale, che non differisce da essa se non empiricamente come dicitura di un oggetto esclusivo di studi, non è altro che il bisogno di capire quello che stiamo facendo e cosa sia meglio fare in futuro; e non è un’opzione, come si è visto, ma la sola possibilità. Nessun uomo ha mai vissuto né vivrà di solo profitto, di solo sostentamento, dei soli bisogni primari. Che sono primari nell’unico senso per cui la loro possibilità decreta quella degli altri, cioè che senza di essi non sopravviviamo fisiologicamente per poi poter compiere e soddisfare il resto; non perché bastino a restituire un’esistenza dignitosa, non perché bastino a sopravvivere spiritualmente.

Quello che troppe indagini politiche trascurano è la necessità di far propri questi problemi. Partono da presupposti infondati di cui non si accorgono (come la questione del dominio), e sono condotte a deformare i soggetti che tentano di analizzare. Parlando esclusivamente di quanti o quali mezzi e armi gli uni usano contro gli altri, nessuna conclusione sarà interessante ai fini di un intervento che voglia saper rispondere di qualcosa.