L’epoca a noi contemporanea sta attraversando fasi di profondo mutamento, in cui le contraddizioni sociali derivate, spesso, ci mettono a contatto con realtà di cui non comprendiamo l’essenza,  per il fatto che non conosciamo la storia, le dinamiche, i meccanismi che hanno prodotto quella precisa condizione. Spesso non si conferisce il giusto peso al significato ed al senso della cosa, si dimentica l’importanza del substrato che costituisce la natura di un preciso modo di pensare e non si coglie, nella globalità,  l’importanza assoluta delle “radici”.

Nietzsche e Foucault furono, indubbiamente, due tra i maggiori esponenti del metodo genealogista, che concepirono la storia alla stregua di rapporti di forza ed espressioni culturali, frutto di un processo dinamico di contingenze materiali. Il primo, autore dell’opera “La genealogia della morale” parla della morale moderna come frutto di un processo storico ben preciso,  della sostituzione della cosiddetta “morale dello schiavo” sulla “morale del signore”, quando l’etica sacerdotale tipica del mondo giudaico-cristiano si è sostituita all’etica aristocratica tipica del mondo greco- romano.  Il trionfo del “sacerdote” sul signore (che coincide, storicamente,  con l’avvento del cristianesimo nella società occidentale e la progressiva caduta della filosofia e dei culti pagani antichi),  secondo Nietzsche, avrebbe introdotto nella coscienza dell’uomo nuovi valori, non più legati al culto della forza, della vitalità, della volontà e della superbia  (tipici dell’etica del guerriero aristocratico), ma all’umiltà,  alla rinuncia, ail’equilibrio e al pentimento (caratteristici, invece, dell’etica sacerdotale). Nietzsche, in qualche modo, ha de-divinizzato l’uomo, rendendo la sua morale,  i suoi valori, non come un fatto d’assoluta necessità storica, ma come il risultato preciso di un’imposizione di forza, come un continuum temporale di un preciso modo di porsi rispetto la vita. È quando Roma ha ceduto alla forza rivoluzionaria della filosofia cristiana, che la sua etica aristocratica, fondata sui principi della forza e del dominio, si è tramutata in etica della pace e dell’umiltà. Alla base degli interi processi vi è, infatti, quella radice comune che guida ogni cosa, che determina lo svilupparsi ed il muoversi di tutto: la volontà di potenza; quel principio d’energia che spinge ogni cosa nell’universo a desiderare la propria auto-affermazione, e, così, nella storia dell’uomo, gli interi eventi sono determinati da questo atavico principio di forza che impone agli uomini di imporre i propri modelli valori ali sugli altri. La stessa verità, in Nietzsche, viene impoverita dalla sua carica di assolutismo universale,  e diviene una mera contingenza storica, una relativistica manifestazione della volontà dell’uomo attuale.

La verità, i nostri paradigmi di giudizio,  non sono più fonte di  un principio di illuminazione divina,  ma il risultato di un preciso modo di concepire il mondo,  a partire dal contesto morale nel quale si vive, ed è la genealogia a dover svelare la matrice essenziale che ha determinato quel contesto morale di valori.   Ecco che la radice, la tradizione,  in questo contesto d’idee si pone come elemento fondamentale, dato che in ogni cosa vi è una radice genealogica che l’hanno generata, una logica  di sviluppo ben precisa.  L’uomo è il prodotto di un’evoluzione nei tempi,  e così come l’ homo sapiens intravede dietro sé un primate, lo Zarathustra di Nietzsche (il superuomo) coglierà alla sue spalle l’uomo semplice.

Foucault, che fu attento lettore e studioso di Nietzsche, oltre che di altri autorevoli pensatori di fine ottocento, come Freud (che, in parte, con la sua rivoluzionaria teoria dell’inconscio umano e dell’individuazione delle ragioni delle azioni umane a partire da pulsioni sessuali, connette il suo discorso a partire da questa impostazione), nella sua teoria del potere, inserisce questo approccio genealogico alla storia. Secondo Foucault,  il sapere e le azioni umane altro non sarebbero che condizione di un preciso modo di concepire le cose, influenzato dai rapporti di potere del proprio tempo.  È il potere, chi comanda, chi guida le sorti della società,  a distribuire determinati modelli educativi, sociali e morali, e l’individuo non farebbe altro che  assimilare  (anche inconsciamente ) questi valori,  strutturando, così, la propria coscienza etica,  a partire da una più superiore struttura sociale che la condiziona.

Il potere stesso, che in ogni epoca differisce, non è nulla di divinamente imposto, ma si tratta, al contrario,  di contingenze storiche, dove uomini più forti (nel caso di Foucault,  “popoli”), portatori di determinati modelli ed approcci alle cose, imporrebbero, mediante L’esercizio della guerra, il proprio modo di concepire le cose e quindi un determinato ordine sociale. La storia è tutto uno scontro tra popoli, un affermazione di poteri, ed è soltanto la forza a determinare il corso delle cose. È qui che Foucault fonda la sua “archeologia del sapere”: un’indagine se le ragioni delle concezioni culturali delle cose nella storia a partire dell’analisi degli istituti di potere che le hanno generate. Quindi, la storia non sarebbe un fluire di eventi indirizzato verso fini o mete precise, ma il determinarsi dell’uomo con la sua forza nelle cose e nel mondo ed il genealogista dovrà compiere l’arduo lavoro di cogliere le matrici epistemiche che si annidano a fondamento delle verità e dei valori.

La genealogia come analisi della cultura umana nel suo farsi storico , nella sua discontinuità, nel suo essere prodotto di una logica di dominio e di alternarsi di poteri. Nietzsche fu gran maestro in questo senso, e Foucault formidabile allievo. Noi siamo quel che la storia ci ha consegnato,  noi siamo quel che il tempo ci ha dato.