Uno dei più controversi risvolti europei è la tendenza a uniformare le istituzioni e i servizi. La scuola non è esclusa da questo, anzi. Da tempo si assiste all’europeizzazione dei programmi, ad esempio durante le ore di italiano i ragazzi studiano sempre più i grandi della letteratura europea, il che, tutto sommato, non può essere considerato un male. Ma che dire se la direzione generale è quella di eliminare la filosofia dalle scuole superiori? La Spagna lo sta facendo, la Francia riduce le ore settimanali, in Germania è solo un ricordo. La filosofia costa e non promuove forme e valori conformi alle nuove necessità del mercato. I più grandi filosofi italiani si schierano a fronte compatto in difesa della “regina” fra le discipline umanistiche in un articolo uscito su Repubblica il 6 ottobre. Le accuse mosse alle autorità sono le più disparate e sono sostanzialmente corrette, non si può negare che al potere faccia davvero comodo una popolazione completamente digiuna di filosofia e di capacità critiche, come spiega Cacciari, né si può negare che la scomparsa delle materie umanistiche sia un riflesso della società della tecnica, sulla scorta di Severino. Sempre Cacciari e poi Ferraris spiegano l’utilità e la fecondità degli studi filosofici (con la fumosità che un articolo di poche battute consente),  salvo essere smentiti da un’uscita di Giorello circa la superfluità di un simile esercizio della ragione. È la solita argomentazione di Aristotele, poi passata alla storia. La filosofia non “serve”, in senso figurato e non, non è sottomessa, e non servendo non è neanche utile. Proprio per questo motivo sarebbe la disciplina più alta, la più disinteressata.

Se si vuole difendere la filosofia, e con lei tutte le materie umanistiche, non bisogna arroccarsi in torri d’avorio. Non bisogna parlare troppo di nobiltà, di sacralità e di simili spazi di privilegio di queste discipline. L’idea più diffusa è che la letteratura e la filosofia siano qualcosa di importantissimo, di ineffabile quasi, ma assolutamente inutili. Vanno aboliti questi inspiegabili veti e bisogna portare la discussione a livello concreto. Se il pubblico del dibattito è ormai figlio della società della tecnica non ci si può ritirare a predicare la superfluità della filosofia come un pregio. Questo pubblico vuole fatti, vuole strumenti, vuole tecniche. La filosofia è utile, serve, non perché debba essere sottomessa ad altre discipline, ma nel senso che serve a noi come uomini.
Qui si potrebbe fare una tirata sulla dignità di simili studi, ma sarebbe l’ennesima invettiva ricca di filosofumeni e luoghi comuni. La verità è che Hegel, Adorno e Socrate ci possono dare degli spunti fondamentali per capire la politica e la vita pubblica. Gli stoici, Epitteto ed Epicuro hanno un acume unico nella riflessione morale. Popper e Feyerabend ci aiutano a capire la scienza. Nietzsche, Freud e Marx ci smascherano, toccano delle corde che credevamo intoccabili. Questi sono alcuni esempi, se ne potrebbero fare infiniti.

La verità, quindi, è che la filosofia non è inutile. Inutili possono sembrare, ad un profano, quegli alti ragionamenti metafisici pieni di parolone che non sono vissuti in prima persona dall’autore. Proprio quei rimandi al vago e indefinito sono il male della filosofia, ciò che le fa perdere credibilità. La filosofia deve voler farsi capire da più lettori possibile, rimanendo equidistante dalla pop-sofia e dagli slanci più futilmente eruditi. Peggio ancora, i filosofi che non vivono come tali e si piegano alle necessità del momento: vedi Heidegger. Il suo pensiero non sarà nazista, ma la sua adesione al nazismo per fare carriera è spregevole. Va insegnata in tutti i licei, almeno, seguendo il criterio storicistico e dando sempre più spazio alle riflessioni degli studenti. Se si vuole parlare dell’utilità della filosofia non è per venire a patti con la cultura dominante, semplicemente si riconosce un fatto. Non si faccia i pontificatori se si tiene alla filosofia!