Benché le modalità della vita contemporanea differiscano notevolmente da quelle dell’antichità, rapportandosi al pensiero e alla vita dei filosofi antichi, vi è qualcosa che trascende lo spazio e il tempo. È come se il Bello e il Buono espresso dai loro si riversassero per un momento nello stato di cose attuale, influenzandolo e segnando una connessione tra noi e loro. Nella Metafisica, Aristotele sostiene che «gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia». Similmente, si potrebbe dire che noi moderni indaghiamo gli antichi, per la meraviglia che loro hanno saputo emanare nel corso dei secoli e che ancora oggi non cessa di essere attuale. Per questo, senza la presunzione di trovare ricette pronte per il presente, la società tutta dovrebbe avvicinarsi al mondo antico, anche solo per assaporarne lo spirito.

La nascita della filosofia (VI secolo a.C.) va ricondotta, prima che ad Atene, alle colonie greche, dove il processo di democratizzazione si compie più rapidamente. Sebbene i due filosofi maggiori dell’antichità (Platone e Aristotele) abbiano un atteggiamento ostile nei confronti della democrazia, è proprio la società della polis, fondata sul dialogo e sul consenso, a stimolare la nascita della pratica filosofica. Filosofare significa essenzialmente interrogarsi attorno a sé stessi e alla natura delle cose: ti estì, «che cos’è?», chiede incessantemente Socrate ai suoi interlocutori nei Dialoghi platonici. Questa modalità razionale di interrogazione rompe con la tradizione fondata sul mito. Come scrivono Costantino Esposito e Pasquale Porro: «le teogonie e le cosmogonie cedono il passo a discorsi più razionalmente coerenti, ovvero alla ricerca di principi in grado di giustificare in modo uniforme la totalità della natura». È quello che viene fatto essenzialmente dai primi “presocratici” (Talete, Anassimandro, Anassimene ed Eraclito), dei veri e propri fisici dell’epoca, che identificano un archè come fondamento del Cosmo. Tuttavia, pur essendo declassato, il mito non scomparirà del tutto, in quanto verrà utilizzato da alcuni filosofi (su tutti Platone) o per rafforzare le proprie tesi o per mostrare qualcosa di indimostrabile razionalmente.

Per provare a comprendere la filosofia nell’antichità, però, bisogna aver presente un punto essenziale: essa non si qualifica né come un mestiere, né come un oggetto di studio, ma incarna un modo onnicomprensivo di stare al mondo, una vera e propria “arte della vita” (téchne tou bíou), in cui la teoria coincide con la prassi. Non si è filosofi per qualche ora al giorno, ma lo si è sempre, in tensione costante col mondo e con se stessi, attraverso una serie di pratiche quotidiane, definite, dal filosofo francese Pierre Hadot, “esercizi spirituali”, incentrate sulla concentrazione, la preparazione e lo sviluppo del proprio io. Per completare se stesso, oltre ad indagare i misteri della natura, il filosofo ha bisogno di incidere attivamente sulla vita sociale della propria comunità. È questo secondo aspetto che porta Platone ad erigere il suo progetto politico ideale, la Politeia (tradotta in Repubblica a scopi evidentemente demagogici da Cicerone), in cui la classificazione dei gruppi sociali coincide con quella delle differenti parti dell’anima umana, e che conduce il suo amato maestro Socrate a sacrificare la propria vita pur di rispettare le leggi (seppur ingiuste) della propria città. Proprio Socrate, l’uomo sapiente perché cosciente di non sapere, incarna l’ideale del filosofo antico, con le sue domande costanti e il continuo percorso teso al perseguimento della verità, anche se non pienamente raggiungibile, nella convinzione, come gli farà dire Platone nella sua Apologia, che «una vita senza ricerca non è degna per l’uomo di essere vissuta». Di fatto, nella società greca “liberata” dal peso della tradizione e disposta a mettersi in discussione, i filosofi abbracciano l’intero campo del sapere allora conosciuto. Con i suoi molteplici interessi ed altrettanti trattati, Aristotele è il rappresentante migliore di questo ideale di “scienziato-filosofo”, laddove anche la politica e l’etica vanno intese come scienze da indagare razionalmente, benché finalizzate all’azione e non alla mera conoscenza teoretica.

Ovviamente, la situazione non è così semplice e le questioni sono molteplici. Ma le modalità della filosofia nei primi secoli dalla sua nascita sono essenzialmente queste. Il quadro inizia a mutare nell’età ellenistica (fine IV secolo a.C.), con la nascita delle nuove scuole filosofiche (epicurea, stoica e scettica), che mantengono sì la funzione di guida e di modello di vita personale, ma si allontanano dalla partecipazione alla cosa pubblica, sino a rifiutarla. Quando la filosofia arriverà concretamente a Roma (nel 156 a.C. con una delegazione di filosofi provenienti dalle correnti più significative), i romani avranno difficoltà ad assimilare una disciplina così tanto distaccata dalla res publica, vero fondamento della loro vita morale. Più avanti, sarà proprio nella Roma imperiale, che la filosofia smetterà di essere una pratica di vita totalizzante: i grandi filosofi romani, da Seneca a Cicerone, si dedicheranno compiutamente alla produzione filosofica solamente dopo il ritiro dalla vita pubblica.

E, tuttavia, proprio Seneca, nelle Epistole a Lucilio, offre ai posteri uno dei passi più significativi riguardo il senso della filosofia nell’antichità: «La filosofia forma e foggia l’animo, regola la vita, governa le azioni, insegna ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare, sta al timone e dirige il corso delle navi in balia delle onde attraverso i pericoli. Senza questa nessuno può vivere libero da timori e tranquillo; a ogni istante accadono innumerevoli fatti, i quali esigono consigli che solo essa può dare». Pur non potendo pensare di intraprendere la strada filosofica dell’antichità nella sua completezza, alcuni suoi sentieri restano accessibili anche a noi moderni. In fondo, tutti abbiamo bisogno di un timone che ci guidi nei mari tempestosi della quotidianità.