Non di rado fra gli estimatori e i detrattori di Julius Evola se ne coltiva un’immagine un poco stereotipata, cristallizzata in momenti della sua vita e del suo pensiero che non rendono giustizia alla complessità del personaggio. L’Evola inamidato nell’uniforme nazifascista e in reiterate pose ieratiche con addosso la toga romana son fantasmi dissipabili solo leggendo e meditando la sua opera, studiando i fatti della sua vita. Come minimo per scoprire i problemi che il filosofo ebbe con il Regime, talvolta così pressanti da metter a rischio la sua incolumità fisica. Sapere poi che la Gestapo tenne sott’occhio l’autore di saggi sulla razza critici verso la visione puramente biologica e materialista di marca germanica. In sintesi, convinto che la nostra fosse l’epoca di decadenza profetizzata da sacri tesi indù, e da leggende greche e norrene, negli anni ‘40 fra i contendenti il lotta scelse l’Asse convinto fosse il male minore.

Come Drieu La Rochelle fece la sua scommessa e perse. Ma per cosa scommise? Certo non per i campi di sterminio, sarà banale ma sempre necessario ribadirlo. Come ogni sincero democratico non avrebbe scommesso sui macelli di Dresda e Hiroshima. Questo è il punto che estimatori e detrattori dovrebbero tenere bene a mente. Per cosa scommise? Per la Tradizione! rispondono pronti in coro i più informati, noi compresi. Ma non ci siamo ancora, giacché ricordiamo che l’ultimo Evola, quello dell’apolitia, del cavalcare la tigre, scrive che il suo cerchio si chiude se nella piena maturità torna con più consapevolezza alle posizioni della gioventù dadaista e magicamente idealistica.

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C’è un nucleo dada in Evola. Quello che palpita in poesie, dipinti e corrispondenza con Tristan Tzara tra il ’19 e il ‘23. Che colse la sintonia fra dadaismo in quanto arte definitiva, perfettissima e il Taoismo. Il giovane Evola già risolve il nichilismo e si consacra alla lotta contro il mondo moderno e borghese. Perché è quella la scommessa vera che fece e a cui rimase fedele fino alla fine: la distruzione della borghesia, della sua visione del mondo, della sua morale, della sua ipocrisia. Insomma, Evola è soprattutto un grande antiborghese, non da sinistra perché sa che il proletariato è l’ultimo prodotto di un decadimento e può far solo peggio della borghesia. La decadenza è antica, ciclica, prevista: Rinascimento, Illuminismo, Romanticismo. E prima ancora cristianesimo: roba che approda appunto al dominio borghese del mondo o al parossistico romanticismo politico delle dittature rosse o nere.

Dal mondo borghese Evola si astrae con la volontà di potenza dell’Individuo Assoluto che poi ritroverà ben simbolizzato nei testi della Tradizione. Ma per buttarla meno sul filosofico è importante leggere Da Wagner al Jazz. Scritti sulla musica 1936-1971 (Jouvence, con prefazione del filosofo Massimo Donà, note ed introduzione del musicista e cantautore Piero Chiappano), antologia di interventi evoliani su un lato della sua pubblicistica poco indagato. C’è appunto l’Evola che non apprezza gli idoli borghesi Wagner e Beethoven, il loro patetismo, l’eccesso di didascalismo confuso e di pathos emotivo. Se ben ricordiamo Céline scrisse di considerare la musica classica buona per le giostre. Evola parrebbe d’accordo. Ma il punto forte del libro è quello dedicato alla filosofia del jazz. Perché di jazz si occupò, trovandolo significativo e più vero di tanta altra musica. E già nel ‘21 voleva creare a Roma una Jazz-band Dada hall ed offrire al pubblico un fox-trot per strumenti a percussione e colpi di revolver. L’Evola più maturo scriveva che il jazz era un ritorno al primitivo, uno scatenarsi dell’elementare, un dionisimo che chi ha dentro un Apollo desto non può rifiutare. Apprezzava il jazz delle origini, quello sbocciato fra le contaminazioni di New Orleans. Proprio perché riportava tensioni primordiali in un linguaggio adatto all’epoca.

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Musica barbarica e sensualistica, antimusica, cosa da negri o da civilizzati ricaduti nell’abbiezione primitiva e per lui era una buona novella. Perché minava la famiglia, sovvertiva la moralità borghese che nulla aveva a che fare con la Tradizione primordiale, col distacco taoista e dadaista. Allora era augurabile una crisi dissolutiva della musica romantica grazie a suoni che si rivolgevano non all’anima ma al corpo. Considerava però il jazz finito già prima della Seconda Guerra Mondiale, il Bop gli sembrava barocco, eccessivamente virtuosistico. Agli appassionati di jazz e contemporaneamente di Evola, sempre che ce ne siano, rimane il dubbio sul giudizio che avrebbe espresso su certe perle del genere ormai free, un A love supreme di Coltrane, un Ornette Coleman, un Alber Ayler, un Sun Ra.

Il vero obiettivo polemico di questi testi è l’altra musica borghese per eccellenza: la canzone. O eccessivamente sentimentale e retorica in testi e melodie o peggio ancora americanizzata. I Beatles secondo Evola erano urlatori bianchi che imitavano i negri. E qui siamo sicuri che non conoscesse il repertorio post rock ‘n’ roll degli quattro Scarafaggi, i capolavori psichedelici in particolare. Europei scimmiottanti gli afroamericani gli parevano per nulla dignitosi. E quando metteva in guardia dalla presenza di Lola Falana in televisione, donna di colore in grado di risvegliare gli istinti più oscuri del maschio bianco, Evola non fa bella figura, con la sensibilità etnica di oggi, ma dimostra tutta la sua capacità di decodificare il colonialistico dell’industria dell’intrattenimento ai due lati dell’Atlantico.

Lola Falana e Gino Bramieri

Lola Falana e Gino Bramieri

La parte di provincia dell’America viene da noi accettata a cuor leggero scrive nel 1956. Ereditare i suoni dell’estremo Occidente si poteva comunque evitare, volgendosi altrove, a musica altrettanto selvaggia e antiborghese, ma non africana. Era la musica dell’est Europa, balcanica, slava, da zingari, musica che aveva incontrato nelle notti rumene, con base popolare e spazio all’improvvisazione più menadica.

Della musica di oggi, Evola che direbbe? Probabilmente disprezzerebbe il rap fatto da chiunque non viva in un ghetto Usa, s’interesserebbe al punk storico e all’Industrial (che continua l’anti-tradizione dada), all’apocaliptic folk con le sue suggestioni celtiche e germaniche. Forse ascolterebbe i californiani Secret Chiefs 3 per i loro richiami esoterici e il loro jazz metal con inserti slavi e persiani. Sapeva in anticipo che la musica tende a diventare puro ritmo e dunque non ci stupirebbe immerso in un rave party. Con l’Apollo ben desto, gettando il suo Dioniso dada nella danza.