di Antonio Lombardi

Tra le numerose discordanti – e, giustamente, scandalizzate − reazioni della rete agli spaventosi attentati di Parigi, ce ne son due che hanno largamente imperversato sui social network, manifestando palesemente quanto l’opinione pubblica sia intrisa di quella retorica tipicamente postmoderna per la quale la presa di posizione, per quanto inevitabile, perché essenziale al nostro vivere e avere a che fare con il mondo (almeno, fin qui, ci arrivano, ma nemmeno sempre!), sia un che di ingannevole, di per sé biasimevole, addirittura di inutile.

La prima − che mostra immediatamente la propria contraddittorietà, degradandosi automaticamente a un mero battere le dita sulla tastiera privo di qualsivoglia significato – è la reazione di chi sceglie il silenzio ma decide di farlo sapere a tutti scrivendo e postando uno stato a riguardo, ottenendo così il grottesco risultato di accodarsi al medesimo gregge di capre che condanna e, per giunta, con lo stesso goffo tentativo con il quale pretenderebbe condannarlo.
Appartengono a questa schiera anche coloro (leggermente più furbetti!) che non scelgono il silenzio, ma dichiarano apertamente l’impossibilità di prendere posizione nei confronti dell’accaduto (il più delle volte deridendo o accusando chi si cimenta seriamente nel confronto con la speranza di capirci qualcosa in più, assolvendo così al proprio compito di uomo e di cittadino), vuoi in nome del rispetto per il dolore delle vittime, vuoi in nome del principio per cui qualunque opinione, al cospetto della complessità e della enormità dell’evento, non potrebbe che retrocedere immediatamente, una volta espressa, al rango di chiacchiera. Due posizioni, anche queste, che si confutano da sé: anzitutto perché, volenti o nolenti, posizioni anch’esse e, dunque, secondo quanto da loro sostenuto, irrispettose e ciarliere al pari di tutte le altre; ma anche perché – e non è cosa meno importante! – non si vede in che modo farsi un’idea in merito a una tragedia possa offendere le povere anime che ne sono state colpite (anzi, se si tratta di una buona idea, al massimo, più che offenderle, le onora!), così come non si capisce quale sia il grado di complessità al di sotto del quale ci sia consentito fare un’ipotesi o provare a fare il punto della situazione senza per ciò stesso essere tacciati di parlare tanto per parlare o scrivere tanto per scrivere: anche il più ignorante avrebbe, con la scarsità di mezzi a disposizione che gli compete, il diritto di dire la sua. E difatti è esattamente quello che accade quando gli adepti di questa “schiera del silenzio” si pronunciano. E per fortuna, verrebbe da dire: miracoli della democrazia!

C’è poi una seconda reazione, decisamente più “onesta”, anche se a parere del sottoscritto egualmente insostenibile: quella di chi lamenta la evidente disparità di attenzione mediatica dedicata ma soprattutto di cordoglio provato e manifestato dall’Occidente tra i fatti di Parigi e altre stragi di ugual portata avvenute fuori dal contesto euro-americano. In tantissimi hanno urlato alla parzialità con cui la commozione occidentale si è rivolta – o, si potrebbe dire, non si è rivolta − alla sofferenza di fratelli che, nonostante tutto, son pur sempre parte del consorzio umano e “meriterebbero” per questo di suscitare in noi la stessa mestizia e la stessa preoccupazione.

Ora, è senz’altro nobile richiamare al dolore di chi è distante da noi e non si contorce sotto i nostri occhi; è senz’altro degno di lode voler amare, come invitava a fare Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, «tutto il creato nel suo insieme e in ogni granello di sabbia», ma anche nella retorica “mondialista” del Je suis humain, che si contrapporrebbe a quella “europeista” e perciò “campanilista” del Je suis Paris si cela la logica svalutante e antigerarchica del postmoderno, che vuole, pur ammantandosi esteriormente di una sensibilità umanitaria più profonda e spiccata, far trionfare ancora una volta il caposaldo relativistico per cui ogni evento è parimenti degno rispetto agli altri.
In nome di una universalità astratta – “dobbiamo prenderci cura di tutto!” – si compromette la strutturalità dell’universo, che è la sua stessa concretezza (il fatto cioè che esso sia gerarchicamente ordinato), finendo per non prendersi cura di niente in particolare, dal momento che, in quanto esseri finiti e limitati, non possiamo che agire di volta in volta su ciò che ha la priorità rispetto al posto che occupiamo; rispetto alla situazione che in quel determinato momento incarniamo.
È opportuno in proposito fare un paio di osservazioni, che aiutino a un tempo a comprendere in che consista questo corto circuito in cui è incappata (e spesso incappa) l’opinione pubblica e perché sia giusto prenderne le distanze: una di ordine storico-politico e una, più importante, di ordine logico-morale.
Per quanto in Kenya e in Libano (stragi rilanciate dagli utenti “pour la humanité” − la prima delle quali, peraltro, risalente a sette mesi fa) un numero considerevole di persone abbia perso la vita a causa di attentati di matrice fondamentalista islamica, queste due tragedie non possono paragonarsi, per il valore storico e le conseguenze sul piano politico internazionale, a quella parigina; e ciò a prescindere dall’innegabile valore che la vita di ciascuna persona coinvolta, sia essa africana asiatica o europea, possiede. I fatti di Parigi sconvolgono maggiormente per una serie di buonissimi motivi: in primis, l’attentato è stato eseguito nei confronti dell’Occidente e della sua cultura e quindi la portata simbolica dell’evento differisce radicalmente da quella degli altri due; in secundis, va considerato che le ripercussioni belliche di un attacco terroristico a una grande potenza europea come la Francia saranno prevedibilmente più rilevanti ed estese rispetto a quelle che si determinerebbero se si colpisse qualunque altro paese non occidentale, e questo per le ragioni più disparate, che non occorre stare ad elencare. La prova di ciò la si ha sotto gli occhi, peraltro, ed è il repentino bombardamento di Raqqa da parte dell’esercito francese. E si potrebbe continuare a oltranza. Per questo, è perlomeno ingenuo stupirsi del fatto che questo evento – epocale a dir poco – susciti maggiore interesse, maggiore paura, maggior scandalo: ciò non c’entra davvero nulla con il valore delle vite umane!

Veniamo alla seconda osservazione, che sviluppa e approfondisce brevemente quanto si è detto quando si è accennato alla logica antigerarchica postmoderna: l’essere umano − la sua psiche, la sua sensibilità, quella che una certa tradizione filosofica chiamava la sua natura – è tale che, come accade per tutte le cose del mondo e dell’universo, si ponga in una relazione di tipo strutturale con l’altro da sé, con gli altri. Egli stesso è questa relazione: ce lo insegna la logica, che è sempre lì a ricordarci che siamo ciò che siamo perché ci distinguiamo da – e dunque entriamo in rapporto con − tutto il resto del mondo e che, soprattutto, esistono sempre delle determinazioni specifiche che fanno sì che le cose e le persone si distinguano e assumano ciascuna, perciò, a seconda dei casi, dignità e valori diversi che stanno tra loro secondo nessi di sovraordinazione e subordinazione.
Sfido uno degli utenti “pour la humanité” a piangere per un uomo buttatosi dal decimo piano di un palazzo in una città lontana centinaia di chilometri dalla loro più di quanto non farebbero per il loro vicino di casa o per il loro giornalaio di fiducia. Trovo altamente improbabile che lo facciano. Ciò è del tutto razionale, e non ha nulla a che vedere con una sensibilità “mutilata” o con una sorta di “miopia morale” dettata dall’egoismo, ma è anzi la testimonianza più immediata di come le nostre esistenze siano gerarchicamente ordinate. Lo diceva secoli fa, in modo molto più efficace di quanto sia in grado di fare il sottoscritto, l’arcinoto economista Adam Smith, in un passo della sua Teoria dei sentimenti morali che val davvero la pena riportare:

 «Supponiamo che il grande impero cinese, con tutte le sue miriadi di abitanti, fosse all’improvviso inghiottito da un terremoto, e pensiamo a come rimarrebbe colpito un europeo dotato di umanità, che non avesse alcun legame con quella parte del mondo, nel venire a sapere di questa terribile calamità. Credo che prima di tutto esprimerebbe con molto ardore la sua sofferenza per la sventura di quel popolo infelice; farebbe molte malinconiche riflessioni sulla precarietà della vita umana, e sulla vanità di tutti gli sforzi dell’uomo, che in un attimo possono venire annientati. Forse, se fosse un uomo incline alla speculazione, prenderebbe parte anche a svariati ragionamenti sugli effetti che il disastro potrebbe provocare sul commercio europeo, e sugli scambi e gli affari di tutto il mondo. E quando tutta questa raffinata filosofia fosse terminata, quando tutti questi sentimenti d’umanità fossero stati una buona volta espressi, tornerebbe ai suoi affari o al divertimento, riprenderebbe il suo riposo o il suo svago con lo stesso agio e tranquillità di prima, come se nessuna simile catastrofe fosse accaduta. Il minimo guaio che dovesse capitare a lui provocherebbe un disturbo più reale. Se sapesse di dover perdere il suo dito mignolo l’indomani, la notte non dormirebbe, ma, a patto che non li abbia mai visti, russerebbe profondamente e tranquillamente sulla rovina di cento milioni di suoi fratelli, e la distruzione di quell’immensa moltitudine gli sembrerebbe ovviamente un oggetto meno interessante della sua irrisoria disgrazia.»

È “filosoficamente” (il che vuol dire: razionalmente) ovvio che un dito mignolo non vale, dal punto di vista del “Tutto”, dell’universo, la vita di cento milioni di persone, ma nell’esempio estremo portato da Smith, più che questo si mette a tema il fatto che la vicinanza è elemento non trascurabile delle nostre valutazioni morali ed è anzi elemento importantissimo, perché ci consente di occuparci con successo anzitutto di ciò che, in quanto caro, caro perché vicino, caro perché in certo senso più “nostro” rispetto ad altro, ci sta a cuore; iniziando a risollevare le sorti del mondo proprio da quel caso singolo, concreto − universale nella sua particolarità perché parte costitutiva, come ogni particolare, dell’universo, che altro non è che l’insieme delle particolarità e delle loro relazioni.
Certo l’asceta, il santo, l’eroe sono in grado di astrarre dalla propria individualità empirica per salvare una comunità, un popolo, il mondo; ma questo sforzo è sensato solo in occasioni che lo richiedano davvero, e nel concreto, piuttosto che risolversi in un sacrificio, in un suo annullamento, esso mette capo al più glorioso compimento dell’individuo che decide di immolarsi.
Per cui ha tutte le ragioni l’Occidente di commuoversi per i suoi figli in misura maggiore rispetto a quanto non faccia o abbia fatto per i suoi fratelli, o cugini, o che sia: il diverso risuonare delle sue grida non è indice di insensibilità al dolore altrui, ma al contrario la prova che siamo ancora in grado di commuoverci per chi ci è più prossimo. Il che è un valore che va salvaguardato e messo al riparo dal depotenziamento cui va incontro quando si innescano dispositivi retorici come quello preso qui in considerazione, sempre più numerosi e diffusi.

Che mondo sarebbe quello segretamente sognato dagli utenti “pour la humanité”, in cui, di norma, piuttosto che preoccuparci per la delicata operazione che ci attende e che, in caso di fallimento, ci porterebbe via ai nostri cari, ai nostri figli, sottraendo loro l’educazione che noi, proprio noi, speravamo di dargli, e la gioia che noi, proprio noi con la nostra presenza, speravamo di assicurargli, ci mettessimo a rimuginare sulle sorti di milioni di altre sofferenze astratte, dimentichi di noi stessi e, quindi, del mondo intero – quello stesso mondo che i nostri figli dovranno abitare e forgiare?