di Claudio Davini

Come Madison, James Mill – padre di J. S. Mill – riteneva che il potere dello Stato potesse essere limitato soltanto a patto che se ne impedisse la concentrazione. In quale maniera, dunque, poteva essere contrastata la tendenza al monopolio dell’autorità? James Mill non scelse di percorrere la via costituzionale; propese, invece, per il parlamentarismo. A suo parere, il governo migliore non poteva che essere quello parlamentare: esso solo poteva consentire […] la rotazione e il legame/controllo tra interessi della società e interessi del governo, le sole sicure garanzie contro la tendenza naturale degli individui […] [ad] imporre agli altri la loro volontà per favorire i propri interessi. Perché tutto questo potesse esser garantito, l’estensione del suffragio veniva a rivestire un ruolo capitale – è allora in questo senso, come ricorda Nadia Urbinati, che l’esclusione dal diritto di voto delle donne appariva come una stridente contraddizione. Se infatti gli unici contrappesi al potere politico dei governanti erano la quantità dei votanti e il limite temporale del mandato politico, escluder metà della popolazione non si sarebbe rivelato un provvedimento controproducente? Nel contesto parlamentaristico considerato da James Mill, erano gli interessi, più che gli elettori, a domandar rappresentanza, e in particolare gli interessi della maggioranza che produceva ricchezza […].

Tuttavia, al contrario di Tocqueville e di suo figlio, James Mill non fu mai sfiorato dal pensiero che la maggioranza potesse divenir tirannica. J. S. Mill, invece, – nel saggio “Sulla libertà”, pubblicato nel 1859 –, considerò attentamente il suddetto problema. Secondo lui, nell’antichità, la lotta fra libertà ed autorità si esprimeva nel conflitto fra sudditi e governo: la libertà, invero, non si dava che nella salvaguardia dalla tirannia dei governanti. Il potere dei governanti era ritenuto sì necessario, ma anche molto pericoloso: l’autorità non si reggeva sul gradimento dei governati. Qual era dunque lo scopo dei cittadini? Limitare il potere del sovrano sulla comunità; come detto, la libertà non era che questa limitazione. E la si poteva perseguire in due maniere: o mediante l’acquisizione del riconoscimento di particolari immunità, chiamate […] diritti politici, la cui violazione sarebbe stata considerata un venir meno del sovrano ai propri doveri, e avrebbe giustificato una resistenza limitata o una ribellione generale; o mediante l’istituzione di limiti costituzionali. Con l’avanzar dei tempi – ricorda J. S. Mill – s’iniziò a pensare che non fosse una necessità naturale che i governanti dovessero costituire un potere indipendente; e che fosse necessario elegger magistrati dello Stato, revocabili a piacimento, come loro affidatari. Ma non era forse stato accordato un eccessivo rilievo alla limitazione del potere? Per questo, s’ebbe poi di mira l’identificazione fra governanti e popolo. Che l’interesse e la volontà della nazione coincidessero con l’interesse e la volontà dei governanti: era questo il nuovo obiettivo. Il potere dei governanti non sarebbe stato altro che il potere proprio della nazione; [e] la nazione non [avrebbe avuto] bisogno di essere protetta dalla sua stessa volontà. Quest’idea – afferma J. S. Mill – poteva sembrare un assioma quando il governo popolare era una cosa soltanto vagheggiata.

Col tempo, tuttavia, sorsero gli Stati Uniti d’America, una repubblica democratica che venne man mano ad imporsi come uno dei membri più potenti della comunità delle nazioni; e s’iniziò ad aver la sensazione che espressioni come “autogoverno” e “potere del popolo su se stesso” non esprimessero il vero stato delle cose, ché il popolo che esercita il potere non coincide sempre con il popolo su cui il potere viene esercitato, ché l’autogoverno di cui si parla non è il governo di ciascuno su se stesso, ma di tutti gli altri su ciascuno. In altre parole, ci si accorse che la volontà del popolo altro non era che la volontà della sua parte più numerosa: della maggioranza. Dunque, il popolo poteva desiderar d’opprimere una parte dei suoi membri: questa era – come J. S. Mill riconobbe – la più temibile insidia cui potesse esser soggetta una democrazia: la cosiddetta “Tirannia della Maggioranza”, espressione che il nostro pensatore aveva mutuato da A. de Tocqueville, il quale l’aveva impiegata per primo in “De la Démocratie en Amérique”.

Ma cosa s’intende per “Tirannia della Maggioranza”? Non già il dispotismo della maggioranza politica, quanto [la] tendenza della società a imporre, con mezzi diversi dalle sanzioni civili, le proprie idee e le proprie pratiche a coloro che dissentono da essa; od anche [la] tirannide dell’opinione e del sentimento prevalenti. Per dirla altrimenti, la “Tirannia della Maggioranza” non è che il soffocante giogo dell’opinione pubblica. Al contrario di quel che si potrebbe immaginare, essa non agisce per mezzo di sanzioni legali o civili; eppure lascia meno vie di fuga, in quanto penetra molto più in profondità nelle pieghe della vita quotidiana al punto da asservire l’anima stessa. J. S. Mill temeva moltissimo questo dispotismo, in quanto tendeva ad ostacolare il libero sviluppo dell’individuo e a prevenire qualsivoglia forma d’individualità non in armonia coi suoi schemi: condizioni fondamentali, queste, del ben–essere. Insomma, quando la società fa sì che gli individui che la costituiscono agiscano non come desiderano ma come si suppone che debbano agire, ecco, l’antica forza del despota è sostituita da una costrizione interna ancor più canicolare. Com’ebbe a dire Von Humboldt, non v’è felicità alcuna là dove viene impedito [lo] sviluppo umano nella sua più ricca diversità.