di Matteo Mollisi

Quando l’illuminismo sbarcò nei salotti intellettuali d’occidente, le menti eccelse fecero subito festa. Niente più superstizioni e ipse dixit, finalmente. Niente più saperi acritici e irrazionalismo: l’evoluzione della cultura era ormai cosa fatta, il progresso inevitabile. L’uomo si sarebbe finalmente riappropriato di ciò che più gli appartiene, la ragione, e con essa avrebbe scacciato le tenebre, avrebbe spento le fiamme, sarebbe uscito dallo stato di minorità. E l’illuminismo diventò, in un certo senso, una promessa per tutti, poiché tutti gli uomini possiedono la ragione, e tutti possono esercitarne l’uso. Tutti si apprestavano a dire la propria, poiché tutti potevano, poiché tutti uomini, e dunque tutti uguali. La macchina razionalistica dell’occidente democratico, relativista ed egualitarista era stata varata, l’uomo liberato.

Tutto molto bello, viene da dire. Peccato che il corretto uso della ragione presupponga il criticismo, e il criticismo si eserciti col dubbio, e il dubbio costi, laceri. Non in molti sono in grado di sostenere il peso del dubbio: già Cartesio, maestro di scetticismo, affermava che, nonostante tutti posseggano un certo buonsenso razionale, crearsi un metodo sia roba da pochi. Di Voltaire e di Kant non ne nascono molti, ma ormai la promessa era stata fatta, e i molti la rivendicavano. La storia del moderno occidente si configura come storia dello scetticismo, poiché fu proprio lo scetticismo la conseguenza della promessa illuministica: ogni opinione diventa legittima, ogni uomo ha la ragione, ogni uomo può avere ragione, la verità appartiene a tutti. Ma quale verità?

Non sorprende, dunque, che l’avvento dell’idea imposta per eccellenza, quella dei totalitarismi, sia stato interpretato come la normale conseguenza del degenero di questa libertà di pensiero, della perdita di valore delle idee stesse. In uno dei testi più lucidi del novecento, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, Emmanuel Levinas parla del “pensiero che diventa gioco”, dello “scetticismo che è possibilità fondamentale della civiltà occidentale”, della “libertà nella quale l’uomo si compiace”. In un contesto in cui ogni idea vale, nessuna idea vale, e l’idea che si sa imporre ha la strada spianata. Nello specifico, Levinas sottolinea come l’hitlerismo, sull’onda nietzschiana, abbia saputo far riscoprire il valore della corporeità, dimenticato nell’occidente fin dai tempi di Socrate e dell’auriga platonico. Doppia aggravante per l’occidente, e doppio scacco: la ragione liberatrice è diventata schiava di se stessa, per mezzo di ciò che aveva rifiutato. Ha costruito le premesse e la struttura della propria implosione.

Dire che la riflessione di Levinas sia attuale è sbagliato. Sarebbe più giusto dire che è iper-attuale, dove iper- non sta per un roboante prefisso rafforzativo, ma sta ad indicare il processo di sintesi storica che ha coinvolto lo scetticismo rassicurante. I totalitarismi sono stati per esso antitesi, e una volta sconfitti, il contesto invalidante e nichilista che li aveva gestati si è riproposto, rafforzato e rinnovato. L’occidente pseudo-illuminista 2.0 è innervato di uno scetticismo più comodo che mai, la soggettività è ormai irrimediabilmente incondizionata. La libertà di pensiero è il dogma assoluto e fondamentale, ma nulla è costruito su di essa: è la condicio sine qua non fine a se stessa di una civiltà nella quale tutti si preoccupano di legittimare ogni opinione, senza che nessuna di esse abbia valore. Lo stereotipo dello scetticismo cartesiano, scomodo e lacerante, non ha più ragione d’esserci: esso deve lasciare il posto alla concreta realtà dello scetticismo rassicurante, in cui nessuno deve più fare lo sforzo di pensare: perché sforzarsi di raggiungere la verità, perché dubitare? La mia opinione vale a prescindere. La sovrastruttura democratica ha creato un mondo beato in cui ognuno può credersi protagonista con il minimo sforzo. È l’occidente in cui il voto di un economista, di un magistrato, di un accademico vale quanto quello di un analfabeta, l’occidente in cui l’arte non sa più cosa sia la bellezza: ma l’artista è libero di creare, poiché la soggettività è tutto ciò che conta, e dunque tutti possono essere artisti. Peccato che in questo modo nessuno lo sia.