Oggi più che mai si mette in luce il valore del successo, quello per cui tutti sanno chi sei e non fanno che parlare di ciò che fai. Perlopiù, questo apprezzamento comune della notorietà è qualcosa di meramente formale: non si afferma – accanto alla celebrità – il legame con la ragione per cui si dovrebbe diventare celebri: non si dice che essa ha senso solamente se vi è un contenuto da rendere noto. L’importante è farsi conoscere, ma in pochi si accorgono che se non vi è qualcosa di significativo da mostrare, allora tutta quella trafila di chiacchiere e giornali e fotografi è una cosa che non ha merito alcuno, e non è nemmeno auspicabile perché non ci renderà felici. Come il successo ha senso? Unicamente come mezzo di trasmissione di valori.

E se non lo si pensasse in questi termini? Ci hanno pensato due grandi – vissuti a più di 2000 anni di distanza – ad ammonirci sulle conseguenze nefaste della notorietà. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, analizzando il percorso che conduce alla felicità e che non può essere dato qualunque cosa si faccia – percorso che abbisogna di conoscenza e fatica –ci mette subito in riga sulla ricchezza. Spesso infatti, nel pensare alla vita di successo, associamo ad essa la ricchezza che ne deriva e magari per questo pensiamo che quello abbia un gran valore. Ma Aristotele ci dice, a ragione, che

non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa, infatti, ha valore solo in quanto ‘utile’, cioè in funzione di altro

cioè che certamente è buona quando mediante essa riusciamo a realizzarci, ma appunto, se non sappiamo cosa significhi realizzarci – essere felici – essa sarà, ai fini del nostro benessere, assolutamente inutile. Prende poi in esame la vita che ha per scopo gli onori pubblici. Gli onori pubblici già impongono un contenuto, poiché ciò che si ricerca in quel riconoscimento della comunità è il riconoscimento della propria virtù. E così non chiunque ne sarebbe meritevole. Ma nemmeno questo basta: infatti, che accadrebbe se d’un tratto, seppur immeritatamente, venisse meno quel pubblico supporto? O se per una qualche ragione sbagliassimo qualcosa e per un periodo fossimo al di sotto delle nostre capacità? La nostra ragion d’essere verrebbe meno e ne saremmo schiacciati. Il nostro fine deve essere autosufficiente.

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Per Aristotele la ricchezza, e dunque il successo, doveva sempre e solo rimanere mezzo per qualcos’altro, e mai fine ultimo dell’agire

David Foster Wallace, nel suo mastodontico romanzo Infinite Jest, racconta di un’accademia di tennis, nella quale sin dalla tenera età dei ragazzini vengono educati e portati a livelli agonistici altissimi. I più fortunati finiranno nello Show. Lo Show è il momento culmine della propria carriera, l’essere tennista famoso in tutto il mondo. Ma gli allenatori sanno bene che tutta l’adolescenza dei loro allievi, spesa a scalare classifiche e contrassegnata da sponsor che cercano continuamente di accaparrarseli, e lo Show, per chi lo raggiungerà, sono quanto più distruttivo per chi non è pronto ad affrontare tutto ciò. «La nostra filosofia e quella di Schtitt – racconta una delle insegnanti – dice che devi anche sapere […] che sei condannato se non hai dentro di te la capacità di trascendere lo scopo finale [lo Show], trascendere il successo del migliore, se arrivi a esserlo. […] Perché se raggiungi il tuo scopo e non riesci a trovare il modo di trascendere l’esperienza che quello scopo raggiunto sia tutta la tua esistenza, la tua raison de faire, allora, dopo, succederà una delle due cose che vedremo».

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La monumentale opera di Wallace

La prima cosa è che capisci che la notorietà non ti dà nulla di più di quanto non avessi prima, «non ti completa e non ti redime, non rende la tua vita un successo come la tua cultura ti aveva insegnato a pensare», ma per chi non se lo aspettava, è così drammatico da condurre ai gesti più estremi. La seconda – l’altra catastrofe – è che una volta raggiunto il successo, «mettono nella celebrazione del loro successo la stessa passione che avevano messo nel cercare tale successo. […] Diventano celebrità invece di giocatori, e poiché sono celebrità solo finché soddisfano la fame della cultura-dello-scopo per il farcela, per il vincere, sono condannati, perché non si può celebrare e soffrire, e il gioco è sempre sofferenza». Nel primo caso soffrono perché si accorgono che il loro scopo, ciò per cui si sono affannati anni, non vale la felicità; nel secondo, presi dall’euforia della notorietà, dimenticano la virtù grazie alla quale sono giunti a quel punto, e, smettendo di fare bene il proprio sport, cadranno insieme al riconoscimento agognato.

Sembra, insomma, che la notorietà non debba mai essere il fine. Se questa sarà il nostro chiodo fisso, mano a mano ci distruggerà. Quello che Aristotele chiama autosufficienza, e Wallace, il mondo dentro di te, e che solo può far felici, è la nostra consapevolezza e l’apprezzamento per ciò che siamo diventati e cosa vogliamo diventare: dobbiamo muovere verso ciò che vale, e solo questo scopo – quello meritevole e incapace di sprofondare – amare e pretendere. Ma, anche in questo caso, quel che importa è il contenuto: non si tratta affatto di fingere che gli altri non ci siano o di diventare ‘egoisti’, come vorrebbero le affermazioni di quegli psicologi-motivatori di poco conto – siamo sempre in relazione ad altri e responsabili di quelle stesse relazioni; si tratta invece di capire che solo se quel contenuto è buono ci renderà felici. Si tratta di amare le cose giuste. Tutto ciò che non vale nulla, prima o poi, ci si ritorce contro e ci allontana dal benessere. Proprio come a chi crede, nel senso nefasto di cui si è trattato, alla celebrità.