di Lorenzo Di Anselmo

Snake è uno dei più diffusi giochi per i cellulari. Il suo scopo è quello di allungare sempre di più il serpente, facendogli mangiare tutto ciò che il display mette a disposizione, così che possa procrearsi autonomamente. Il divertimento prosegue finché il muso del serpente non si scontra con degli ostacoli oppure quando, in un diabolico vortice divoratore, il serpente mangia la sua stessa coda. Come se fosse diventata ingombrante e il serpente dovesse privarsene.

Quella del serpente che si mangia la coda è un’ immagine di cui si serve persino Nietzsche per spiegare il concetto dell’eterno ritorno: il “serpente nero” presente in “Così parlò Zarathustra”, infatti, è il simbolo della ciclicità del tempo, del suo farsi e disfarsi. E’ l’emblema della morte e della vita che risorge, che si trasforma e si ricrea: è l’infinito che rotola nel tempo e nello spazio indeterminato. Per il filosofo tedesco, significa ammettere che tutto è destinato a ripetersi, in un universo in divenire che è insieme creazione e distruzione: “non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta?” si domanda Nietzsche. Il serpente nero in questione allude forse all’uroboro, il serpente che si morde la coda presente già nella cultura degli antichi Egizi. Orapollo, scrittore egiziano del IV-V sec. d.C., lo utilizza per spiegare l’andamento del mondo, affermando che il tempo “faccendo ogn’anno mutamento nel mondo, diviene giovane”. Di nuovo il serpente come manifesto di evoluzione e perenne trasformazione. Una rappresentazione positiva, che pullula e s’alimenta di vita.

Eppure, un animale che si nutre del suo stesso corpo non è proprio una simbologia idilliaca. Accanto a ciò che si genera, c’è qualcos’altro che scompare e si decompone. Pertanto, il nuovo è davvero migliore del vecchio che ha sostituito? Ciò che distrugge, è sempre preferibile rispetto a ciò che viene distrutto? Così, traslando il “tutto si trasforma” della chimica in ambito storico, si va incontro ad amare sorprese. La Rivoluzione Francese costituisce uno degli episodi più importanti (e contraddittori) dell’intera storia degli uomini. Essa conobbe diverse fasi, di cui la più intensa e pregna di contenuto ideologico fu certamente quella del 1792-1794, quella radicale dei giacobini, ormai irrimediabilmente degenerata rispetto ai moderati principi originari. Proprio per questo, vi si opposero i padri della rivoluzione, quelli che volevano soltanto abbattere la tirannia del re e i privilegi dell’aristocrazia e che pertanto temevano una svolta democratico-popolare. Proprio quella svolta che finirà per condannarli e ghigliottinarli senza pietà. Non è forse questo un serpente che si mangia la coda? Non è questo un processo storico che fa i conti con se stesso e rinnega le sue origini?

Destino analogo a quello toccato ai seguaci del primo fascismo, che ne rimasero delusi quando esso si trasformò in un regime totalitario; o a tutti i patrioti italiani che si sentirono traditi da Napoleone quando capirono che la sua avanzata rappresentava una vera e propria occupazione militare. Una storia ciclica, insomma, ma non per questo meno spietata. Una storia che continuamente fallisce, si auto-condanna e poi temerariamente si ripropone, nonostante l’impossibilità di compiere un cammino coerente, a cui molto spesso, più che i rigorismi ideologici, si sommano interessi, compromessi, esigenze sopravvenute. Tutto, probabilmente, sorge per poi tramontare e ripetersi infinite volte. Anche i sentimenti delle persone sono destinati ad allontanarsi e riproporsi, senza che gli uomini possano opporsi ai loro variabili andamenti. Erri De Luca, nel suo libro “Tu, mio” scrive: “capita così anche a te, al culmine di una felicità di accorgerti che c’era già stata prima e che questo è un ritorno?”. Ma il ritorno è come un ricordo, non è scontato che si ripresenti sempre uguale: potrebbe essere affievolito o consumato e risultare estraneo persino a noi stessi che pure l’abbiamo invocato. Forse è davvero questa la sorte a cui la natura e la storia condanna l’umanità: un continuo ciclo evolutivo, un cerchio che si apre e si chiude avidamente, un destino, chissà, già segnato, che aspetta solo d’essere vissuto.

Perché neppure il serpente di Snake può crescere in eterno e dovrà accontentarsi, prima o poi, di ricominciare.