di Filippo Lusiani

Da diversi anni, in particolare dopo la pubblicazione de La Consulenza Filosofica di Gerd Achenbach, sembra essersi sviluppato un nuovo modo di intendere il filosofare, un modo apparentemente più concreto e vicino alla vita di tutti i giorni, il quale nasconde tuttavia una problematicità che non deve essere assolutamente esentata da un’attenta analisi critica. Obiettivo fondamentale della ‘consulenza filosofica’ è quello di restituire alla Filosofia una propria dimensione pratica, svalutando il pregiudizio quantomai diffuso che essa sia solamente un’attività contemplativa in cui pochi eletti si radunano a discutere sterilmente sopra tematiche astratte e lontane dalla realtà, e mostrandone invece la valenza più concreta ed esistenziale che può assumere nella vita dell’uomo.
È evidente che tale proposito nasca dalla necessità di liberare l’attività filosofica dalla prigione in cui si trova, ovvero da quella stratificazione di stereotipi che nell’immaginario comune rappresentano la più radicata – e spesso l’unica – idea di filosofia. Si tratta di un intento nobile e avveduto, di una pars destruens necessaria a modificare quella che è la realtà dei fatti, la quale viene però seguita da un tentativo piuttosto infelice di creare una nuova prospettiva. La consulenza vuole infatti caratterizzarsi ed affermarsi come una pratica terapeutica che si rivolge ad una determinata categoria di persone, differenziandosi però da ogni forma di psicoterapia ed eliminando il rapporto curante-paziente tipico dell’approccio medico o psicanalitico, favorendo invece lo sviluppo di un dialogo filosofico tra l’esperto e il consultante, il quale espone le sue difficoltà e viene accompagnato in un percorso di riscoperta di sé all’interno della propria visione del mondo. In poche parole essa costituirebbe una pratica concreta volta ad assistere degli individui che hanno bisogno di confrontarsi dialogicamente per ritrovare un senso al proprio esistere, e che vengono trattati dal consulente non come dei malati ai quali si offre una soluzione o una cura (per costoro vi sono psicologi e psichiatri), ma come persone con le quali intraprendere un cammino di reciproca crescita.

Cerchiamo di fare chiarezza. Innanzitutto la prima reazione generata da tale proposta è quella di sospettare che la consulenza sia nata principalmente per creare uno spazio ben definito all’interno del mercato del lavoro, uno spazio volto a collocare i laureati in Filosofia che non intendono intraprendere una carriera per così dire ‘accademica’.
In secondo luogo, entrando più nello specifico e presupponendo di accettare e promuovere la consulenza, sembra difficile ritenere valida una pratica che propone a chi ne usufruisce di essere seguito da un professionista che al contempo non vuole porsi come superiore. Chiaramente si vuole evitare un approccio curante-paziente, ma se non vi è uno scarto tra i due individui coinvolti è difficile mettersi nella condizioni di ricevere un aiuto; anche in una discussione con un buon amico o con un familiare il confronto e la persuasione procedono con l’obiettivo di convincere l’interlocutore di che cosa sia giusto e bene fare in una determinata circostanza.
Oltre a queste considerazioni, il problema principale è che la Filosofia non può essere delimitata ad una pratica ristretta rivolta ad un piccolo numero di persone. La consulenza filosofica può certo rivelarsi una prospettiva interessante, ma il dubbio è che possa creare più danni che benefici. Essa infatti nasce con l’obiettivo di eliminare lo stereotipo che vuole la Filosofia come una disciplina astratta e inutile, ma nel tentativo di raggiungere il suo scopo rischia fortemente di sostituire questo pregiudizio con un altro: Filosofia come pratica sì concreta, ma al contempo ridotta a svolgere un ruolo marginale nella società, coinvolgendo pochi individui e fomentando infine un’idea che – se è diversa da quella di partenza – rimane comunque lontana dal sentire comune e dalla vita della maggior parte degli individui.

La Filosofia è presente e agente continuamente nel quotidiano vivere umano, in quanto imprescindibile per l’agire, il pensare e il conoscere, che in fondo non sono altro che un’unica espressione di ciò che l’uomo è nel suo più radicale manifestarsi. Se questa fosse l’idea più diffusa si potrebbe definitivamente appendere al muro quel potente pregiudizio già citato in precedenza: la consulenza allora (propriamente rivista) avrebbe un significato completamente diverso, poiché risulterebbe solo una delle infinite facce di quella che sarebbe la pratica filosofica.
Sembra una proposta quasi utopistica, ma si badi bene che si tratta di una necessità intrinseca all’essere umano, il quale non deve far altro che prenderne consapevolezza e – in un’epoca in cui pare più difficile farlo – imparare a conoscersi.