La società del ventunesimo secolo vuole un uomo scisso, spersonalizzato, efficiente e produttivo, che sappia dividersi e diversificare sé stesso in ogni ambito della propria vita. Vuole cittadini che rispettino formalmente la legge in pubblico e poi possano fare ciò che passa loro per la testa non appena si trovano nella sfera privata. Pretende uomini di potere in grado di separare – come sfortunatamente già incitava Max Weber – la prassi economico-politica dall’etica senza esitare minimamente. Chiede medici rapidi e distaccati che curino il corpo di un paziente come se questo fosse tutt’altro dalla sua anima o coscienza che dir si voglia. Abbisogna di scienziati che approfondiscano ciecamente il loro ristretto campo di ricerca senza dubitare che possa esistere una prospettiva più ampia, e filosofi che si occupino di cose astratte. Cerca professori che diano in pasto agli studenti programmi rilegati e preconfezionati da imparare a memoria limitandosi a questo, perché sarebbe disdicevole se essi colmassero di contenuto ciò che insegnano. In poche parole questa società richiede uomini che badino esclusivamente al loro ambito pensandolo come scisso da tutto il resto, accantonando sistematicamente una parte di sé in base alla situazione o al luogo in cui si trovano.

Trasparenza, imparzialità e professionalità sono diventate ormai parole vuote, fondamenta che non hanno più nulla da sorreggere.

Non si sta qui affermando che sia sbagliato suddividere le mansioni all’interno di una società, e nemmeno che la stessa persona non possa comportarsi in modo diverso a casa e al lavoro. Si vuole invece mettere in chiaro che essere parte di qualcosa perde fortemente di senso qualora non si abbia la lungimiranza di guardare al tutto a cui si partecipa. L’essere umano è per sua natura unitario, l’unità nell’unità che la realtà costituisce. È quindi erroneo e anche controproducente chiedere all’uomo di vivere in scissione con sé stesso: quando si esercita la propria professione non si dimentichi ciò in cui si crede, quando si compie un’azione non si finga che essa sia slegata da quelle altrui, quando si prende una decisione non si separino ragione e sentimenti. A tal proposito sono illuminanti le parole di Hannah Arendt nel saggio Sulla Violenza, dove la filosofa mostra come non si possa verificare nessun pensare razionale se non si è “commossi” o toccati emotivamente e viceversa. La pura razionalità sterile e burocratica non ha posto nell’individuo, così come il cieco istinto. L’essere umano è un insieme di forze, influenze, ricordi, determinazioni e valori che hanno bisogno di essere ordinati e composti in modo unitario. Ammucchiarli indistintamente o al contrario spezzarli l’uno dall’altro porta a sentirsi incapaci di reagire alla propria vita, finendo totalmente in balìa di essa: è questa la patologia dell’ultimo secolo, una malattia che rischia – a lungo andare – di diventare incurabile.

Sintomatico di questo processo, a parere di chi scrive, è che il recente referendum del 4 dicembre si sia concluso senza vincitori, proprio perché ha dimostrato come il popolo non sia correttamente e pienamente interessato e coinvolto nella vita politica del Paese. Se su un fronte la leadership carismatica è risultata essere non all’altezza, sull’altro la frammentazione e la mancanza di dialogo si sono rivelate addirittura peggiori: l’assenza di una terza via perciò ha sancito e sancisce un grosso fallimento. A tal proposito la scissione tra pubblico e privato comporta anche questa partecipazione saltuaria e incostante delle persone alle sorti della propria società, che genera ricadute negative sulla stessa democrazia. Democrazia che invece trova la propria realizzazione in un processo continuo basato sul confronto e sul riconoscimento del legame presente tra la singola esistenza di ognuno e la composizione di una stabile e sana comunità politica, economica, sociale e culturale, in cui ogni aspetto non viene separato dal resto ma si pone in relazione a tutti gli altri. Prospettiva, questa, che al momento pare poco probabile, ma che costituisce l’unico antidoto ai mali del nostro tempo.