Diceva Flaubert “noi abbiamo troppe cose e non abbastanza forme”. Forse voleva dire che c’è qualcosa che contraddistingue l’uomo da qualsiasi altro essere umano, ovvero, il linguaggio. Ma cosa avrà voluto dire parlando nello stesso momento di “forme” e “cose che possediamo”?  In merito si potrebbe fare un ragionamento riguardo a ciò che è stato nella storia nel pensiero filosofico contemporaneo richiamando alla mente Wittgenstein. Quel pensiero riposto all’interno del “Tractatus logico-philosophicus“, o quello del secondo Wittgenstein, riposto ne “Le ricerche filosofiche“.  Per trovare un collegamento tra ciò che esprime Flaubert e il linguaggio, bisogna infatti soffermarsi su ciò che evidenzia il pensiero del primo Wittgenstein. Ovvero ciò che attraverso il Tractatus vuole dirci del linguaggio come mezzo di espressione del pensiero umano, attraverso quella che lo stesso Wittgenstein chiamerà “teoria raffigurativa del linguaggio“.  Secondo questa teoria il mondo è una totalità di fatti e il linguaggio è una totalità di proposizioni che rappresentano fatti, in una compenetrazione tra la realtà, strutturata dai fatti, e il linguaggio, strutturato dalle parole. A ogni fatto, elemento della realtà, corrisponde una parola che lo nomina, elemento del linguaggio.

Wittgenstein parla dei limiti che il linguaggio, soggetto per soggetto, possa avere. Ogni uomo, dice, è il soggetto del proprio mondo individuale delimitato dal proprio linguaggio. Dunque se il linguaggio è la rappresentazione del pensiero dell’uomo il linguaggio diventa ciò che delimita il mondo individuale, un differenziale unico. Nel Novecento attraverso Wittgenstein ma ancora di più con le tesi di Heidegger, il linguaggio diventa qualcosa da cui dipende sin dall’inizio della vita lo sviluppo dell’intelligenza umana. Non più un’ottica della filosofia in cui il linguaggio è una forma analitica del pensiero ma un’ottica in cui il linguaggio è la condizione originaria dell’umano come qualcosa che costituisce la quotidianità dell’individuo. Wittgenstein analizza così nelle “ricerche filosofiche” la molteplicità di usi che l’individuo utilizza nel linguaggio. Non vi è più una struttura oggettiva del linguaggio (logico-formale) ma un utilizzo soggettivo dello stesso. Utilizzo che dipende dal mondo che ogni individuo ha delimitato con il proprio linguaggio.  Dunque, analizzando il legame che esiste tra pensiero, realtà e linguaggio andrebbe anche esaminato l’aspetto negativo che il linguaggio potrebbe assumere. Infatti non è soltanto un mezzo di comunicazione attraverso il quale il pensiero prende una forma oggettiva e concreta con il quale gli individui dialogano tra loro. Potrebbe rappresentare  anche uno strumento coercitivo nei confronti di un ipotetico “altro”. Un burattinaio che controlla i movimenti del suo burattino, o il pensiero dell’individuo fino a plasmarne la coscienza.

Si è parlato tanto della cattiva influenza dei mass media nei confronti delle nuove generazioni. Ma non si sono fino in fondo analizzati i legami che esistono tra chi emette un messaggio e gli stessi mass media che utilizzano selvaggiamente tutti gli strumenti della propaganda. Si vedano a tal proposito i legami consolidati tra politica e  comunicazione, legami che agiscono all’interno di un sistema di potere costituito. Ma allora che cosa può rappresentare il nuovo?, il cambiamento? Come si può passare dal teorizzare al manifestare? Questo è proprio ciò che Camus teorizzò come “rivolta storica”, come evoluzione di una componente ideologica. Questa rivolta, questo cambiamento, in cosa può essere identificato? in quale azione? Nello spegnere una televisione che bombarda per addomesticare il pensiero? Nel chiudere un giornale che fa soltanto informazione mirata? Essere contro le “dicerie” di un politico che racconta solo concetti-luoghi comuni? Ma forse tutto ciò potrebbe rappresentare soltanto un’altra faccia della medaglia. Un’ altro modo per non pensare.  La questione è qual’è l’importanza che il linguaggio assume nella quotidianità. Qual è quel linguaggio che dovrebbe rappresentare un pensiero un’intelligenza, una coscienza critica tale da permettere all’uomo di de-costruire la realtà che continuamente è in divenire dinanzi a sé! Il linguaggio è potere, e nei molteplici utilizzi che se ne fa può essere compresa la volontà di un uomo.