di Gabriele Zuppa

«L’umanità non guarda con diffidenza se non coloro che inquietano la banale esistenza alla quale tutti si rassegnano».
(N. Gómez Dávila, Notas)

“La vita dipende dai punti di vista, da dove la si guarda”: così recita a un dipresso un recente spot per Sky Cinema. Questo in definitiva lo slogan degli ultimi due secoli, sulla bocca dei filosofi prima, sulla bocca di chiunque poi. Uno spettacolo in mondovisione, un vero e proprio dramma – poiché intorno a questo errore hanno ruotato e ruotano le nostre vite.
La vita, se non è qualcosa fuori dall’insieme degli sguardi, è l’insieme degli sguardi; sì che non ha senso dire che l’insieme degli sguardi dipende dall’insieme degli sguardi, perché l’insieme degli sguardi non è guardato da altri sguardi, altrimenti non sarebbe l’insieme che dice di essere (quello degli sguardi). La vita quindi è quell’insieme, e quell’insieme non dipende da nulla. Detto altrimenti: la vita è uno spettacolo di relazioni, ma questo spettacolo non è relativo. Cavilli filosofici? Magari.

Perché questo modo di pensare ha significato che la vita è come la si veda, qualsiasi cosa di essa si veda. Ma che la vita contenga tutti questi sguardi non implica – come i miopi postmoderni blaterano – che gli sguardi vedano tutti alla stessa maniera. Per esempio, allo sguardo che veda la vita, dipendere dai punti di vista, manca qualche diottria, mentre quello che creda che la vista di 12 diottrie sia la stessa di quella di 9 è uno sguardo che è prossimo alla cecità.
Così, credendo che lo spettacolo della vita fosse lo stesso da qualsiasi posto a sedere, nessuno si è più premurato di cambiare il suo posto, di cercarsene uno di migliore: molti, moltissimi non sono neppure entrati in sala.
Ma questo immobilismo non ha ostacolato la frenesia spasmodica che riscontriamo. Nel nostro posticino ne combiniamo di tutti i colori: tutte le sfumature di grigio che conosciamo le percorriamo tutte. Popcorn, whatsapp, coca cola, ciuccetti, patatine fritte, coscette di pollo fritte, aria fritta (soprattutto), ecc. Di quel che conosciamo non ci facciamo mancare nulla. E intanto lo spettacolo lo perdiamo. Al climax non ci si arriva mai, perché ci si è persa tutta la preparazione; se per sbaglio qualcosa ci giunge, subito si fa il necessario per spezzare la sensazione: tanto siamo turbati dal sentire qualcosa!

Ma abbandoniamo la metafora e torniamo ai “cavilli”, al secondo. Con questa ormai celebre citazione della Arendt, che è ottima fenomenologia e assai significativa: «Oggi è raro incontrare persone che credano di possedere la verità; ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione». La vita dipende, sì, certo, come no?! Dipende, così che ci lascino in pace a fare ciò che ci pare.
Assai significativa lo è perché mostra cosa abbia significato la retorica dell’assenza della verità: non ha evitato la stolta pretesa di imporsi, di imporre quel che ci pare – come sperava la parte buonista dei postmoderni –, ma ha dispensato dalla briga di dare ragione. Quindi, in ultima analisi, il risultato è ancora una stolta volontà di imposizione, ma potenziata, spudorata. Detto altrimenti: la vita è relativa, la vita è quel che vedo io. La formula della nefandezza con buon coscienza.

L’assurdo è che questi ignoranti (postmoderni) – una parola specifica sia qui detta per intellettuali e  accademici – non solo si sbagliano teoreticamente su tutto, ma anche storicamente. Siamo così al terzo “cavillo”, quello erudito. Infatti la bestia nera per antonomasia dalla quale guardasi bene sarebbe il paladino della Ragione e della Verità (beninteso, quella con la “V maiuscola” – dicono, raggiungendo la loro massima capacità argomentativa), ovvero Hegel. Il quale, a leggerlo anche sbadatamente, ovunque non solo non ha la pretesa di imporre checchessia, ma afferma per di più che la filosofia non ha punto a che fare con il “dover essere”.
Lo si legga – in un passaggio tra gli altri – e si faccia una risata della farsa nella quale ci hanno fatto crescere: «La separazione della Realtà dall’Idea è però cara specialmente all’intelletto, il quale considera i sogni delle sue astrazioni come qualcosa di vero e se ne va tronfio del proprio Dover-essere, volentieri prescrivendolo anche e soprattutto nel campo politico; qui è come se il mondo non avesse atteso che i precetti dell’intelletto per apprendere come ‘dovrebbe’ essere, ma non è ancora: infatti, se il mondo fosse come dovrebbe essere, che ne sarebbe della saccenteria del Dover-essere?».
Vediamo così poco che neppure immaginiamo quanto siamo osceni.