di Matteo Mollisi

François Marie Arouet, a tratti, sembra rivelare un intrinseco agio nella parte che potremmo definire di colui che è irritato dalla vacuità e dall’ampollosa inconcludenza di molte dissertazioni filosofiche, esattamente come certe pagine Facebook di oggi si fanno carico di questa insofferenza nei confronti del sapere astratto e pretenzioso e sparano a zero, con tutto il sarcasmo che hanno in corpo, sui dogmi altisonanti delle più alte menti, o presunte tali, e sulle loro pretese di racchiudere entro sentenze magniloquenti i meccanismi di questo mondo. Ed effettivamente, Gottfried von Leibniz, in virtù della sua celebre affermazione “viviamo nel migliore dei mondi possibili”, è esposto e non poco. E proprio Leibniz è il bersaglio privilegiato delle burle di François, del sarcastico François che se oggi avesse una pagina Facebook farebbe non pochi likes ironizzando a raffica sul “migliore dei mondi possibili”, canzonando il finalismo giustificazionista e la scriteriata applicazione della ragion sufficiente.

In effetti, oggi farsi due risate sul finalismo leibniziano appare più che legittimo. La prospettiva finalistica è oggi ampiamente superata. Da uno spirito lucido e di indole dissacratoria, che abbia oggi a che fare con Leibniz, ci aspetteremmo tutto questo. Ci aspetteremmo, che, nel caso, l’indole dissacratoria lo porti ad avere un certo talento per la satira, che in un breve racconto di meno di cento pagine tratteggi l’esilarante figura del maestro Pangloss (letteralmente tutto lingua), dicendo su di lui cose del tipo: “insegnava la metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia. Egli dimostrava mirabilmente che non c’è effetto senza causa, e che in questo migliore dei mondi possibili… è provato, diceva, che le cose non potrebbero andare altrimenti: essendo tutto quanto creato in vista di un fine, tutto è necessariamente inteso al fine migliore. I nasi, notate, son fatti per reggere gli occhiali: e noi infatti abbiamo gli occhiali… Ne consegue che coloro i quali hanno affermato che tutto va bene, han detto una castroneria. Bisognava dire che meglio di così non potrebbe andare”. E giù di risate pensando ad un maestro, che sarebbe naturalmente Leibniz, che difende il finalismo spiegando che i nasi sono fatti per reggere gli occhiali.
Oggi, da questo ipotetico François, ci aspetteremmo tutto questo. Il fatto che si stia parlando di François Marie Arouet meglio conosciuto come Voltaire nonché patriarca dell’Illuminismo e della sua opera più nota, il Candido, opera con la quale più o meno tutte le principali menti dal 1759 in avanti si sono dovute confrontare, e che fino al secolo scorso figurava sull’indice dei libri proibiti dalla Chiesa, è quantomeno curioso. E può forse dirci qualcosa in più su Voltaire, l’Illuminismo,  e soprattutto sulla filosofia.

Per spiegare il “fenomeno Candido”, ovvero come un breve racconto di meno di cento pagine abbia avuto una così rilevante influenza sul pensiero occidentale, è stato posto l’accento su svariati fattori. In primis, il binomio realismo-sarcasmo: Voltaire scriveva pochi anni dopo il celebre terremoto di Lisbona, passato alla storia come l’emblema di tutto quel male superfluo che una prospettiva come quella di Leibniz, o come quella altrettanto ottimistica, seppur differente, di Rousseau, non riescono a spiegare. Proprio Rousseau si sentì in dovere di scagliarsi contro una visione così disillusa come quella che emergeva dal Candido. E Voltaire fu inoltre accusato di ferocia oltre che di ridere dei mali del mondo, sia da Stendhal che dalla De Stael.

In effetti, il Candido si configura, più che come una vera e propria struttura narrativa, quasi come una fredda enumerazione delle disgrazie dell’umanità (tra le quali rientra il terremoto di Lisbona, ma non mancano pestilenze, guerre, dissidi amorosi…), nella quale la freddezza è data dal meccanico contrasto con le assurde spiegazioni di queste disgrazie fornite da Pangloss al giovane e inesperto Candido. Il Candido, a ben vedere, ha poco del racconto; ben più si appresta ad essere letto come una sorta di contromanifesto sarcastico di un certo tipo di filosofia; o meglio ancora, di un certo modo di fare filosofia.
Quando Leopardi, qualche decennio più tardi, costruirà il suo pensiero sul dogma metodologico dell’arido vero e quindi sul solco ormai indelebile tracciato da Voltaire, lo farà in maniera molto meno estrema, evitando di funzionalizzare eccessivamente la veste formale (mai avrebbe incluso ossessive reiterazioni e addirittura descrizioni splatter). Il Candido rimarrà un paradigma di esercizio critico e allo stesso tempo un unicum di cinismo stilistico: da un punto di vista globale, nessuno oserà spingersi così in là per molto tempo.

Se i futuristi prescrivono di sputare ogni giorno sull’altare dell’arte, il Candido di Voltaire sembra volerci invitare a sputare ogni giorno sull’altare della filosofia, desacralizzandone terminologia e concetti, sistematicamente incastonati nel contesto dell’assurdo e del ridicolo. La filosofia su cui sputare è, come detto, quella del finalismo esasperato e del giustificazionismo incondizionato: niente di più lontano di quanto ci si aspetti al giorno d’oggi dal sapere. Nessuno oggi si identificherebbe in Pangloss, e sono tutti felici, o meglio, appagati, dal riconoscerne l’assurdità di vedute. L’odierno occidente si dichiara figlio dell’Illuminismo, e si vanta di assumerne la prospettiva; in nome dell’Illuminismo, si è subito pronti ad aborrire dal pregiudizio, poiché la Ragione, che impera in ognuno di noi, impone l’ottica scettica, l’apertura che Pangloss non possiede. E fin qui ci siamo, lo scetticismo è il primo insegnamento pratico della filosofia, ed è soltato in un compiuto scetticismo che l’efficacia della critica può esplicarsi. Poi, però, l’appagamento gioca un ruolo cruciale. Si tende nietzscheanamente a cancellare l’orizzonte, senza assumersene la responsabilità. Tutti i moderni antipanglossiani si rallegrano nel dubbio, dichiarandosi giusti poiché liberi. Giustificandosi, verrebbe da dire. Ma non è proprio giustificare il verbo che Voltaire insegna ad odiare? Il reietto Pangloss, dall’angolo in cui dai figli dell’Illuminismo è stato relegato, sogghigna, perché in una parte di essi si rivede. Esiste un Pangloss in ognuno di noi, e in ogni momento, e Pangloss è la sublimazione di ciò che ognuno di noi non vorrebbe essere, ma che immediatamente diventa nel momento in cui si accontenta di ciò.
Il vero Illuminismo concepisce una sola premessa alla costruzione: la distruzione costante e completa, e da questo punto di vista il Candido ne è il manifesto spietato. Diversa è la distruzione di facciata di chi legge il Candido, opera furiosa, pensando che dietro Pangloss vi sia soltanto una caricatura tanto astratta quanto lo è il soggetto che sbeffeggia.