Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni
Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Molti degli sforzi speculativi di filosofi e antropologi illuministi, a cavallo tra il XVII e XVIII secolo, furono focalizzati sul concetto di Stato di natura: una condizione ipotetica in cui gli uomini non sono ancora organizzati in civiltà e la loro vita non è regolamentata da un apparato statale. Una condizione in cui, in altre parole, gli uomini vivono ancora come “selvaggi”, termine che assume una valenza positiva o negativa a seconda dell’interpretazione di ciascun filosofo. Hobbes, Locke, Rousseau, Voltaire, Leibniz, Helvetius, Vico sono solo alcuni dei grandi filosofi che si preoccuparono di delineare quali potessero essere i caratteri peculiari degli uomini nella loro fase prestatuale. Cosa prevale in un selvaggio? Istinto o una forma primitiva di razionalità? In che modo e, soprattutto, per esaurire quale funzione si sono assemblate le prime forme di organizzazione sociale? Per rispondere a quali necessità? Quali sono i presupposti dell’accordo tra selvaggi, altresì chiamato Contratto Sociale?

Tutte queste domande innescarono infiniti dibattiti e scontri tra diverse correnti di pensiero, in special modo tra chi seguiva la linea designata da Hobbes e chi, invece, le teorie di John Locke e Rousseau. Possiamo certamente affermare, senza troppe remore, che verso la fine del ‘600 il dibattito attorno allo Stato di natura e alla formazione delle prime forme di Stato superò il limite del semplice confronto accademico divenendo una vera e propria ossessione della collettività intellettuale europea. Dalla prima teorizzazione dello Stato di natura sono passati circa quattro secoli. Le riflessioni espresse nel ‘600 vennero poi rielaborate da molti altri filosofi, specialmente nell’800 con il fiorire delle scienze umane quali l’antropologia e la psicologia. Basti pensare a come e in quale quantità Marx riprenda i concetti legati allo Stato di natura nell’andare a definire la società marxista “post- dittatura-del-proletariato”.

Frontespizio Leviatano Hobbes

Frontespizio del “Leviatano”, saggio di Thomas Hobbes (1651)

Contrariamente ai secoli precedenti il mondo accademico contemporaneo ha ormai, sostanzialmente, abbandonato qualsiasi tipo di riflessione attorno a questo concetto, valutando come prioritarie e di maggior interesse, nella definizione antropologica dell’essenza umana, altre tipologie di indagine. Eppure sorge spontanea una domanda: l’uomo ha veramente smesso di porsi quesiti sullo Stato di natura? A nessuno importa davvero più chiedersi come si potrebbe articolare la vita degli uomini senza la presenza fissa dello Stato e della Legge? Naturalmente la risposta non può che essere negativa. Gli uomini non hanno mai smesso di farlo e probabilmente non smetteranno mai, ma si è tuttavia modificata la forma della riflessione e con essa il metodo speculativo. Dove il mondo accademico e intellettuale ha deciso di soprassedere sono sopraggiunte le arti, in particolar modo la letteratura e il cinema.

Nel cinema c’è poi un genere, quello anche chiamato “Post-apocalittico” che rievoca spesso e volentieri i temi tanto cari ai vari Hobbes e Locke, pur facendolo secondo forme e canoni decisamente differenti. Eppure si può riscontrare come nella più intima essenza di questi film, sotto una patina di apparente diversità, la domanda che più spesso si ripete è la stessa che quattro secoli fa animava il dibattito sullo Stato di natura: come verrebbe riorganizzata la società partendo da zero? I registi e gli sceneggiatori di questo genere cinematografico, attraverso uno sforzo predittivo-speculativo, cercano di elaborare un’ipotesi sulla genesi della società e dello Stato. A loro modo, secondo i canoni artistici del cinema, fondano una nuova eziologia del diritto. 

Prima di iniziare nello specifico l’analisi delle similitudini tra teorie dello Stato di natura e contenuti del cinema post-apocalittico, bisogna però effettuare una piccola ma importante precisazione: sarebbe un errore pensare che tali teorie e il cinema post-apocalittico siano perfettamente sovrapponibili

La differenza incolmabile tra le due riguarda l’oggetto dell’indagine: se i filosofi del ‘600 volevano ricercare, in via del tutto ipotetica, le condizioni di vita di quegli uomini che mai e poi mai avevano conosciuto la civiltà, i film post-apocalittici di regola esprimono le modalità attraverso cui, in seguito ad una catastrofe, gli uomini ricostituiscono la civiltà distrutta dal cataclisma. Se da una parte gli ipotetici uomini dello Stato di natura non hanno mai conosciuto la civiltà, dall’altra i protagonisti dei film l’hanno conosciuta, l’hanno vissuta, l’hanno persa e nell’arco del film cercano in tutti i modi di ricostituirla. Tuttavia, pur essendo evidente questa diversità di intenti, può essere interessante interpretare il cinema post-apocalittico come forma di indagine contemporanea e post-moderna sul concetto di Stato di natura.

Thomas Hobbes, Jhon Locke e Jean-Jacques Rousseau

I film del genere post-apocalittico non sono tutti uguali, si dividono fra loro in diversi sottogruppi in base al tipo di catastrofe che nella trama si abbatte sulla terra. I principali sottogruppi sono tre: i film che hanno come “protagonista” un disastro naturale, i film ambientati in un mondo post-nucleare e infine quelli che vengono chiamati “zombie-movies”, dove un’epidemia zombi distrugge l’umanità. Tra questi tre sottogruppi quello che meno si addice alla nostra indagine è il primo, quello che riguarda i disastri naturali: in questo genere di film raramente ci si occupa dei processi di ricostituzione della società nella fase post-apocalittica, ci si sofferma più che altro sul disastro naturale e le sue conseguenze dirette nell’immediato.
Al contrario gli altri due sottogeneri propongono spunti ben più accattivanti.

Partiamo dal genere post-nucleare, perfetto per la nostra analisi poiché ci illustra la vita degli uomini sia nella fase “pre-organizzativa”, sia nella fase di associazione dei soggetti in gruppi. Quello che notiamo da un primo sguardo è che l’interpretazione preponderante in questo genere è quella hobbesiana secondo cui gli uomini non sono esseri sociali ma sono anzi dei “lupi pronti a sbranarsi”. L’idea propugnata da Hobbes dell’uomo come essere violento viene presentata con grande forza in The Road, in cui un padre e un figlio devono farsi strada per sopravvivere tra bande di assassini e sciacalli. Dello stesso tenore è anche la saga di Mad Max, i primi due capitoli della saga videoludica di Fallout e Codice Genesi. L’anarchia, l’assenza di regole e di controllo statale ha generato un’umanità priva di morale, folle e senza più freni all’espansione del carattere violento dell’animo umano. Dopo un primo periodo di “ultra-violenza” si giunge alla fase aggregativa che, come delineato da Hobbes ne “Il Leviatano”, consiste in un patto sociale stipulato dagli uomini per limitare la violenza del prossimo. Gli uomini, in altre parole, stipulano un contratto sociale per porre fine alla loro perenne guerra omicida. A questo punto lo Stato, o nel caso di piccole comunità il “capo”, si fa garante della salvaguardia di tutti coloro che hanno preso parte al contratto, garantendone in primo luogo la sicurezza. In questo senso tutte le micro-società presenti in film come Mad Max e in giochi come Fallout vengono create per un solo scopo: sopravvivere. I malvagi si aggregheranno per riuscire a dominare altri esseri umani, le persone in cui invece è sopravvissuta una forma di morale si aggregheranno per non essere dominati.

Mad Max Poster 1979

Poster del 1979 pubblicizzante il primo capitolo di Mad Max

Altro tassello da aggiungere riguarda la ricerca della materia prima. La possibilità di dominare o di essere dominati passa anche per il possesso di materie prime o secondarie quali cibo, acqua, benzina, munizioni. Nelle ambientazioni post-nucleari è quasi sempre presente una forte scarsità di beni di prima necessità, perciò l’aggregazione ha una funzione di sopravvivenza (trovare le materie prime insieme è più facile che da soli) oltre che di sicurezza. Tuttavia, da qualsiasi prospettiva la si volesse guardare, l’unico principio che abbia un valore rimane il principio di dominazione teorizzato da Hobbes.

Trailer del primo capitolo di Mad Max

Passiamo ora all’analisi del genere “zombie movie”. Prendiamo in esame soprattutto alcune serie Tv come The Walking Dead e Z Nation, e film quali 28 giorni dopo e La terra dei morti viventi. In questo caso gli esseri umani nel loro Stato di natura non devono solo cercare di sopravvivere trovando materie prime e guardandosi dalla violenza di uomini malvagi, ma devono anche sopravvivere ad un’epidemia (il disastro) che è inarrestabile e non smette di mietere vittime. Nelle serie Tv e nei film citati, dopo una pre-fase di pura sopravvivenza, tutta incentrata sul non farsi uccidere dall’epidemia e dagli zombi, gli uomini assumono un duplice atteggiamento, prima lockiano e poi hobbesiano: nel primo atteggiamento assistiamo alla formazione di piccoli gruppi umani e micro-società basate sulla benevolenza e l’aiuto reciproco nel tentativo di resistere agli assalti dei “morti viventi”; gli uomini solidarizzano fra loro per resistere e debellare una minaccia esterna. Nel secondo atteggiamento invece assistiamo ad un ribaltamento: quando la minaccia zombi sta per essere risolta, o quanto meno è sotto controllo, viene dunque meno il nemico esterno che ha la funzione di unificatore, iniziano le divergenze e le violenze tra uomini all’interno dei gruppi sociali. L’istinto hobbesiano prevale su quello lockiano e i gruppi sociali finiscono per autodistruggersi per cause interne. Basti pensare a quanti gruppi di sopravvissuti, in The Walking dead e Z nation, vengono annientati dall’intervento degli zombi solo dopo che attriti interni ne avevano minato irrimediabilmente la stabilità.

Rick Grimes in una delle prime scene di The Walking Dead

Da questa sommaria analisi dei generi post-apocalittici è evidente come l’interpretazione dominante di Stato di natura e delle prime forme di aggregazione, nei registi e sceneggiatori di tali film, sia quella hobbesiana, in netta supremazia su quella lockiana. Ciononostante è però presente, seppur in minima parte, anche l’interpretazione che venne proposta da Jean Jacques Rousseau: secondo Rousseau gli uomini nello Stato di natura sono “buoni selvaggi” che vivono immersi nella felicità (non per niente Rousseau la chiama “età dell’oro”). A rovinare il loro idillio è proprio la scoperta della civiltà, ossia le prime aggregazioni. È la società a corrompere l’animo del “buon selvaggio” e a generare atti di violenza e odio. Questa critica alla società come “agente di corruzione” la ritroviamo sia nel già citato La terra dei morti viventi, dove la tracotanza e l’avarizia dei ricchi sono le vere cause della distruzione della città da parte dell’orda di zombi, sia in un altro film che, per la verità, trascende tutti e tre i sottogruppi del genere post-apocalittico: Snowpiercer. In Snowpiercer la divisione in classi sociali all’interno del treno che trasporta l’ultimo gruppo di sopravvissuti è l’ultimo elemento ancora vivo della vecchia civiltà, ed è anche l’elemento corruttivo che conduce il treno e i suoi passeggeri ad una tragica fine. Il treno che avrebbe potuto viaggiare per l’eternità in quanto autosufficiente, sortisce un epilogo terribile proprio a causa degli attriti sociali venutisi a creare tra i passeggeri delle varie carrozze. In poche parole, è la civiltà che corrompe l’uomo il quale senza di essa sarebbe solo un “buon selvaggio”.