di Francesco Pietrobelli

«Essendo infatti l’uomo composto di anima e corpo, quanto giova alla conservazione della vita fisica è un bene per l’uomo; sebbene non sia il suo bene supremo, poiché l’uomo può usarne male».
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, quaestio 59, articolo 3

La bellezza: un concetto antico, discusso e ritrattato nel corso dei secoli, che nell’età contemporanea ha assunto una particolare valenza. È diventato uno dei termini cardine che soggiornano nel nostro vivere quotidiano, dal cui confronto è impossibile astenersi: esso si presenta a tratti persino martellante, diventando a volte una preoccupazione considerata fondamentale.
Nonostante ciò, non si va quasi mai oltre la soglia di una accettazione acritica, raramente si tenta di scavare nella profondità del concetto e comprenderne il vero significato. Capire cioè quanto vi sia di vero nella bellezza che la contemporaneità pretende di venderci a buon mercato.

Cosa si intende infatti con questo termine, specialmente in riferimento ad una persona?
Esso può avere due valenze, una esteriore (la bellezza fisica nell’accezione comune) e una interiore (la bellezza dell’anima, del carattere, della persona nella sua profondità). Ciò che colpisce lo spettatore del secolo odierno è sicuramente quanto la prima abbia assunto un valore altissimo, paradigmatico nella nostra società. Non è una cosa esplicitata a scuola o dai genitori, ma detta implicitamente, in maniera quasi subdola, da qualsiasi realtà a cui ci si pone davanti: in pubblicità, negozi, palestre o altri luoghi pubblici, se vi è un’immagine sia maschile che femminile, essa si sottopone a dei precisi canoni estetici e da essi non può sfuggirvi, pena la sua eliminazione. Ma non ci si ferma alla mera immagine: le persone stesse, nella loro realtà lavorativa e quotidiana, sono spesso costrette a fare i conti con questi paletti, altrimenti vi è il rischio di essere esclusi, non accettati o sorpassati da chi questi canoni li ha raggiunti.

Ma la domanda è: hanno un senso questi valori? C’è un canone estetico che si può considerare assoluto, tale che vi abbia un senso imporlo?
Immersi nella vita comune, si può essere portati a dire di sì, incapaci di astrarre dalla situazione contingente in cui viviamo, sottomessi da una vista cieca. Ma basta solo esser capaci di viaggiare con la mente nel tempo per mettere in crisi le certezze, accorgendosi come ogni età ha presentato i suoi canoni fisici (parlando della donna: da quella medievale con il corpo esile a quella rinascimentale sensuale, dalle forme rotondeggianti e i fianchi larghi, a quella contemporanea col ritorno alla ricerca della minima massa grassa). Ma anche solo uno spaziare nel mondo contemporaneo ci permetterebbe di accorgerci come ogni territorio cambi opinione a riguardo (parlando dell’uomo: prevalendo in alcuni stati la ricerca della “mascolinità” nella barba e nel fisico definito muscolarmente, sopraggiungendo in altri la ricerca del viso acqua e sapone o di un particolare colorito della pelle).

Ma quello che ancor più conta, oltre al continuo vacillare delle opinioni, è che mai in questo ragionar sull’argomento si sia giunti ad una dimostrazione rigorosa teoreticamente, tale da anelare ad una visione universale, che superi il singolo e possa imporsi in forza di se stessa sola. Trovare un criterio che indichi un modello fisico esemplare è un’impresa che è stata fino ad ora fallimentare, vana, incapace di aggrapparsi a solide fondamenta.
Ciò può portare alla tentazione di lasciare la discussione, accettare il soggettivismo o il dato di fatto (così è, il “poiché” non è richiesto). Eppure questa domanda è destinata a tornare ineluttabilmente, specialmente in una società dove il giudizio estetico permea ogni dove, superando di gran lunga il singolo individuo e intessendo relazioni che necessitano di essere spiegate, fondate secondo un perché.
Ma la cosa peggiore è come questa ricerca di un’universalità ultimamente sia sempre meno stata interessata a indagare la bellezza interiore. Quella bellezza che l’educazione dovrebbe formare e mostrarne la grandezza, accompagnandola passo dopo passo. Quella rarità che molti, a causa di un infimo condizionamento, tendono a dimenticare, tralasciare.
Ma, soprattutto, quella bellezza sulla quale realmente ci basiamo per considerare una persona da rispettare o ripugnare. Poiché affermare che “quella persona è bella interiormente” o “ha un bel carattere” ha un preciso significato, lontano da qualsiasi deriva relativistica: esso significa che quell’essere, secondo chi osserva, presenta dei valori (promossi dalla sua anima, carattere) considerati positivi, verso i quali non si può che mostrare una rispettosa reverenza incondizionata. Quando si afferma che una persona è coraggiosa vuol dire che essa incarna quella virtù, il coraggio, nel quale l’osservatore crede e che sostiene egli stesso con la sua anima come valido universalmente, fondante di una vera vita. Io credo in alcune qualità e le vedo in te, dunque non posso che rispettarti perché intravedo nella tua anima ciò che è parte stessa di me, ciò senza la quale io non sarei degno di vivere.

Certamente anche questi valori sono variati nel tempo e nello spazio, sottolineando quanto, come nell’ambito esteriore, anche in quello interiore una ricerca di fondamento sia una richiesta che la realtà d’oggi ci impone, nonostante le numerose difficoltà che un tale cammino di ricerca richiede. Con una precisazione: che i due ambiti, lontani dal potersi considerare separatamente, sono tra loro strettamente correlati e non possono che essere valorizzati congiuntamente. Si pensi al corpo che, indivisibile dalla nostra interiorità, è fondamentale affinché questa ultima si esprima nella vita e deve perciò essere curato, mantenuto in salute, coltivandolo con l’attività fisica, con una dieta equilibrata e cercando di stare lontani da eccessive preoccupazioni (fondamentale questa ultima considerazione: se nel nostro intimo ci sentiamo psicologicamente distrutti, inevitabilmente il fisico ne risente. Un esempio di come tra i due elementi vi sia un profondo legame).
Una salute e sportività fondamentali proprio per evitare malattie o danni che colpiscano il nostro essere, ne inficino l’espressione di quei valori per i quali ci si può considerare persone.
Di conseguenza è correttissimo curare il cosiddetto corpo, ma se ciò ricade nella ricerca sfrenata di un’esatta configurazione estetica (quel tipo di labbra, di fianchi, di muscoli, di seno…) allora si rischia di immergersi in una delle tante sabbie mobili che la Postmodernità continua a porre sotto il nostro cammino.

Di fronte a tali considerazioni bisognerebbe tornare a osservare la vita quotidiana e porsi degli interrogativi. Due persone alte un metro e sessanta, una che pesa 60 kg e l’altra 80, la prima che mangia schifezze e poltrisce sul divano, la seconda che suda in palestra, sacrifica i dolci e fino all’anno scorso pesava un quintale. Siamo sicuri che sia la prima quella veramente estetica, in forma?
E soprattutto, ha senso dire di una persona che è bella, solo guardandola esteriormente, senza “aprire gli occhi” per scandagliare il suo profondo? Perché, se di valori, sotto la sue superficie, non ne presenta, allora non so proprio spiegare cosa significhi quell’aggettivo. Non definiamo una mela buona se la buccia è integra e lucente e l’interno è marcito e mangiato dai vermi.