Oswald Spengler è un gigante del Novecento. Ciò non sia detto sottovoce, né con i tappeti rossi dell’artificiosa celebrazione. Se c’è stato un libro capace di interpretare il disagio di intere generazioni prese nel morso del fuoco e dell’acciaio della guerra, questo è Il tramonto dell’Occidente. L’opus magnum spengleriano non è soltanto il riconoscimento del carattere corrotto e decadente di un’epoca irreligiosa e cosmopolita, bensì un invito a fare di tale situazione il proprio destino, consapevoli che la tigre può essere cavalcata ma non sconfitta. Chi per inclinazione reazionaria non è in grado di comprendere la decadenza all’interno del proprio orizzonte destinale è per Spengler “uno sciocco, un ciarlatano o un pedante”. Nulla si può contro l’era in cui le istituzioni umane si rivelano effimere e le produzioni artistiche diventano cosa ben misera di fronte alle forme di un’acciaieria, di una macchina, di un transatlantico.

Un complesso industriale ha per l’uomo del tramonto un peso maggiore di tutti i musei e di tutte le metafisiche d’accademia. La filosofia e l’arte appaiono “esaurite, scadute, superflue”, giocattoli in mano al graeculus histrio: non c’è bellezza che ci possa sopraffare, non c’è etica che ci possa incatenare. La guerra mondiale giunge come vento australe, rende inabitabili i territori spirituali che l’Occidente aveva coltivato. Si getta la spugna, si impugna una spada. L’opera di Spengler sfida la complessità del divenire storico dell’uomo, in modo che nella sua pretesa di delineare una morfologia della storia mondiale – raccogliendo, catalogando e sviscerando civiltà e continenti – Il Tramonto si rivela al pubblico in una veste maestosa. Nell’occaso non si danno libertà di scelta, se la fine è inevitabile non siamo liberi di scegliere questo o quel destino, ma l’unico che ci è dato: “o nulla, oppure quel che è necessario”.

Frau vor untergehender Sonne - Caspar David Friedrich (1818)

Frau vor untergehender Sonne – Caspar David Friedrich (1818)

Come tutti i grandi è accusato di faciloneria, dilettantismo, improvvisazione. Non può essere accettato da chi rimane nella bambagia dei raffinati prodotti della ‘fu civiltà’ e della morale costruita a tavolino; le sue idee sono inammissibili tanto per i professionisti del kantismo quanto per i veterani dell’idealismo. Benedetto Croce, nella sua spietata recensione del Tramonto, lo ascrive alla generale debolezza delle forze accademiche tedesche. Il mondo intellettuale reagisce come quel principe bavarese il quale, incapace di comprendere l’idea di tramonto del mondo occidentale, di fronte a Spengler non riuscì a dire altro che “Teifi! Teifi!”, diavolo! diavolo!

Eppure la rivoluzionaria novità si fa contagiosa tra i giovani; Spengler, in un trionfo di vendite, si afferma agli occhi di molti come l’unica stella in un tempo di sudiciume culturale. Ludwig Wittgenstein ne subisce il fascino, Ernst Jünger ne fa il proprio padre spirituale, il manipolo di reduci di guerra che in Germania costituisce l’avanguardia della Rivoluzione Conservatrice lo elegge a ispiratore. Persino Thomas Mann, per quanto consideri Spengler “un disfattista dell’umanità”, giunge a riconoscerne la grandezza accostandolo a Schopenhauer.

Oswald Spengler (1880/1936)

Oswald Spengler
(1880/1936)

Le grandi opere sono spesso figlie di piccoli uomini. Intellettuali, scrittori, filosofi eminenti, ma allo stesso tempo uomini minuscoli, pieni di insicurezze, a proprio agio soltanto nella solitudine, incapaci di vivere nel quadro disegnato dalle regole della socialità, talvolta vicini alla follia. Nietzsche, che di questi fu il principe, fece del malessere il proprio usbergo. Nel suo nido torinese consumava di sguardi lo specchio, ostaggio del desiderio di conoscere se stesso, cercandosi e ricercandosi, avido di una personalità talmente grande da dileguarsi nel riflesso. Così, per dirla con Cioran, al più grande pensatore non restava altro – per sapere di sé, per afferrare un’identità – che uno specchio, “la più grossolana, la più miserabile delle risorse”.

La fortuna che spinse Nietzsche nell’euforia non bacia però Spengler. I suoi appunti autobiografici, redatti tra il 1911 e il 1919, tradiscono un sentimento contrario alla sua decisa professione di nichilismo attivo. Pubblicati in Italia presso Adelphi sotto il titolo A me stesso (anche se l’autore avrebbe preferito Solitudine o Vita del ripudiato), queste pagine rivelano uno Spengler ben lontano dalla virtus fortitudinis dell’uomo del destino che egli aveva delineato, e molto più vicino alla figura dell’uomo mesto, talmente malinconico da meritare la definizione che lo spurio Aristotele dei Problemata riserva all’animo atrabiliare: “eccezionale non per malattia ma per natura”.

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Qui dell’uomo forgiato dalla durezza romana non v’è traccia. Gratta lo spirito pugnace e troverai la depressione: “Ho sempre desiderato e sempre esitato, finché era troppo tardi; mai osato nulla e tutto rimpianto”. Nell’età liceale Spengler passa il proprio tempo alla biblioteca dell’Università di Halle, leggendo Haeckel e Darwin e impregnando interi quaderni di appunti sul socialismo – di nascosto, per paura che tale zelo intellettuale porti i compagni a imprimergli il marchio dello zimbello. Si sente “indifeso contro i piccoli tormenti della quotidianità”, una porta che sbatte o una persona chiassosa sono per lui “un insopportabile martirio”. La solitudine, sistema per difendersi dall’assalto di una società di imbecilli, lo lacera. Tollera unicamente persone che frequenta poco. Perciò

vorrei sempre avere accanto a me qualcuno con cui poter continuare a pensare. […] È proprio questa sensazione, di essere solo ‘tra fantasmi’, a risvegliarmi. Lo spirito si chiude, e sono di nuovo un essere umano sulla superficie della terra.

L’attività intellettuale di Spengler è disastrosa. Privo di amicizie, non regge il peso dello studio. Non riesce a leggere una lirica di Hölderlin per quattro contigue pagine senza che subentri una distrazione, ogni eureka scivola via prima di essere messo per iscritto, è incapace di portare a termine i grandi progetti. La scrittura (sono gli anni della stesura del Tramonto dell’Occidente) è per lui un modo di rendere comprensibile al pubblico le proprie idee, e in quanto tale è cosa vana se i lettori sono eserciti di struzzi pronti a ficcare la testa nella sabbia pur di non vedere il pericolo, la fine a cui va incontro la civiltà faustiana. “Misero espediente”, i libri sono per lui la causa dell’istupidimento di Nietzsche, eppure non può farne a meno. Si sente un po’ erudito e un po’ bohémien, e non è in grado di essere compiutamente né l’uno né l’altro. Lo studio matto e disperatissimo, antidoto alla superficialità, lo rende talmente sensibile alla bellezza da portarlo a contemplare in lacrime le rovine delle passate civiltà; “eppure, com’è insensato questo amore”, se ciò che è grande mette in mostra la nostra miseria. Spengler conosce le forme classiche, le proporzioni, le città che si svilupparono come un racconto mai banale, mai ripetitivo; è dunque incontenibile la sofferenza che offre la vista delle moderne metropoli, in cui gli edifici tutti uguali sono scaturiti dal balbettio di pessimi architetti e di disgraziati urbanisti.

Il sole di Roma - Pelle Swedlund (1916)

Il sole di Roma – Pelle Swedlund (1916)

Ma è la guerra il vero tormento di Spengler. Come altri prima di lui, è un uomo di genio che ammira l’uomo d’azione. Ma l’uomo d’azione può ben ignorare l’uomo dei libri – come ricorda Giorgio Colli, “si avverte molta sufficienza nell’apprezzamento di Napoleone per Goethe”. Questo disagio di Spengler nei confronti della guerra (“l’idea per la quale fui messo al mondo”), in qualità di pensatore incapace dell’azione, diviene un’immotivata colpa personale. Egli si sente “un delinquente che per quegli eventi merita di essere punito”, chiarissimo esempio di filosofo che vive il proprio pensiero fino al senso di colpa, se non al miracolo del pentimento. Comincia a pensare che se avesse avuto un amico con cui confidarsi, le idee non lo avrebbero oppresso al punto da vedere nel proprio futuro una morte causata dalla solitudine.

Si vergogna, ha disprezzo di sé, sente di non aver rispettato quel sovrannaturale sentimento di non essere venuto al mondo per se stesso, ma per compiere uno sconosciuto destino. Tuttavia il peso di un pensiero è quello di una piuma; mentre Spengler si aggira tra quattro mura “in preda a una spaventosa disperazione”, il massacro della guerra mondiale si compie a colpi di shrapnel. Una stanza è troppo stretta, per un uomo solo e il suo tramonto: “Oh Fiesole! Se solo potessi abitare lassù!”, oppure a Roma o a Parigi, pur di “non sentire più questo popolo di artisti dire le sue banalità in tedesco”. Lontano dai facili nazionalismi guglielmini, Spengler trova insopportabile la vita di quel

sordido popolo di letterati che oggi bighellona nelle grandi città tedesche scribacchiando drammi, romanzi e poesie, un popolo omosessuale, gretto in questioni d’onore, scalmanato in politicis, che ‘escogita’ piccoli viscidi espedienti in caffè, riviste e feuilleton, sempre smanioso di sostenere rumorosamente un’opinione da osteria, e di combinare affari.

The Shrapnel - William Mortensen (1928)

The Shrapnel – William Mortensen (1928)

A me stesso è un continuo singhiozzo, un viaggio nella miniera delle proprie paure, la cronaca della tristesse di chi in solitudine distrugge se stesso, l’affanno di colui che non è il primo di una dinastia, bensì l’ultimo di una stirpe in un tempo, quello del tramonto, in cui “una serie nuova non comincia più”. Per chi si occupa dei massimi problemi, non avere amici né donne né Dio è veleno, lento suicidio. Ecco, dunque, l’apologo spengleriano: impariamo più dai falliti dell’esistenza che da qualsiasi trattato di morale.