Julius Evola:  il suo nome rimanda al proibito, all’illecito,  al politicamente scorretto, all’impensabile,  al deprecabile. Evocare il nome di tale autore suscita, già di per sé, nella coscienza,  quel sapore profondo di amore per il proibito, per il demonizzato, per il bandito. Un autore di cui poco si è sentito parlare, se non per voce di qualche anti-conformista audace e coraggioso che, nella sua filosofia, ha colto elementi di profondo interesse e grande stile, cercando di sottrarlo dall’illegittima condizione d’oblio e ponendolo , anch’egli,  nella corretta posizione ,nell’empireo di tutti i pensatori.

Il fermento interiore nel citarlo (tanto solo per saper di far torto ai sacerdoti del focolare del sacro pensiero unico, inducendoli allo straccio delle vesti) è tanto piacevole quanto è scomoda la posizione di chi si accinge ad analizzare e riproporre le idee e le opinioni di tale pensatore. Citare Julius Evola, equivale , quasi, a commettere un immondo peccato capitale, poiché il suo verbo (come quello di tanti altri), non cavalcante l’ onda retorica della classe dominante , imbevuta di un’ideologia democratizzante (in realtà poco affine al puro concetto di “democrazia”, ma portatrice di una visione  di democrazia come imposizione conformistica) non è degno, forse, del posto di merito sull’altarino degli “eroi del pensiero”. Una certa élite di potere benpensante, infatti, negli ultimi tempi, ha saputo abilmente relegare all’angolo della liceità certi intellettuali, a discapito di altri, condannati in eterno al fuoco infame dell’ immoralità intellettuale.  Non è un caso che, tale autore, sia del tutto assente (quasi) nel linguaggio della maggior parte dei cattedranti contemporanei ed impronunciabile da ogni oratore, i quali,  timorosi  della spietata condanna da parte dei gran sacerdoti del “pensar bene” , pongono la giusta attenzione a non rievocare certi “demoni” della storia. Evola fu sostenitore di una linea di pensiero certamente filo-nazionalista e tradizionalista, con una visione delle cose e dei rapporti umani connessa ad una concezione profondamente aristocratica della vita- nel senso originale della parola, aristos cratos, potere dei migliori- come lotta virile ed audace, nella sua essenza più antica. L’aristocratismo di Evola è quello divino e spirituale, quello della forza e del primato del merito sulla mediocrità borghese. È quel concetto d’organizzazione sociale, proprio delle società antiche (in particolare di quella romana, egizia ed indiana), dove i rapporti tra le parti erano regolati dalla gerarchizzazione, su base di elevazione spirituale dei soggetti. Infatti, secondo Evola, l’elemento che contraddistinguerebbe queste società sarebbe il fatto di essere organizzate secondo principi di “eredità spirituale”, piuttosto che bassi e degradanti principi d’ordine economico (figli, invece, di un’organizzazione più moderna).

Il concetto stesso di “aristocrazia ha assunto, nel corso della storia, ed in particolare a partire dalla tabula rasa valoriale della Rivoluzione Francese, un’accezione del tutto fuorviata  (complice, forse, anche la decadenza e l’inettitudine dell’aristocrazia europea post-medievale), degradando nella sostanza quell’idea antica di aristocrazia, che Evola tenta passionalmente di recuperare.   Fu uno tra i più appassionati animatori della cosiddetta “Scuola di mistica fascista”, sorta, durante il ventennio, con lo scopo di fare della dottrina fascista e della figura di Benito Mussolini, Duce supremo, una mistica religiosa della vita.

Questi elementi bastano per gettare, in eterno , un intellettuale tra l’inferno meschino della censura culturale. A partire da un certo periodo storico, nella società, si è instillato,  infatti, quel meccanismo di politicizzazione eccessiva e forzata della cultura : ogni cosa, ogni idea , ogni approccio ed ogni autore,  così come ogni cosa della società , doveva essere equiparata a questa o quella linea di pensiero, inquadrata e categorizzata ad ogni costo in uno o in un altro orientamento politico. Così, la  cultura e gli intellettuali tutti, sono stati inevitabilmente inseriti in quel  circuito di identificazione ideologica,  relegandoli entro rigidi ed innaturali blocchi di pensiero.  Come se la profondità e la visionarietà immensa del pensiero di un autore del calibro di Evola, possa realmente essere inquadrata entro una certa retorica politica, al di là delle sue scelte di vita contingenti (in quella manichea scissione tanto politica , quanto anti-intellettuale). Cancro che ha visto l’assurdità del Nietzsche o dell’ Heidegger nazisti, o del Marx comunista: sottoporre al giudizio un filosofo, a partire dal pregiudizio politico è, di fatto,  quanto di più banale possa esistere.

Il lavorìo intellettuale del pensatore  d’origini siciliane fu vasto e profondissimo,  cogliendo  la complessità mistica dell’essenza umana,  di un’esistenza concepita al di fuori delle categorie classiche del materialismo, intuendo la metafisica , oltremondana dimensione vitale dell’individuo. Combattente durante il primo conflitto mondiale , affine a tematiche di natura artistica, esoterica, attento a ravvivare quasi quel senso di connessione proprio della tradizione mistica antica recuperando  l’attenzione per la magia ed alcuni elementi propri della tradizione pagana.

La visione spiritualista di Evola si estende anche ad una delle pratiche umane, apparentemente, più materiali, ovvero l’atto erotico, inteso come volontà di unione tra il “maschio” e la “femmina” ( due entità ontologicamente definite). Nella sua opera “Metafisica del sesso “, pubblicata nel 1958, l’amore tra l’uomo e la donna è sacralizzato, e la loro unione suggellata da un meccanismo divino, che affonda la sua esistenza in un valore supremo che trascende le leggi della materia, a partire da una fusione sublime tra due opposti –maschio e femmina.  Le differenze tra l’uomo e la donna sono due dati ontologicamente costituiti, che vanno al di là della mera riproduzione, ma si inseriscono in un meccanismo di ragioni extramateriali . Il concetto delle differenze antropologiche è  centrale nel pensiero di Evola, il quale lo valorizza a partire da una concezione tradizionale dello stesso concetto,  applicandolo all’interno struttura antropologica degli uomini singoli, diversi tra loro nell’ essenza e valorizzati in questa diseguaglianza naturale.

Il pensiero di Evola è stato, più volte , illegittimamente, accostato al criptofascismo, alle teorie della razza, al nazismo magico . Critiche assolutamente infondate, dato che la filosofia di Evola, si divincola da tutto questo, superando,  di fatto, ogni categoria politica. Mai pienamente valorizzato, il Barone porta con sé il destino tragico che spetta ad ogni grande intellettuale: il fraintendimento.  La sua eredità filosofica, in realtà,  ha da dire molto di più, e va reinterpretata nella sua essenza più profonda, liberata da quel pregiudizio politico del tutto illegittimo. A quell’epoca, forse, si potrà finalmente tornare a parlare di Evola come d’ogni altro autore, sottraendo il suo pensiero da quella “Solitudine siderale” (come l’ha definita Marcello Veneziani), del tutto illecita.