L’arte greca rappresenta una delle forme più meditate e apprezzate per la loro coerenza di sempre. Pensiamo a Policleto, o alla venerazione di opere che non ci sono pervenute di Fidia. Mai come nella Grecia Antica si è fatto un esplicito ragionamento estetico sulle forme artistiche. È possibile riassumere la concezione dell’estetica antica in una duplice espressione: “bello e buono”, che immediatamente si traduce in “bello è buono”. Nel mondo greco, come già aveva osservato Hegel a riguardo della sfera politica e privata, non si operano scissioni e la tensione fondamentale è quella al recupero di una dimensione totale. Questo significa che un’opera “bella”, concetto che cercheremo di spiegare a breve, è anche “buona”, nel senso che viene considerata ontologicamente superiore e preferibile.

La bellezza non è unica, se ne distinguono almeno due tipi nello svolgimento storico: quella afrodisiaca, che ha in sé un momento di armonia e uno di tragicità, e quella apollinea, votata all’armonia e razionalità. In ogni caso si registra un primato della forma rispetto alla non razionalità, ma questo non va pensato come carenza o parzialità. La forma della bellezza, il suo legame con la proporzione, la svela come traduzione razionale, e quindi comprensibile, di un messaggio divino. In Platone soprattutto, la bellezza è la manifestazione dell’idea del bene, è la sua traccia nel mondo. In questo senso la bellezza è la forma razionale di un idea non raggiungibile con il puro esercizio razionale, c’è sempre un salto nel metarazionale nella contemplazione delle idee (non si può parlare strettamente di irrazionalità). E, siccome dal bene derivano tutte le altre idee e da queste la realtà, il mondo è bello e buono. Una concezione simile si avrà in Plotino. Ciò che ci insegnano questi due pensatori è che l’esperienza del bello non lascia immutato chi la vive, anzi è via d’accesso al Bene per Platone, all’Intelletto per Plotino. La bellezza, quindi, ha un lato mistico.

Non tutto il pensiero greco ha avuto una concezione così profonda del bello, già Aristotele non condividerà le idee del suo maestro, il bello comincerà a pretendersi autonomo a diventare strumento. Il bello, nella vera tradizione greca, è divino, solo l’Anonimo o Pseudo Dionigi l’Aeropagita parlerà di un Sublime eterno e sempre accessibile nel mondo romano. Spetterà a Plotino dare l’estrema unzione a questa idea. Nel cristianesimo le cose cambiano, con Baumgarten, fondatore dell’estetica moderna, l’estetica si pretende autonoma dalla teoretica. E così si arriva all’Art Noveau, dove ogni borghese pretende di comprare un oggetto “bello”, senza  interrogarsi su cosa sia la bellezza.
Senza entrare in giudizi di merito, ci basti osservare la grande distanza fra un idea di bello-funzionale, bello-edonistico o bello-economico e bello-divino. Ciò che salta all’occhio è l’immenso restringimento di ottica, dove il bello si riduce a mistero ma è vendibile. Bello è puramente materiale, tutt’al più misteriosamente legato alla psicologia, ma sicuramente bene di scambio.