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Non c’è vita che non sia priva di dolore, né età della storia che ne sia libera. Il miglior Houellebecq, quello di Restare vivi, lo esprime nel suo schopenhauerismo: “il mondo è una sofferenza dispiegata. Alla sua origine, c’è un nodo di sofferenza”. “O scettici, o settici”, scrive ne Il silenzio del corpo Guido Ceronetti, eliminando ogni tertium tra lo stato patologico e quello del dubbio. L’ineliminabilità del dolore è una sapienza antica che nessun ideale di progresso, per quanto possieda l’illusione prospettica che la scienza possa limitarne l’incisività, può negare. È il sapere del Qoelet biblico, per cui molta conoscenza significa anzitutto molto affanno nell’inseguire il vento – “chi accresce il sapere aumenta il dolore”.

Valley of the Shadow of Death - Frank Cheyne Papé

Valley of the Shadow of Death – Frank Cheyne Papé

Chi ha delineato una fondamentale fenomenologia del dolore è il letterato tedesco Ernst Jünger. Ne L’operaio (1932), egli indica nel mancato rapporto con l’elementare l’incapacità del borghese di far fronte ai cambiamenti scaturiti dalla Prima guerra mondiale. Chiuso nella brama di sicurezza, il mondo del terzo stato rifugge ogni incertezza, ogni pulsione irrazionale, cercando di riportare tutto nell’ambito del prevedibile. Così trova il proprio modello nella società concepita quale insieme contrattualizzato (cioè ab origine pacificato) di individui, e il proprio ambiente naturale nel parlamento, il luogo dove il momento fondamentale della decisione è disciolto in eterne discussioni.

La classe borghese, ironizzava Donoso Cortés, non sarebbe mai in grado di scegliere tra Cristo o Barabba senza istituire una commissione d’inchiesta. Il paradigma della Sicherheit, secondo Jünger, è in contrasto con il binomio dell’elementare, costituito da pericolo e avventura: il primo a rappresentare un principio ontologico, la pericolosità dell’esistenza, quella che Nietzsche esprime affermando che vivere, in generale, significa essere in pericolo; il secondo, in rappresentanza del desiderio d’avventura, come principio psicologico, la spinta verso ciò che distrugge l’ordinarietà dell’esistenza quotidiana. Ciò viene integrato da uno scritto meno noto ma altrettanto fondamentale, Sul dolore (1934), il quale completa la nozione di elementare estendendola e facendone una triade. A pericolo e avventura viene affiancato il dolore. Esso, secondo l’autore tedesco, sta nella storia come una vera e propria unità di misura, disegnando una scala assiologica del valore dell’uomo.

Nudo - Edvard Munch

Nudo – Edvard Munch

La presenza del dolore è immutabile anche là dove noi non lo avvertiamo. L’apparenza di sicurezza dei moderni paesaggi industriali viene meno nel momento in cui la nostra vista si fa distaccata. Ci accorgiamo allora che la nostra vita è accerchiata e trasformata dal dolore, e le metropoli assomigliano ai luoghi immaginati da Bosch o da Bruegel, pittori di radicale modernità, in cui la tecnica si manifesta in forma di macchine della sofferenza.

Ciò che muta, nel susseguirsi delle età della storia, è il rapporto che l’uomo intrattiene col dolore. La minaccia che esso porta tradisce la caducità delle istituzioni umane. Quando la sofferenza si manifesta en grande pompe, le visioni apocalittiche della storia dell’uomo cominciano a riempire le biblioteche, e il radicato ricordo di Atlantide si fa più vivo. L’archeologia, in questo senso, è la scienza che più di tutte è interamente votata al dolore: scavare negli strati del terreno e riscoprire i fasti del passato significa portare alla luce secoli di sofferenza.

The Pit - George Grosz (1946)

The Pit – George Grosz (1946)

Ciò che muta nel rapporto col dolore è la sensibilità con la quale se ne subisce la potenza. La tesi di Jünger è che il valore di un uomo sia commisurabile alla quantità di dolore che questo riesce a sopportare. Ciò non deve far pensare a prove estreme ed insensate, ma al corso naturale degli eventi. In una società come quella borghese, che ha eletto la sicurezza a valore fondamentale, non si daranno mai prove simili alle Passiones martyrum. Il corpo è il luogo nel quale il dolore si manifesta, e può divenire il mezzo attraverso cui l’uomo afferma il proprio modo di esistere. Questa concezione strumentale del corpo è riscontrabile in gran parte delle religioni e delle culture antiche che abbiano una nozione di disciplina, cioè della forma attraverso la quale l’uomo mantiene vivo il contatto con il dolore. Il guerriero e il monaco sono due esempi di disciplinamento che riduce il corpo ad oggetto, nel primo caso forgiandolo nell’allenamento e nella pratica bellica, nel secondo caso attraverso la mortificazione e la mistica dell’abbandono.

Il sacrificio di sé è la forma assoluta di disciplina, giacché il corpo è donato alla causa finanche di fronte alla morte. Yukio Mishima, sul cui suicidio noi contemporanei non smetteremo facilmente di interrogarci, ha dato prova di ciò che Jünger intende con l’idea di un uso strumentale del corpo, urlando nel suo Proclama le seguenti parole:

noi ora testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita.

Il corpo nelle sue pulsioni vitali, come zoé e come bios, è tenuto in pugno e impegnato nell’affermazione di uno scopo superiore, secondo un’etica monastico-guerriera. All’opposto, nella sensibilità borghese è il corpo stesso a costituire valore supremo, per cui il dolore non colpisce uno strumento della volontà, ma il centro della vita stessa – questa visione fa coppia con la filosofia politica dell’età moderna, che non si interroga su quale ordine politico possa garantire la vita buona e virtuosa in comunità, bensì su quale sistema possa preservare il diritto alla vita sicura, ossia alla nuda vita, la salus populi. Di fronte a questo tipo di sensibilità, appare assurdo l’invito, rivolto da Origene al proprio genitore imprigionato, a intraprendere il martirio, o il gesto (che tale sensibilità definirebbe appunto “estremo”) di sacrificio di sé, o ancora le pagine di Cassiano sulle istituzioni cenobitiche.

Mishima e il seppuku

Si potrebbe pensare che l’obiettivo polemico di Jünger siano gli anni in cui egli scrive, ma non è così. Dal 1930, anno della pubblicazione de La mobilitazione totale, Jünger aveva iniziato un percorso di sistematizzazione del suo pensiero a partire dagli spunti contenuti nella sua letteratura di guerra e nella prima produzione da articolista. Il lavoratore, il libro che si propone come punto di vista privilegiato di un’epoca (Heidegger lo riconobbe), riconosce nel monaco e nel guerriero, cioè in coloro che hanno una tendenza al disciplinamento del corpo, le figure prototipali dell’uomo dell’evo del lavoro.  La tecnica, che è la mobilitazione del mondo attuata dalla forma dell’operaio, rappresenta essa stessa una disciplina:

Come può essere che, in un’epoca nella quale si discute sulla vita di un assassino chiamando in causa opposte visioni del mondo, le innumerevoli vittime della tecnica, e in particolare del traffico, non diano luogo ad analoghe controversie?

E come è possibile che molti dei lavori che hanno a che fare con dispositivi tecnologici, la cui pericolosità è universalmente riconosciuta, continuino indisturbati? Le vittime della tecnica moderna sono considerate nell’ordine delle cose dagli stessi uomini che ritengono aberranti e insensate le sofferenze dell’etica guerriera o della mortificazione monastica. Ci appare normale un morto nel traffico, mentre un duello d’onore è per noi bizzarro e dissennato.

Il Typus del lavoratore mette il mondo e se medesimo a disposizione del lavoro; l’uomo viene ridotto a risorsa umana, la natura a risorsa illimitatamente sfruttabile. Ormai distante dalla sensibilità borghese, il lavoratore è capace di disporre del suo corpo ai fini della mobilitazione del mondo, cioè ai fini della tecnicizzazione. Di fronte alla macchina, egli diviene finanche inadeguato: se accade un disastro ferroviario, l’incidente (già il titolo che gli si assegna è significativo) viene ricondotto all’errore umano.

Peter Martensen

Peter Martensen

L’uomo, nello spazio delle macchine, cioè dell’esattezza e della calcolabilità, è un errore; le vittime degli incidenti assomigliano così a martiri sacrificatisi sulla via della tecnicizzazione e non più, come nell’evo cristiano, sulla via della redenzione. Secondo Jünger, i fenomeni che più di altri esemplificano tale passaggio dalla sensibilità borghese all’insensibilità del lavoratore sono la fotografia e lo sport. La fotografia, come avrebbe detto Longanesi, è il nuovo Plutarco capace di cogliere il mondo in flagrante; essa cattura sia l’uomo nell’atto di morire, sia la pallottola mentre uccide. Viene meno lo sguardo umano del pittore, e si afferma lo sguardo gelido e crudo della macchina. Lo sport mostra altresì alla perfezione il ruolo a cui il corpo assurge nell’orizzonte della contemporaneità.

Liberata la mente da falsi romanticismi, possiamo osservare la progressiva caduta dei caratteri dell’agonismo antico, e riconoscere nello sport non già l’agon, bensì una corsa al record migliore, svolta attraverso una serie di prove misurate con precisione insindacabile dalle macchine cronometriche e fotografiche. La ricerca del migliore risultato, nell’inseguimento del millimetro, tradisce l’idea che il corpo sia uno strumento di cui sperimentiamo l’efficacia, indagandone le potenzialità.

Giovani spartani che si esercitano - Edgar Degas (1860-62)

Giovani spartani che si esercitano – Edgar Degas (1860-62)

L’atleta viene dunque visto come congegno che possiede varie capacità misurabili ed esprimibili come statistiche – tale è la rappresentazione videoludica degli sportivi: un insieme di statistiche relative alla velocità, all’accelerazione, alla potenza, alla precisione e così via. Se con il progredire dell’oggettivazione cresce anche la quantità di dolore che può essere sopportata, con la ricerca del migliore risultato che l’atleta può realizzare si manifesta una forma di disciplinamento che riduce il corpo a macchina. Ciò vale anche per la medicina, se è vero, per dirla con Ceronetti, che la civiltà ci ha sottratti alle spade, per farci meglio sentire la paura dei chirurghi. È diffusa, nella pratica medica, la rappresentazione del corpo quale oggetto su cui operare macchinalmente. La farmacologizzazione del quotidiano (così chiamiamo la tendenza all’uso-abuso di farmaci) risponde a tale logica. Se vengono riscontrati problemi al braccio o alla testa, si assumono specifici farmaci che intervengono su quelle zone come se intervenissero con operazioni di manutenzione sulle parti malfunzionanti di una macchina, eludendo o volutamente ignorando la lezione olistica che la medicina conserva dai tempi di Ippocrate.