Uno dei precetti che la nostra società ci ammonisce di perseguire e difendere è quello della discussione, l’aprirsi cioè all’altro e ascoltare le sue motivazioni e interessi. Ognuno di noi deve vivere in società e dunque, prima o poi, porsi in una relazione con gli altri, la quale può essere tanto pacifica quanto conflittuale. Lo scopo primario è di conseguenza risolvere le diatribe, evitare gli scontri e trovare un accordo. Ognuno, si dice, ha il suo punto di vista soggettivo e nessuno può arrogarsi di avere la verità, estranea all’esperienza umana. Tuttavia questo non toglie che si possa discutere, trovare un compromesso e capire come, sapendo di dover vivere nei limiti della comunità, si possa agire assieme senza che qualcuno sia troppo trascurato o eccessivamente favorito rispetto alla situazione altrui. È una premessa all’apparenza corretta: aprirsi all’altro non può che far bene. E di sicuro la discussione è fondamento del vivere comune. Peccato che, dati questi presupposti, tale agire si rivela qualcosa di controproducente, dannoso per la democrazia nella sua integrità, dunque per ogni singolo cittadino che la compone. Già partendo dal presupposto che la verità non esista, ci si chiede di quale dialogo si stia parlando. Se infatti non si può argomentare, paragonare tesi, dimostrare certi assunti e negarne altri, a cosa serve la discussione? Ad accozzare interessi di persone differenti tra di loro, senza poter dire quale sia valido o quale meno? Col risultato che ogni pensiero è uguale all’altro, che chiunque può avanzare la pretesa di esser nel giusto, visto nessuno lo è? Ma si dia per il momento per corretta l’asserzione che la verità non esiste. Allora, cercando di rendere coerente l’ammonizione che la nostra società ci fa, il dialogo non è tanto un capire chi ha ragione, ma uno scontrarsi di interessi.

Ognuno ha i suoi, ma, vivendo in comunità, non può esprimerli sempre tutti, visto che rischia di ledere gli interessi altrui. Ogni singolo pertanto può desiderare ciò che vuole, ma non può compiere ogni cosa. Altrimenti farà attrito con l’interesse altrui, dovrà affrontare la forza opposta dell’altro. Pertanto, la discussione è necessaria come ricerca di compromesso, di una via di mezzo che sia accettata da entrambi. Un ragionamento del genere si presenta estremamente pericoloso per il costituirsi della società. Se infatti uno avesse una forza maggiore degli altri, al punto da poterli dominare, per quale motivo dovrebbe stare ad ascoltarli? Tanto ciò che conta sono i propri interessi. Ascoltare gli altri lo si fa solo nel caso sia necessario sottostare alla paura della loro possibile violenza, nel caso si vada contro ai loro desideri. Se quest’ultima condizione non si dà, si faccia pure ciò che si vuole: si diventi dittatore, capitalista sfruttatore del lavoro minorile, aguzzino, assassino e tutto ciò che uno ha in testa. Tanto una verità che indichi la via non c’è. Perché allora non crearsi la strada che si vuole, se nessuno lo impedisce? Ecco mostrate alcune conseguenze che derivano dalla società postmoderna, fondata su un dialogo tanto labile quanto inutile. Un confronto che ha come unica base l’idea che la violenza dell’altro possa sopraffarmi. Che se ciò non ci fosse, fare le cose più scellerate non sarebbe assolutamente un problema, se è questo ciò che si desidera. Che fondamenta del genere siano marce lo si può notare dando un’occhiata alla società che circonda l’uomo attuale: «se vuoi, puoi» è lo slogan che pretenderebbe di “fondare” l’agire umano.

E i risultati malati si possono vedere ovunque. Vietare la libertà di stampa, vendere armi a nazioni che muoveranno guerra a civili inermi, favorire speculazioni che porteranno al lastrico intere famiglie: è tutto permesso, basta averne le possibilità. È ora di uscire dalla schizofrenia contemporanea, evitare di continuare un incubo che da tempo attanaglia la comunità globale. E il primo passo è rendersi conto di quanto questo agire si basi su presupposti senza senso, senza fondamento, che si contraddicono. Accorgersi come affermare che la verità non esiste sia assurdo: che o la frase “la verità non esiste” ha valore veritativo (afferma cioè qualcosa che si ritiene fondato) e dunque si autonega, poiché pone una verità, oppure sia solo un’emissione di suoni fonetici senza senso. Accorgersi che ognuno ha sì la sua opinione, ma non tutte hanno lo stesso valore. Che ogni comunità vive in un contesto di relazioni sociali, politiche, economiche ecc. e che, di fronte a tali relazioni, non tutte le scelte hanno la stessa validità. Che alcune sono sensate, altre dannose e da evitare.  Accorgersi che il vero dialogo non è mai tentare il compromesso, ma capire cosa sia giusto fare, data una certa situazione. Confrontare le posizioni differenti e comprendere assieme quale sia la migliore, ottenendo così una comunione di intenti valida e sicura, in quanto fondata su ciò che, nei limiti della conoscenza umana, sembra tendere al vero. Accorgersi, da ultimo, che il dialogo non basta nominarlo perché si verifichi. Che la discussione richiede fatica e impegno. Non basta dire le proprie opinioni e, appena l’altro afferma qualcosa di contrario alle nostre idee, affermare che ogni scelta si equivale o che adesso non è momento per discutere, pur di non mettere in dubbio le proprie credenze. Bisogna allenarsi ad aprirsi realmente all’altro, a considerare cosa egli dice e se le sue asserzioni siano più sensate, logiche delle mie, per poter capire se perseguire la mia strada o per coglierne una che si è rivelata migliore. Aprire gli occhi e cambiare direzione non è facile, richiede numerosi tentativi e la fatica necessaria a cambiare se stessi e aiutare gli altri a farlo. Ma non è impossibile. Che ciò che disse Mazzini sia un augurio per il futuro: “S’approssimano tempi tristi. Camminiamo sotto l’uragano, ma al di là sta il sole che brilla eternamente.”