di Antonio Lombardi

Coerentemente a quella che è la linea di tendenza attuale, per la quale è possibile e anzi per certi versi “doveroso” sostenere tutto e il contrario di tutto, l’Occidente postmoderno sembra caratterizzarsi per l’assunzione simultanea – seppur sotto diversi aspetti − di atteggiamenti opposti nei confronti di ciò che comunemente chiamiamo destino.
Di fronte all’atavica alternativa tra necessità e contingenza; tra fatalità e casualità assolute − la serie cronologica degli eventi è tale perché ciascuno dei suoi singoli momenti è determinato da tutti gli altri secondo rigidi nessi di causa ed effetto o, viceversa, essa è un disporsi di configurazioni del mondo che, pur mantenendo certi rapporti le une con le altre, conservano ciascuna la propria autonomia? – di fronte a tale alternativa, si diceva, il postmoderno si pronuncia in modo a dir poco ambiguo: se lo si può vedere cingere Ananke come se fosse la sua consorte, è in realtà con Tuke ch’esso intrattiene la relazione più stretta, senza preoccuparsi troppo, peraltro, della sua clandestinità.
La nostra destinazione è contenuta in ciò che è già accaduto e ci accade o, al contrario, possiamo aspettarci qualunque cosa, perché ciò che accadrà sarà qualcosa di totalmente sganciato da ciò che lo ha preceduto, il puro frutto del caso? I postmoderni si comportano come se queste due opzioni non si escludessero a vicenda.

Viviamo in un mondo e in un tempo in cui il cittadino medio sa che, attraverso il controllo delle cause e dei loro effetti, si può quasi sempre fare qualcosa per i problemi suoi e della società in cui vive: in presenza di depressioni, fobie, disordini alimentari, disturbi ossessivo-compulsivi, decifit dell’attenzione … la psichiatria si serve dello psicofarmaco perché “ha scoperto” che emozioni e comportamenti possono modificarsi intervenendo su base biochimica; di fronte alla stragrande maggioranza delle malattie che solo un secolo fa l’uomo non avrebbe immaginato di fronteggiare e sconfiggere nemmeno nei suoi sogni più rosei, l’arte medica è in grado di fornire soluzioni che sanno di miracoloso, sfruttando le conquiste delle scienze quantitative e agendo anche laddove un tempo nemmeno si sarebbe scorta l’ombra di un “problema” (si pensi ai passi compiuti da branche quali la cosiddetta medicina estetica); la politica parla costantemente un linguaggio per cui le contraddizioni sociali si risolverebbero a partire da precise manovre economico-finanziarie.
L’antico, dal canto suo, s’abbandonava alla furia dionisiaca della follia che lo coglieva; vedeva nella morte e nella malattia poco più che qualcosa dovuto al capriccio degli dèi e nelle rivolte o negli scontri fra civiltà qualcosa di assai poco riducibile a dinamiche da misurarsi coi soli strumenti di un qualche sapere economico nel senso oggi comunemente accettato.
Gli esempi potrebbero continuare ad libitum.
Sembra davvero di vivere in un mondo in cui è data per assodata la controllabilità degli effetti a partire dalla manipolazione delle cause (ed è in questo senso che di tecnica hanno parlato grandi pensatori del Novecento come Martin Heidegger ed Emanuele Severino), ma soprattutto – ed è questo l’aspetto più interessante per noi – in cui il mondo tutto appare, sin nella sua piega più minuta, manipolabile e prevedibile, perché interpretato alla luce della necessità che un certo pensiero scientifico (quello che affonda le radici nelle sistemazioni di Galilei e Newton e, ancora prima, nell’atomismo democriteo) ascrive ai nessi di causa ed effetto che danno vita, per così dire, allo spettacolo dell’universo.

Il postmoderno, in questa sua onnipervasiva volontà di dominio, non può che presentarcisi come lo sposo di Ananke. Non v’è porzione del mondo che non sia determinata da tutte le altre porzioni e perciò manipolabile per mezzo di una loro adeguata conoscenza.
E tuttavia, è perlomeno curioso che nonostante il nostro sia il tempo che realizza in nome della connessione tra cause ed effetti il più alto grado di dominazione sul mondo che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, la maggior parte degli abitatori dell’Occidente sia convinta che, da ultimo, la propria vita sia governata dal caso.
Bizzarro, visto il livello di controllabilità raggiunto, che è peraltro in continua e rapida espansione. Ma allora, perché riscontriamo una situazione siffatta?
Il dato di fatto inconcusso è che anche il postmoderno, come ogni fase della storia dell’uomo, si è imbattuto e si imbatte costantemente nell’incontrollabilità, nell’ignoranza di questa o quella variabile, nella costitutiva “sterminata finitezza” del nostro sapere, ché per quanto quest’ultimo sia smisurato e infinitamente ampliabile sentiamo che rimarrà pur sempre qualcosa che non sapremo: è qui che il postmoderno mostra il fianco a Tuke, se ne lascia sedurre, s’arrende.
Ma ciò succede non perché Tuke abbia una reale potenza attrattiva, o un valore tale per cui varrebbe la pena abbandonare Ananke – che rimane, benché cornuta, pur sempre la signora del postmoderno, il primo grande amore che non riuscirebbe mai a lasciare − e votarsi completamente al vortice senza senso della casualità degli eventi: questo il postmoderno non può farlo perché nemmeno sarebbe in grado di provarlo. Infatti, fatta qualche rarissima eccezione, sotto il profilo teorico né la filosofia né la scienza sono stati in grado di mostrare che Ananke vada ripudiata: da questo punto di vista, la partita è ancora tutta da giocare.
Il fatto è che il postmoderno è, per quanto questo possa suonare a qualcuno un po’ retorico, un tempo debole e codardo: quei grandiosi risultati tecnici cui prima si è fatto cenno sono, nella loro mirabile complessità, conseguenze in certo senso scontate della nascita della scienza moderna: bastava, se così vogliamo, “seguire la strada”. Quel che è invece davvero difficile, per il postmoderno, è inoltrarsi lungo il sentiero inesplorato, andare a vedere cos’altro c’è oltre quel che un certo (e sicuramente astratto, per una serie di svariate ragioni che non è possibile qui riassumere) impianto teorico ci dice essere la realtà.

Di fronte all’inesplorato e all’ignoto, il postmoderno non osa pensare che la relazione necessaria che non riesce a trovare possa situarsi in quella zona oscura, armandosi di coraggio e mettendosi alla ricerca – no! Il postmoderno preferisce credere che, al di là del campo che gli risulta già illuminato o potenzialmente tale non vi sia che il nulla e che, quindi, in ultima istanza, il regno su cui pretende di esercitare la propria assoluta sovranità sia circondato e perciò governato dal caso.
Il nostro sembra un tempo di conquiste − e sicuramente lo è per molti versi − ma si tratta di conquiste che vanno dispiegandosi su di una strada già tracciata. Il problema è che al di fuori del suddetto tracciato esiste un olimpo di altre conquiste ad attenderci verso cui noi non siamo nemmeno lontanamente diretti; e questo, in modo talvolta evidente e talvolta no, ci sta portando lentamente alla rovina. La verità è che dove incontra un ostacolo – uno vero! – il postmoderno s’arresta, e si rifiuta di procedere. Così, laddove le relazioni tra le cose non gli risultano immediatamente lampanti, esse cessano di esistere e gli eventi si trasformano in qualcosa di incontrollabile e spaventoso: ogni anno assistiamo al proliferare di nuove forme e definizioni del disagio psichico; ci ammaliamo di malattie di cui non ci ammalavamo prima perché ce le siamo create con la scarsa lungimiranza che oramai ci caratterizza (si pensi a tutte le patologie dovute allo stress, all’inquinamento di ogni tipo, alla cattiva alimentazione etc.); le società e le istituzioni sono, anche agli occhi di un profano, se non allo sfascio, in fortissima crisi; i fenomeni che la scienza non riesce a spiegare mediante le sue categorie vengono inseriti nel novero del paranormale e messi da parte.

Ah, se il postmoderno provasse per un attimo a ricordarsi di Ananke (ché era stato l’amore per lei a spingere l’Occidente a levarsi e procedere, non ce lo si dimentichi!) anche di fronte all’ignoto, e provasse ad avventurarsi alla ricerca di quelle relazioni che non riesce o che non vuol vedere: potrebbe scoprire che il disagio psichico non è determinabile in base a sole cause neurofisiologiche, ma potrebbe essere una questione di significati, delle loro interazioni e dei loro contrasti; che la salute potrebbe non avere a che fare soltanto con cure ed interventi chirurgici rivolti all’individuo ma potrebbe trattarsi di una questione collettiva, che interessa la gestione delle risorse e il giusto approccio nei confronti della vita propria e altrui; che il benessere sociale di questa o quella comunità non dipende in ultima istanza da scelte economiche e finanziarie ma potrebbe riguardare concetti come appartenenza, valore condiviso, cultura.

Questo potrebbe fare il postmoderno: decidersi! Decidersi in favore di Ananke o, se mai fosse il caso, di Tuke − che sarebbe a dire decidersi circa l’ineluttabilità del proprio destino; ma se si decidesse non sarebbe più postmoderno, e queste poche parole non avrebbero nemmeno ragione di essere state scritte.