di Valentina Gaspardo

“Molte volte muoiono, prima della loro morte, i codardi.
Il valoroso non la incontra che una volta soltanto”.
W. Shakespeare, “Giulio Cesare”, II, 2

Uno dei valori più nobili che riconosciamo è il sacrificio della vita. È così da sempre, tanto da poter felicemente asserire che non vi è uomo al quale non sia, anche solo per un attimo, balenato nella mente. Sacrificare la propria vita per qualcosa di buono è quanto di più auspicabile come suggello del percorso che compiamo sulla Terra. Non solo per l’immediato salvare qualcuno, ma soprattutto per la causa alla quale ci si dedica. Tutto ciò è buono e vero; tuttavia non sempre il gesto ha il valore che si auspica. Per due ragioni: la prima è che, ovviamente, per sacrificarsi verso ciò che è nobile, bisogna aver capito cosa è nobile, se e il nostro fare davvero lo valorizza. La seconda è che, appunto, il sacrificio è il suggello di una vita, ma se questa è talmente scarna da non aver nulla da suggellare, forse è preferibile agire diversamente.

Questo è ampiamente elaborato da Dostoevskij, che nei Fratelli Karamazov spiega: “Purtroppo però, questi giovani spesso non comprendono che il sacrificio della vita è forse, in molti di questi casi, il più semplice di tutti i sacrifici; e che sacrificare, per esempio, cinque o sei anni della propria vita – ribollente di giovinezza – a uno studio arduo e gravoso, alla scienza, non fosse che per decuplicare in sé la capacità di servire quella stessa verità, quella stessa impresa per cui si sono infervorati e che si sono proposti di portare a compimento, è un sacrificio che spesso e per molti di essi sovrasta quasi le loro forze”. Addirittura lo definisce il più semplice di tutti i sacrifici: certo, non da poco, ma è qualcosa di così radicato nell’animo umano da aver servito, nei secoli, qualunque partito; non sa indicare, di per sé, la verità della propria posizione. È senz’altro più difficile studiare, cioè capire per cosa propendere. E una volta arrivati a questo, è difficile cercare di non contraddirsi, di non far sì che una buona causa sia macchiata e per sempre compromessa dall’ignavia che troppo di frequente agita gli uomini, quando per fretta di prevalere o per rancore verso gli avversari, finiscono per compiere ‘per il bene di tutti’ immani scelleratezze. Insomma, difficilmente, tra la boria e l’euforia del sentirsi dalla parte del giusto, si riflette su ciò che si fa, e spesso si proclama un valore che vale per sé sin tanto che l’occasione propizia non dà occasione di tradirlo (magari proprio per affossare l’avversario).

L’altra questione si presenta nel testo dostoevskiano in occasione della morte di un soldato russo sul confine asiatico, catturato e costretto alla conversione all’Islam, pena la morte immediata. Questi preferì morire e l’eco della notizia, di questo ‘martirio’, giunse attraverso la Russia intera sino alle bocche dei personaggi del romanzo. Sì avallò la tesi del martirio fino all’osservazione di un servo: “Volevo dire, a proposito di quel valoroso soldato, che per quanto il suo eroismo sia stato smisurato, secondo me non avrebbe commesso alcun peccato se, date le circostanze, avesse rinnegato Cristo e il battesimo per salvare la propria vita e consacrarla alle opere buone, grazie alle quali, nel corso degli anni, avrebbe riscattato anche la propria meschinità”. Ora, si potrebbe a lungo discutere sul nucleo di valori delle varie religioni, che – detto di passaggio – non sembra affatto diverso da una all’altra, tanto che una eventuale conversione, sia pure momentanea, non fa poi molta differenza. In ogni caso il problema è questo: davvero il soldato ha fatto il giusto? Eppure, dice bene il servo, se fosse rimasto in vita avrebbe potuto far molto di più; avrebbe potuto, anche sotto diversa ‘etichetta’, seguire e mostrare gli insegnamenti cristiani che aveva a cuore. Il bene derivatone, avrebbe reso un male minore anche la piccola bugia sulla volontà della conversione, tanto da risultare la cosa migliore da fare. Un sacrificio simile sembra non esser poi troppo significativo.

Un sacrificio ha senso – a meno che non si tratti di salvare qualcuno, ché per farlo è necessaria una grande elaborazione precedente al gesto (un gran valore) –  solo a patto che sia il suggello di una vita valorosa. E lo sappiamo tutti! Quando ricordiamo chi morì per mano dispotica, qualunque essa fosse, riconosciamo chi effettivamente è esempio per noi; l’ingiusto morto ingiustamente, può bensì esser ricordato per l’ingiustizia subìta, ma non sarà mai l’eroe che veneriamo, proprio perché in lui non vi è nulla da ammirare.