Sia o meno già trascorsa l’ora del buon Dio – fattaccio di cui pur dubitano in molti – è innegabile ch’Egli sia ancor oggi presente alla coscienza di numerose persone. Tant’è che a celebrarne la scomparsa si rischia d’aver sbagliato funerale: con buona pace degli alfieri del Gott ist tot, il nostro universo della rappresentazione costituisce per loro una smentita. Chiunque infatti, almeno una volta, s’è immaginato Dio. E molto probabilmente se L’è figurato al modo d’un canuto vegliardo dal volto sobrio e rugoso, ora in procinto di consigliare col Suo gran vocione ora sul punto di castigare con un cenno severo del braccio, avvolto per metà in una candida veste. Ma se questa è fantasia, che dire d’un Dio leccato come un moderno amministratore d’azienda, per di più circondato d’avvocati? O d’un Dio simile alla Sfinge, tanto misterioso e astuto da poter far credere che esista quel che non v’è? Visioni insolite, certo. Così insolite che si rimane stupiti a scoprire come nel Medioevo abbiano designato le due fondamentali alternative circa la natura del Creatore. Scriveva Étienne Gilson

Se la morte di Dio significa la sua morte finale e definitiva nello spirito degli uomini, la vitalità persistente dell’ateismo costituisce per l’ateismo stesso la sua più seria difficoltà. Dio sarà morto negli spiriti solo quando nessuno penserà più a negare la sua esistenza. Nell’attesa che l’ateismo finisca con lui, la morte di Dio rimane un rumore che aspetta ancora conferma

Étienne Gilson, 1884 – 1978: storico francese della filosofia, si è distinto come uno dei maggiori studiosi del pensiero medievale. Autore di saggi su Sant’Agostino, Pietro Abelardo, San Bonaventura, Giovanni Duns Scoto e San Tommaso, fu un convinto sostenitore dell’idea che il Medioevo non fosse un episodio da passar sotto silenzio nell’esposizione della storia delle idee.

Étienne Gilson, storico francese della filosofia, si è distinto come uno dei maggiori studiosi del pensiero medievale. Autore di saggi su Sant’Agostino, Pietro Abelardo, San Bonaventura, Giovanni Duns Scoto e San Tommaso, fu un convinto sostenitore dell’idea che il Medioevo non fosse un episodio da passar sotto silenzio nell’esposizione della storia delle idee.

Aspettando col dovuto beneficio d’inventario la suddetta conferma, si potrà mostrare che non uno soltanto fu il Dio dei Cristiani; e che, in linea generale, i teologi medievali ne concepirono ben due. Difficile a credersi, si dirà. Ed è vero: soprattutto per un’epoca che disprezza così tanto l’Età di Mezzo da averne dimenticato il carattere di pura intellettualità. Ma dato che il pensiero non ha valore [soltanto] nella misura in cui è capace di portare ad applicazioni industriali – per parafrasare René Guénon – è necessario domandarsi: in che modo si arrivò a quel risultato? Senz’ombra di dubbio grazie alla filosofia greca, animata in larga parte da uno spirito religioso. E se, come affermava lo stesso autore ed esoterista francese

La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia, [perché] fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio d’ordine superiore

Fu proprio la fede in un simile principio a forgiare la Storia d’Europa.

René Guénon, 1886 – 1951: conosciuto anche come Shaykh 'Abd al-Wahid Yahya dopo la conversione all'Islam. Critico della civiltà moderna e fortemente ostile al materialismo, tentò di mostrare l’infondatezza dell’idea di una differenza insormontabile fra Oriente ed Occidente

René Guénon, conosciuto anche come Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya dopo la conversione all’Islam. Critico della civiltà moderna e fortemente ostile al materialismo, tentò di mostrare l’infondatezza dell’idea di una differenza insormontabile fra Oriente ed Occidente

Così, la nostra storia inizia con Platone. E in particolare con lo úπερουράνιον τόπον, ossia il sopraceleste sito di cui si parla nel “Fedro” – dialogo composto verso il 370 a.C. Cosa si trova in questo luogo? L’essenza incolore, informe ed intangibile, contemplabile solo dall’intelletto, pilota dell’anima, quell’essenza che è scaturigine della vera scienza. In breve, l’idea; o meglio: le idee. Non contenuti di pensiero ma archetipi, non faville ma forme, queste – per il filosofo ateniese – non sono che il fondamento ontologico della realtà. Quei modelli mediante i quali il Demiurgo ha plasmato il mondo come lo conosciamo. Insomma, da buon mistico – quale Simone Weil riteneva esser Platone – egli ordinò e dispose i principi al di là del sensibile, nella cosiddetta Pianura della Verità. E in questo modo tentò di fornire una spiegazione dell’esistenza. Tuttavia, molti anni dopo, un altro grande filosofo dubitò di questa soluzione. Di chi stiamo parlando? Quasi d’un omonimo: Plotino, vissuto nel III sec. d.C. Sicuro che la realtà non potesse aver inizio da una molteplicità – sicuro cioè che non si potesse identificare il mondo delle idee con la causa ultima dell’universo – pose come primo principio l’Uno. E ritenne che da quest’Uno, al modo d’un fuoco che ne accende un altro senza diminuirsi, derivasse l’Intelletto. È lì, al suo interno, che Plotino poneva le forme intelligibili, le Idee di Platone – considerate ora come atti di pensiero dello stesso Intelletto.

Insomma, non si potrebbero immaginare nell’antichità filosofie più intrise di preoccupazioni religiose di queste. Tanto che nei primi secoli dopo la nascita di Cristo, per citare nuovamente Étienne Gilson, convertirsi al Cristianesimo era spesso un passare da una filosofia animata da uno spirito religioso a una religione capace di prospettive filosofiche. Così accadde anche a Sant’Agostino. Prima manicheo, poi scettico, egli infine si fece Cristiano. E da Cristiano che aveva letto e studiato attentamente Plotino, fece sì che le forme intelligibili contenute nell’Intelletto divenissero le idee presenti nella mente di Dio. Eccoci al punto fondamentale: col nativo di Tagaste abbiamo un Dio che, esprimendosi completamente nel Suo Verbo, contiene eternamente in sé i modelli archetipi di tutti gli esseri possibili con le loro leggi, i loro pesi, le loro misure e i loro numeri.  Ed è guardando a questi modelli,  increati e a Lui consustanziali, che Dio ha creato il mondo.

Sant’Agostino, 354 d.C. – 430 d.C., in un dipinto di Antonello da Messina: Vescovo e Dottore della Chiesa, è noto in particolare per quella che è stata denominata “Teoria dell’Illuminazione”, una tesi secondo la quale le idee agiscono come la luce che illumina la nostra comprensione, permettendoci di scoprire l’ordine necessario nascosto dietro la molteplicità dell’esperienza

Sant’Agostino, 354 d.C. – 430 d.C., in un dipinto di Antonello da Messina: Vescovo e Dottore della Chiesa, è noto in particolare per quella che è stata denominata “Teoria dell’Illuminazione”, una tesi secondo la quale le idee agiscono come la luce che illumina la nostra comprensione, permettendoci di scoprire l’ordine necessario nascosto dietro la molteplicità dell’esperienza

Tuttavia, per quale motivo abbiamo parlato di “punto fondamentale”? Non solo per il fatto che l’idea d’un Dio contenente in Sé tutti gli intelligibili – cioè le forme che saranno più tardi quelle delle cose – fu ripresa da San Tommaso d’Aquino, il più noto Dottore della Chiesa vissuto nel XIII sec.; ma anche perché questo Dio non è in fin dei conti una completa e pura Libertà. Infatti, pur essendo detto onnipotente, Egli contiene in Sé una fondamentale limitazione. Una limitazione consistente nel dover necessariamente obbedire agli intelligibili. Alle idee contenute nella Sua mente. E allora non è forse questo il Dio che somiglia al moderno amministratore d’azienda? Al CEO che sempre abbisogna di consultare i suoi avvocati – o quelli della sua organizzazione – per prender decisioni? Insomma, il Dio di Sant’Agostino, il Dio di San Tommaso, è un Dio che non potrebbe esautorare o far sparire il proprio consiglio d’amministrazione; in altre parole, è un Dio che vuole e può volere, ma che non può volere tutto. Dichiarava, di nuovo, Étienne Gilson

Per liberarlo da questa necessità, Duns Scoto aveva subordinato [le idee] a Dio quanto aveva potuto farlo senza arrivare a porle come create; Ockham risol[se] diversamente il problema, sopprimendole

E difatti Guglielmo di Ockham eliminò letteralmente la realtà degli universali in Dio. Finalmente niente più impedimenti! Questo nuovo Dio, il Dio di Ockham, è un Dio che non obbedisce a nulla; è Jehova che non è sottomesso né alle idee né al principio di contraddizione. È insomma quel Dio Sfinge che può far credere ch’esista quel che non v’è – che, in altre parole, può far credere all’uomo d’aver sensazione d’un oggetto inesistente. Sotto di Lui, sotto la Sua infinita e illimitata potenza, l’universo tutto sprofonda in un contingentismo radicale, perché un universo in cui nessuna necessità s’interpone fra Dio e le Sue opere non è in fondo che una realtà accessoria, fondamentalmente accidentale. E così, per sempre, aleggerà in un simile universo un sospetto, un sospetto metafisico. Il dubbio che le cose non siano come sono, che anzi non siano quel che sono. È questo il vero unum Deum, Patrem onnipotentem di cui parla il primo articolo del credo cristiano. In breve: un Dio senz’avvocati.

Guglielmo di Ockham, 1285 d.C. – 1347 d.C.: teologo, filosofo e religioso francescano inglese, concepì un Dio completamente libero e non sottomesso ad alcuna necessità naturale. Un Dio la cui opera non può esser dedotta dal pensiero umano, nella misura in cui Egli non ha fatto quel che ha dovuto fare, ma ha fatto quel che ha voluto. Secondo Ockham, non si può che limitarci a credere ciò che Dio ha fatto

Guglielmo di Ockham, teologo, filosofo e religioso francescano inglese, concepì un Dio completamente libero e non sottomesso ad alcuna necessità naturale. Un Dio la cui opera non può esser dedotta dal pensiero umano, nella misura in cui Egli non ha fatto quel che ha dovuto fare, ma ha fatto quel che ha voluto. Secondo Ockham, non si può che limitarci a credere ciò che Dio ha fatto

Lo abbiamo visto, non uno soltanto fu il Dio dei Cristiani. E questa grande storia ci ricorda che l’uomo non è obbligato esclusivamente ad essere un atomo di consumo alla ricerca della massimizzazione del suo benessere – come si è stati abituati a credere. L’Uomo non è l“Homo oeconomicus”, ma un granello di sabbia che s’interroga sulla propria natura e sull’origine del mondo. Un briciolo che dalla minutezza della sua statura può scorgere le più alte vette, senza poterle raggiungere.