di Matilde Rogato

È oltremodo sconcertante notare come oggi, in tempi “democratici”, la mistificazione manipolatoria operata dal pensiero unico dominante passi anche attraverso l’uso distorto del linguaggio. E là ove ogni termine indebitamente usato serva solo ad imporre surrettiziamente un’inferenza concettuale da introiettare pacificamente, noi ce ne stiamo così: buoni buoni e docili al sistema in nome “delle magnifiche sorti e progressive” e dell’amore universale, nonostante che questa distorsione acuisca in realtà i divari sociali e “faccia violenza all’intelletto”, per dirla con Bacone. Il passo dall’uso del linguaggio e dall’introiezione di riferimenti concettuali che tale linguaggio, indebitamente, dischiude, all’accettazione passiva di “una realtà di fatto” che ha già travolto ogni possibilità di dissenso, al suggello della legge che si limita a “prenderne atto”, col beneplacito del consenso popolare, è davvero breve. Con tutte le implicazioni pratiche ed etiche che ne conseguono.

 Nel momento, infatti, in cui tutti i giornali italiani titolano in prima pagina che il politico “Nichi Vendola è diventato papà” o “Vendola: è nato ‘suo’ figlio Tobia Antonio negli Stati Uniti” – quando Vendola, tecnicamente, papà non è proprio – ecco che il potere dall’alto ha già vinto la sua battaglia sleale su menti eterodirette, adoprandosi a che la parola “padre” si liberasse “ineluttabilmente” del suo senso originario e decretandone “democraticamente” un mutamento paradigmatico di significato. E questo fino a designare concettualmente come padre, e pure in senso forte, l’individuo desiderante, colui che a pieno titolo diviene automaticamente genitore, in virtù del diritto al suo desiderio e del potere del suo denaro. Individuo economicamente benestante e altresì disposto a pagare una donna dispensatrice di ovuli ed un’altra ancora oblatrice prodiga del proprio utero, accuratamente selezionate per ottenere un bambino di cui egli è subito “padre”, status (simbol?) che viene prontamente conferito all’avente diritto anche se questi, sebbene individuo desiderante e pagante, con la vera paternità, nulla c’entra. Né con quella genetica stricto sensu, né, al momento, con quella “morale”, che inerisce cioè alla futura crescita e alla cura del bambino. Ipso facto, nel linguaggio comune, sarebbe a pieno titolo “padre”, legittimamente, anche chi, dietro lauto pagamento, rendesse “suo” figlio orfano della propria madre, dal cui seno e dalle cui braccia il bambino viene prematuramente strappato.

 Dunque, se è vero da un lato che non basta essere genitori biologici per essere buoni genitori – ma questo di sicuro non vuol dire che tutti i genitori biologici non possano esserlo, in quanto tali, bravi genitori – da un altro si può tranquillamente affermare che condizione del nuovo concetto di paternità acquisibile ed acquistabile, nonché condizione, insieme, della nascita del bambino e futuro essere umano, sia l’orfananza a metà (a due terzi?) del nascituro, sempre in nome del diritto al desiderio, comunque legittimo. Mai, e poi mai, però, un omossessuale povero (così come un eterosessuale indigente), sia pur animato dal medesimo “giusto” desiderio, e nonostante il comune “diritto” potrà, un giorno, essere definito “padre”, diventandolo, secondo la nuova, completa, accezione del termine. Ché i significati delle parole “padre” e “povero”, se le cose stanno davvero così, sono e saranno praticamente e logicamente del tutto incompatibili, dando luogo a un’espressione destinata a diventare un simpatico ossimoro, un vero e proprio paradosso semantico. Ed eccoci finalmente davanti a quegli “idola del mercato” baconiani, che seguono a “l’errata e inopportuna imposizione di termini e definizioni che ingombrano in molti modi l’intelletto, dove le parole fanno violenza all’intelletto stesso, confondono ogni cosa e trascinano gli uomini a controversie e a finzioni innumerevoli e vane”. Non è interessante qui entrare nel merito della delicatissima questione riguardante i diversi e opposti pareri circa la mercificazione della vita umana come diritto, e perfino il più nobile dei diritti. Si può essere favorevoli o meno all’utero in affitto (ops, maternità surrogata o gestazione per altri, se preferite!), all’omogenitorialità e alla compravendita di seme e ovuli, ma, almeno, chiamate le cose col loro nome.