Potremmo menzionarne alcuni che hanno fatto parlare di sé negli ultimi anni: chi dipinge con il proprio membro; chi vomita un miscuglio di latte e soluzioni colorate sulla tela; chi spinge fuori dalla vagina le uova che vi aveva introdotto; o altri che appartengono alla storia nota degli ultimi decenni: chi defeca in barattoli poi sigillati, chi effettua dei tagli su tela, chi espone un orinatoio comune come opera d’arte. Se nelle epoche passate si fosse potuto dire quel che sarebbe accaduto, non ci avrebbero di certo creduto o avrebbero pensato che quelli del xx e del xxi secolo non sarebbero stati proprio sani di mente. E, in effetti, avrebbero avuto ragione. Sono quanto mai calzanti per l’arte postmoderna queste lapidarie parole di Gómez Dávila: «Questo secolo affonda lentamente in un pantano di sperma e di merda. Nel manipolare gli eventi attuali, lo storico futuro dovrà mettersi i guanti». Perché siamo arrivati a questo? Per un motivo molto semplice: abbiamo ritenuto che il valore di qualunque cosa –  in questo caso dell’opera d’arte – consista nel valore che gli riconosciamo. Questa sciocchezza filosofica che pervade la nostra cultura e, quindi, le nostre vite, prende i nomi di soggettivismo o relativismo; nell’arte ha trovato un’efficace formulazione nel noto slogan: «non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace». Così si potrà dire che le poesie di Leopardi non mi piacciono e quindi per me non sono belle; potrò invece ritenere bella la poesia che io scrivo o una certa opera che vedo poiché mi piace. Questione di gusto, diciamo altrimenti, e sul gusto non si discute; qui la formula che abbiamo imparato a dire perfino in latino: de gustibus non disputandum est. Si può essere più miopi? Eppure questa cecità è la cifra della nostra epoca.

Certamente che sul gusto che chicchessia si ritrovi non potrò discutere, cioè non potrò discutere che egli si ritrovi con quel gusto; ma che quel gusto sia appropriato a lui stesso e all’oggetto a cui si riferisce, beh, questo è ciò che dobbiamo cominciare a mettere in discussione. Potrò questionare sulla presenza dei gusti e dei piaceri che prova un incontinente nel cibo o nel sesso o nel tifo? Certamente no. Ma che non sia che quei gusti e quei piaceri sono l’impedimento al gusto e al piacere per qualcosa di assopito in lui, presente in lui in uno stato incipiente – un bocciolo che non può fiorire perché soffocato da merda e sperma? Il cibo come alimento della salute e del vigore del corpo fa scoprire un altro gusto, dietro alla donna come oggetto sessuale si celano insospettati e voluttuosi piaceri, oltre al fanatismo per una squadra sportiva si trova il nobile gusto per lo sport. Niente di più appropriato che definire l’arte lo specchio del mondo, come fa Julian Bell intitolando il suo volume sulla storia dell’arte. L’arte è infatti rappresentazione del significativo, la capacità di rendere presente il significato. Oggetti, fatti, azioni che ordinariamente si presentano e vediamo non appaiono carichi di significato, del loro significato: la capacità di vederlo e di indicarlo, cioè di rappresentarlo, è ciò in cui consiste l’arte. Così per l’arte si può impiegare la metafora dello specchio, poiché essa è imitazione, riproduzione di quei significati che determinano le nostre vite. Spesso, però, benché la nostra vita e quelle degli altri accadano, non sappiamo che cosa accada e non sapendo che cosa accada non sappiamo neppure cosa in ciò vi sia di importante o non importante: rimangono celati i significati che alle nostre vite danno forma. L’arte sa vederli ed evocarli: non è imitazione nel senso che scimmiotta ciò che incontra, ma nel senso che li riproduce, li conduce fuori dal loro nascondimento, li rende presenti, li rappresenta. La rappresentazione riuscita è ciò che chiamiamo bello. Noi abbiamo un volto che ci rimane celato fintanto che non ci guardiamo allo specchio: specchiandoci lo vediamo, lo scopriamo, scopriamo ciò che era comunque là, ma che ignoravamo. L’arte è dunque conoscenza, sapere di ciò che è; e ciò che è, quando è saputo, è il vero.

A tal proposito – a proposito di verità – potremmo indicare il percorso – che dovremo percorrere per uscire dal nichilismo, sovvertendo la nostra concezione dell’arte – collocandolo tra due coppie di asserzioni antitetiche che provengono da questi nostri decenni postmoderni: l’una così in sintonia con essi, l’altra con essi così dissonante da sconcertare. «Nell’arte la verità non esiste» proclama Francesco Bonami; «la verità è bellezza» assevera Nicolás Gómez Dávila. Il primo è un critico e curatore d’arte di fama intenzionale, il secondo è ancora poco più che uno sconosciuto filosofo, al punto che l’opera da cui è tratta la citazione non è mai stata tradotta in italiano. Già soltanto con queste due affermazioni possiamo ipotizzare perché l’uno sia riconosciuto, l’altro sconosciuto: Bonami ci dice qualcosa di risaputo e sulle bocche di tutti, Gómez Dávila ci propone qualcosa che non s’è mai sentito, almeno nella nostra epoca postmoderna. Ché ad aprire qualche classico dell’estetica è facile ricavare l’impressione di trovarsi nello stesso orizzonte gomezdaviliano: il soggettivismo nell’arte è piuttosto recente, anche se oramai ritenuto assodato. Vedremo negli anni a venire di quanto vi sarà bisogno per liberarci di questo pachidermico errore.

Ma ancora, volendo declinare anche temporalmente l’abisso tra le due tesi, potremmo prendere il celebre passo della Poetica di Aristotele ove si legge che «la poesia è cosa di maggiore fondamento teorico e più importante della storia perché la poesia dice piuttosto gli universali, la storia i particolari»; quindi, da collocare all’altro estremo, potremmo servirci di questa recente affermazione: «le opere [d’arte] producono solo accidentalmente conoscenza», di Maurizio Ferraris, che in questi anni ha alimentato il Postmoderno sia con i suoi lavori di estetica sia con il suo realismo caricaturale.

La bellezza salverà il mondo, senz’altro. Se sapremo riconoscerla