di Matteo Floris

Cosa c’è sotto e quali sono le motivazioni del sempreverde “dipende da come lo si usa, dall’uso che se ne fa”? Esemplare l’argomento della tecnica. Che modo leggero e veloce di lavarsene le mani è mai questo? Al di là di questa semplice e liberatoria affermazione – inutile dire che tale approccio può portare qualche piccolo risultato, per quanto irrisorio – non v’è altro che l’abusatissima concezione dell’io liberale, che si diffonde inconsciamente sempre di più; che arriva oramai a permeare la maggior parte dei membri delle società occidentali: culturalmente, moralmente, religiosamente, ora persino sessualmente. L’uomo può benissimo essere ciò che vuole. I legami morali, storici e culturali corrispondono ad un peso che limita la propria libertà – anch’essa inconsapevolmente sempre più accettata e richiesta nella sua accezione di libertà negativa, ovvero di libertà intesa come assenza di vincoli – e che impedisce una piena emancipazione da tutto e da tutti. Sarà giunta l’ora di rivedere e rivalutare queste idee?

 Riconoscendo l’assoluta libertà della volontà umana non si sta in realtà facendo altro che legittimare una situazione di inerzia, di non azione. Ogni punto che dovrebbe essere fermo e condivisibile – evitando di dire, erroneamente, oggettivamente vero – si tramuta in uno scarabocchio confusionario, rinunciando alla sua potenzialità di essere il fondamento per un punto di vista, per non dire una filosofia, coerente. Il “di per sé” viene cercato sempre meno. Ma tra il relativismo più generale e l’assolutismo vi è una via di mezzo, che tutti noi conosciamo bene: l'”oggettività” del rapporto soggetto-oggetto. Il relativismo crescente altro non è che la mancata consapevolezza dell’essenza del soggetto, che propone al rapporto soggetto-oggetto infinite possibilità. Volendo applicare il pensiero del noto filosofo ginevrino citato in apertura: un ripensamento del futuro dell’uomo, del suo futuro politico, deve nascere da una constatazione. L’azione idealistica di ripensamento del reale parte in questo caso da una netta ridefinizione proprio del reale: più precisamente della nostra realtà di uomini.

 La tecnica, o sviluppo tecnologico, sta prendendo una piega di cui pochi sono lucidamente consapevoli. Troppe volte viene resa maggiormente digeribile invocando indirettamente una mirabolante libera volontà che, a quanto pare, ha paura di venire allo scoperto. Soltanto quando sapremo chi siamo, attraverso una ridefinizione delle nostre relazioni e dei nostri più disparati vincoli, potremo pianificare un’azione concreta. Aveva ragione Friedrich Nietzsche, quando affermò che la morte di Dio è un peso che pochi possono sostenere. Oggi, a più di un secolo di distanza, ne abbiamo la prova manifesta. La ricostruzione identitaria deve essere il primo passo. Troppo spesso si è incosapevolmente sballottati da una posizione all’altra, da uno schieramento all’altro, a cui ci si aggrappa per una qualche valenza estetica o per la più immediata utilità. Si indossano le vecchie categorie politiche come casacche: ma sotto la casacca, niente.

Reagiamo, per cominciare, domandandoci chi siamo. Se per Orwell “Gli uomini sono infinitamente manipolabili” toccherà a noi dimostrare il contrario.