In “Cioran, il più pessimista” (Casi Critici. Dal postmoderno alla mutazione,  Quodlibet) il critico italiano Berardinelli – che ancora oggi definisce il rumeno un “petulante manierista” – scriverà in appena poco più di tre pagine: “Pensiero negativo”, “parvenu dell’intelligenza”, “antiprogressivo senza incertezze”, “acrimonioso”, “splenetico”, pieno di “infatuazioni, di piccoli dogmi personali”, “parvenu dello Spirito”, quello che deve essere sempre “il più fine”, “volgare”, “dispotismo e feticismo dello stile”, “finge la lucidità”, la migliore dimostrazione dell’“ottusità dello spirito puro come categoria assoluta”, “pensa solo a se stesso… alla propria immagine”. Ecco come si esprime la cieca ossessione, il fastidio, l’orrore quasi, per l’inattuale, per i metafisicamente single, per l’estremo oltre qualsiasi estetismo, per l’assurdo la vita e il reale.

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È appena il caso di notare che le poco più di tre pagine di Berardinelli sono del 1985, curiosamente uscite pochi mesi dopo l’articolo di più di nove pagine di George Steiner sul New Yorker, nel 1984, oggi in Letture. George Steiner sul New Yorker (Garzanti). In tutte le almeno nove pagine di Steiner – se non altro meno sbrigativo del critico italiano – solo due accenni positivi:

“Cioran è autore di un interessante saggio su De Maistre…” (quando in realtà è uno dei migliori, in assoluto),

e

Si dà il caso che io sia convinto che lo stoico elitarismo di Cioran, il suo rifiuto del migliorismo à l’américaine contengano più verità delle varie etichette attualmente di moda di progressismo ecumenico.

Subito abbattuti dalla sequela di detrazioni di cui il testo è farcito: “odora di falso”, “pseudopensiero”, “funereo sermone”, “pronunciato da molti prima di lui… non è originale”, “eccesso massiccio e brutale di semplificazione”, “facile”, “minacciosa faciloneria”, “nessun pensiero analitico profondo”, le sue frasi “facili da scrivere… gratificano lo scrittore con il tenebroso incenso dell’oracolarità”, pretende “ottusa acquiescenza… un’eco compiacente”, “flebile gioco di parole”, “non convincente”, il tono “gonfio di macabro chic”, “portentosa stupidità”, “apocalittiche convinzioni”, “pessimismo letale”, “futile”, “idee politiche nere come la notte”, lo “stoico elitarismo”, “non c’è niente qui di molto originale o sensazionale che vada ad aggiungersi all’apologia delle tenebre di De Maistre, in Nietzsche o nelle idee politiche visionarie di Dostoevskij” (Steiner qui ripete lo stesso rimprovero che Lucian Blaga rivolgerà a Cioran negli anni Trenta, riferito a Sulle cime della disperazione), “frisson alla moda”, “ridicolo grido” – in cui sostiene che altra cosa è la non meno chiaroveggente tristezza di Tocqueville, di Henry Adams, Schopenhauer, poiché le loro ragioni “sono scrupolosamente argomentate”… aggiungo io: liberali, storiche, talvolta kantiane, politiche, filosofiche, piantate dentro e dopo il peccato originale come sapere, non mettono mai in causa il sapere stesso, con loro non si rischia il krampf della ragione, la bancarotta della speculazione, si può fluttuare al suo interno.

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La preferenza di Steiner è ovvia: tutto il loro argomentare come il loro pessimismo è per lui circoscritto storicamente, con la rovinosa virtù ipertrofica che spegne la vita e ottunde la creatività di cui parlava l’inattuale Nietzsche. L’unico modo in cui le vere presenze di Steiner possono esistere. Questi pensatori esprimono “dubbi”, “riserve”, “rendendo onore al lettore. Non pretendono acquiescenza o un’eco compiacente, ma un ripensamento e una critica”. E “c’è poi molto da dire sulla morte?”, afferma lo scrittore francese: Leopardi, più di un secolo prima, alla frase di Steiner – in fondo una nota in margine all’Ethica spinoziana: è noto infatti che il tragico fosse la bestia nera di Spinoza, e che perdersi in cogitationes sulla morte non fosse da uomini ragionevoli – avrebbe risposto “le opere di genio… non trattando né rappresentando altro che la morte”. Šestov, indirettamente, stigmatizzerà la posizione di Steiner in questi termini: il timore della sofferenza è il timore di scuotere l’ordo et connexio idearum.

Ma non è finita qui. Steiner ci parla inoltre dell’indiscutibile autorità di Kafka, di Karl Kraus, di Wittgenstein e di Beckett, pensate a Rousseau e Nietzsche, che giunsero alle stesse conclusioni [sul pensiero profondo], ma con ben maggiore forza probatoria rispetto a Cioran. L’affondo, nonché l’esempio principe di “traboccante autorità” nata da una “sintesi autentica”, “da una scrittura la cui concisione si ritraduce, obbligatoriamente, in una psicologia e sociologia di attenta coscienza storica su vaste proporzioni”, è il pensiero dei Minima Moralia di T. W. Adorno:

Qualsiasi onesto confronto con Squartamento sarebbe disastroso. Senza dubbio ci sono esempi migliori nell’opera di Cioran… Ma una raccolta di questo tipo… solleva non tanto la questione se il re sia nudo, quanto se un re ci sia.

Impossibile paragonare un pensatore metafisico (non ho detto filosofo), che vegeta nell’autentico sub specie aestheticae, con una positiva e sana critica della cultura storicamente circoscritta, con la profilassi della dialettica negativa. Non è evidente?

George Steiner

George Steiner

Mi chiedo – retoricamente dopotutto – perché Steiner debba giocare a, per esempio, Adorno, Weil, Tocqueville, Kraus, Nietzsche, Schopenhauer, Dante, Kafka, De Maistre, Adams, Beckett, Wittgenstein, Rousseau contro Cioran? Perché non loro e Cioran? Quest’ultimo, non solo parlava bene della Weil, di Tocqueville, di Beckett, di Kafka, di Hume e di tanti altri che non dispiacerebbero a Steiner, ma criticava con grande lucidità e profondità (probabilmente è questo il problema per Steiner: troppa profondità) le alienazioni della nostra epoca con anni, se non decenni, di anticipo rispetto a quegli autori che avrebbero svolto analisi analoghe a quelle di Cioran ma limitate a un ordine puramente sociologico e politico, come ad esempio Hannah Arendt (la pia e rivoluzionaria Arendt, che al Processo Eichmann avrebbe scritto: “noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato”!) o Raymond Aron ed Elias Canetti; o anche anticipando di mezzo secolo, nel suo Lacrime e Santi, alcune analisi che Derrida avrebbe svolto nel suo Glas – che sicuramente Steiner apprezza più dell’immaturità gnostica di Cioran.

Nietzsche, per esempio, in linea teorica, apparentemente e forzando la mano, è conciliabile con più o meno molte cose – non è forse conciliabile con Marx, come Kant? Mentre è conciliabile qualcosa che, essenzialmente, non si muove, da sempre, nella filosofia speculativa (nell’analisi filosofica, intesa in senso kantiano), ma in qualcosa che assomiglia più a un’ermeneutica gnostica, con qualcuno che inizia la sua carriera di pensatore come radicale misologos? È accettabile che una singolarità gnosticheggiante, una sovranità al singolare seduca e invada le strade, le nostre qualità di justice seeking creatures immerse nella confortante morale dell’etica razionale?

Hannah Arendt

Hannah Arendt

Ora, sia le pagine di Steiner sia quelle di Berardinelli sono di seconda mano (anche se nel primo in modo almeno più raffinato), le loro accuse non sono originali (dato che Steiner usa questo argomento, ne abuso anche io). Camus aveva espresso qualcosa di simile in maniera più laconica, Eliot le aveva espresse su Baudelaire e su Shakespeare, G. Blin su Baudelaire e la sua incapacità di concludere in salute, Huxley e le idiotic tragedies di Baudelaire; ma anche Valéry, Socrate, Aristotele e lo Stoicismo. Ma curiosamente l’originalità è un problema fondamentale se legata a un singolo non organico al sociale (il metafisicamente single), e non se riguarda la ragione o coloro che sono passibili di reintegrazione nel gioco dialettico. Cos’altro dicono Steiner o Berardinelli, in sostanza, che non abbiano già detto Socrate, Platone, Aristotele, Kant, Cartesio, Leibniz, Hegel, Spinoza o Eliot e Jankélévitch? Aggiornato a oggi. Fanno parte della catena dei defunti e dei vivi fieri della millenaria fiera del pensiero razionale, della “disavventura dell’impegno”, ci direbbe Berardinelli.

Steiner non ci dice che una mente intelligente, eventualmente, dovrebbe integrare Cioran ad altre letture lo distrugge. Il suo è un aut-aut: Adorno deve essere, mentre Cioran non-deve essere. Ecco Cioran arruolato tra gli alfieri del male: sarebbe tout court antiprocreazionista, un esteta egoista, moralmente e socialmente irresponsabile: fu giovanissimo filo-nazista, rifiuta l’alienazione del lavoro moderno, ed è un “pessimista-scettico” nero come la notte.

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È così che Cioran sarebbe inutile, il peggiore di tutti, per un pensiero pubblico, sterile su tutta la linea – in fondo, non era lui stesso a dirlo? –, tanto da suggerire, anche ai suoi più appassionati estimatori (ossia le anime belle che fino ad oggi lo hanno letto senza confrontarsi storicamente con la sua opera – come sostiene la A. Laignel Lavastine in Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco, UTET), la saggia opportunità di affondare questo principe assoluto del pessimismo nei mari profondi del maelstrom del male incomprensibile. Non sarà più possibile nominarlo con tanta ammirata disinvoltura, a meno che non si voglia essere sospettati di anti-semitismo, di neo-nazismo, irrazionalismo o, nei migliori dei casi, di puerile estetismo terrorista, misticheggiante, pre-fascista o parafascista (è il quadro che esce dall’articolo di D. Fertilio, “Da razzista fanatico a pessimista-scettico”, Corsera 30 giugno 2009). Critica della cultura e Cioran sarebbero agli antipodi. Se si desidera conservare un minimo d’autorità pubblica è meglio non indugiare sul lutto a getto continuo di un Re che non esiste. Per questo F. Savater o A. Compagnon (nel suo Les Antimoderne), ma anche G. Minois (in Storia del mal di vivere), presi dagli scrupoli critici, o fanno retromarcia su di lui o ne accennano appena, come farà Compagnon. È un caso che quest’ultimo, allievo critico del formalismo di Roland Barthes, nel suo interessante saggio sull’antimoderno non accenni minimamente a Fondane, a Šestov e Cioran solo di sfuggita?

Dunque, Cioran sarebbe un aborto per la continuità della specie, urta ogni continuità vitale e storica, compromette il continuo, ogni generazione, ogni trasmissione organica della vita, fisica o intellettuale. Non lo avrebbe ammesso anche lui nei suoi Cahiers?: chi mi legge è fregato! Cioran ti diceva che tutto stava morendo, ma lo diceva in un modo così vitale, con un tale senso dell’umorismo, che ci si sente assolutamente sedotti purtroppo, ci direbbe qualche critico americano – per Noi è poco utile, se non per il piacere di una superba scrittura. L’incauta S. Stolojan scriverà: “Dire a Cioran che tutto gli è permesso… a causa del suo Stile”. Un misologos con Stile  ecco a cosa si riduce l’autentica inquietudine metafisica! In una lettera a Lord Bolingbroke, Jonathan Swift scriverà:

It is time for me to have done with the world; and so I would if I could get into a better, before I was called into the best, and not to die here in a rage, like a poisoned rat in a hole!

Un topo avvelenato nella sua tana. Questa è la loro fine, se non si riesce ad acquisire una gloria. Solo una fama immortale e lo Stile possono sottrarli all’impertinenza del Diritto, alla prova giuridica e all’appiattimento sull’estetica letteraria o sullo Spirito umanitario? Alla critica laica e umanista – idealista o materialista poco importa – incapace di incrociare lo sguardo con un’alterità rubricata nell’incomprensibile? Ma il pensiero privato non è un pensiero, ci dicono con un vano ghigno di scherno e gli occhi socchiusi a lama di rasoio; è completamente fuori dagli scopi dei filosofi di professione e dall’analisi filosofica! E poi i nichilisti-scettici non hanno perso? Non sono forse datati, a cold product? ci direbbe la critica americana. Al massimo possiedono una bella scrittura, uno stile – su cui il pio J. Benda ironizzerà: “il culto dello Stile N.R.F.”, giudizio che molta critica, altrettanto pia, riprenderà a più riprese nei decenni successivi, diventando quasi un topos – e una prosa impareggiabili, perché in genere gli Antimoderni scrivono bene, mentre gli ottimisti presi soltanto dal pensiero del vero e dall’ossessione per il contenuto… Cioran sarebbe una resa al pensiero pessimista “nero come la notte”.

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Steiner ci parla anche di de Maistre, del “potentissimo pamphlet a favore del boia”, incomparabilmente più potente delle elucubrazioni di Cioran. Cioran ha il gravissimo difetto, agli occhi di Steiner, di non essere un teologo, uno psicologo, un filosofo politico, uno storico, un sociologo, un moralista, un pensatore sociale. Gli manca troppo logos. Secondo Steiner, Cioran non può neanche essere considerato un moraliste, poiché Cioran non applica valori e princìpi universali ai problemi della condotta sociale, della società del suo tempo. Steiner ignora il moraliste Pascal, l’eccezione che indugia sul metafisico? Gli altri moralisti, sebbene non cerchino di modellare l’uomo, si fermano all’uomo esteriore, all’essere nel tempo, nella società, all’uomo tutto in superficie, senza curarsi della sua dimensione intemporale – non risparmiano il mistero, l’assoluto di nessuno, per loro nulla è misterioso; spiegare un essere per loro equivale ad abolirlo, a ridurlo a un nulla; in noi il Moralista non vede che le nostre infermità comuni, mediocri, generali di individui socievoli e indaffarati; gli sfugge il male essenziale, la nostra miseriaGuarda alle nostre amarezze diurne, sonda solo il fondo delle apparenze comuni da dove la solitudine è bandita; e dove il Moralista ci mostra come si incarna, sviluppa e individua la sorgente del peccato originale, dopo la caduta: il peccato, il sapere rimane l’orizzonte invalicabile entro cui il Moralista francese si muove, gli manca l’antenna metafisica (accusa che lo stesso Cioran rivolgerà a Proust e alla sua Opera).

Ciò spiega bene perché Steiner non consideri Cioran neanche un moraliste, ovvero colui che riduce le analisi sull’uomo ai rapporti che lo legano ai suoi simili, al sociale, al culto per la cultura astratta, acosmica, al rifiuto del mistero, ovvero, a quella cultura che oppone la dittatura del dialogo e il suo impietoso razionalismo come forma di vita la tirannia dei valori – e la psicologia alla solitudine. Anche il realismo estremo di De Maistre prende il peccato originale, quindi il male e il sapere come necessari, rimane all’interno del peccato originale del sapere , sulla soglia del “non-politico”, sostiene Steiner. “Rinunciare ai frutti del Sapere significa rinunciare ai frutti della Vita” Steiner sottoscriverebbe questa affermazione. Joseph de Maistre per Steiner rimane un interlocutore perché, per quanto agli antipodi rispetto alle sue idee, era pur sempre contro il romanticismo, difendeva la trinità costituita dal classicismo, dalla monarchia, dalla chiesa, era “l’incarnazione del chiaro spirito latino”, come diceva Berlin polemicamente, “l’antitesi stessa della cupa anima germanica”; classificava, era rigoroso nel suo pragmatismo politico. All’interno di questo quadro cognitivo, per quanto reazionario, De Maistre rimaneva un interlocutore passibile di confronto e di confutazione, nonché autore di notevoli intuizioni moderne e precursore di altre, ultramoderne. In De Maistre permane una fondamentale psicologia politica, circoscritta storicamente. Una ragione reazionaria è pur sempre una ragione.

Joseph de Maistre

Joseph de Maistre

Il pessimismo reazionario di De Maistre è lontano, per esempio, dal radicale ma paradossale pessimismo di un Leopardi, “profondamente acre e pessimistico” e non molto dissimile da quello di Baudelaire, nel quale De Maistre non avrebbe potuto riconoscersi, dato l’atteggiamento di dichiarata non-politica del grande recanatese. Per questo motivo Steiner include De Maistre nel pantheon della “Critica della Cultura”; Cioran, al contrario, con la sua estetica evanescenza, con il suo stile aristocratico e la sua gnosi permanente, un lutto a getto continuo “nero come la notte”, secondo i detrattori, è roba per artisti, poeti, attori, cantanti, i puer estetizzanti e i perduti – lumpen – di ogni angolo della terra. Al massimo è un culto da princisbecco. Ecco cosa vuole dirci la profonda probità intellettuale (così la definirà la sua ammiratrice Susan Sontag) di G. Steiner, come anche quella di A. Berardinelli, e con loro una legione di probi critici: la solitudine interiore, metafisica della creatura è nulla.