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La maggior parte delle persone è fermamente convinta dell’esistenza di una forte scissione tra quelli che si potrebbero definire come i concetti di generalità e particolarità. Apparentemente e forse anche motivatamente sembra che a riguardo non vi sia molto da discutere: dopotutto è ben chiara a chiunque la differenza che sussiste tra l’affrontare un problema o una certa tematica nella loro interezza piuttosto che esaminarli sotto un singolo punto di vista o in un limitato aspetto; ed è altrettanto scontato per molti il fatto che vi siano delle precise caratteristiche che fanno capo ai due diversi approcci. Chi si schiera, per così dire, dalla parte della generalità lo fa in nome del bisogno di avere una visione del mondo che sia sistematica e totalizzante, che possa favorire la creazione di criteri e regole per poter valutare e categorizzare, astrarre, raggruppare i vari aspetti delle questioni che affronta. Un ambito a cui è spesso legata questa concezione è quello politico: l’azione dell’uomo di governo è per eccellenza quel campo in cui la rapidità e l’efficacia costituiscono i principali criteri di valutazione delle decisioni prese. Un esempio significativo a riguardo può essere quello delle leggi; già Platone, ne Il Politico, faceva notare come la principale peculiarità delle norme giuridiche sia quella di tracciare delle regole generali, le quali non potranno mai possedere l’elasticità e la capacità di coniugarsi diversamente per ogni singolo caso; la vera scienza politica invece, posseduta dall’uomo giusto, è superiore alle leggi stesse:

“Ma se chi impone la violenza è ricco, gli ordini imposti sono giusti, se è povero, sono ingiusti? Oppure, quando uno, faccia o no uso della persuasione, sia ricco o povero, agisca secondo leggi scritte o contro di esse, compie cose vantaggiose, non dev’essere forse questo, e intorno a questi fatti, il criterio più vero che funge da guida per la retta amministrazione dello Stato, in base a cui l’uomo saggio e onesto governerà sui sudditi? E non vi è errore per i governanti assennati in tutto ciò che fanno, finché garantiscano un’unica cosa ma importante, vale a dire di essere capaci, amministrando sempre a vantaggio di coloro che vivono nello Stato la perfetta giustizia con senno e competenza, di metterli in salvo e di renderli migliori, per quanto possibile, da peggiori che erano.”

In assenza però di una cittadinanza veramente democratica e dedita al dialogo razionale e in assenza di giudici o governanti lungimiranti e giusti, la scelta migliore resta quella di affidarsi alla rigidità delle leggi piuttosto che all’arbitrio di pochi potenti, nella speranza che col tempo il rispetto di esse possa favorire l’aumento di consapevolezza all’interno del popolo stesso:

platone

“E quando uno solo governi senza agire secondo le leggi e neppure secondo le consuetudini, ma pretenda, come un tale che possiede la scienza, di dover compiere, muovendosi contro le leggi scritte, ciò che è sommamente bene, mentre un certo insano desiderio e una forma di ignoranza sono a capo di questa imitazione, non bisognerebbe allora chiamare “tiranno” ogni persona che si comporta così?”.

Ritornando all’iniziale contrapposizione tracciata sopra, è il momento di esaminare la posizione di chi preferisce parteggiare per la particolarità. Si può notare spesso tra i filosofi di stampo esistenzialista un pregiudizio che vuole i pensatori più sistematici come superficiali, astratti e lontani dalla realtà, in virtù del loro approccio inclusivo e totalizzante che negherebbe spazio all’esperienza di vita del singolo nella sua unicità; è questo dopotutto l’obiettivo di un approccio particolaristico: salvare le differenze, le piccolezze, i dettagli, evitare l’omologazione e la catalogazione, propugnando di conseguenza un atteggiamento che si allontana dall’azione – tipica del sopra citato uomo politico – per favorire invece l’osservazione, l’accettazione. Inutile dire che se così si riesce a non essere riduttivi e approssimativi, il rischio è quello di cadere in una pratica di vita o di ricerca che si esaurisce nella contemplazione e nell’intellettualismo, nel non voler giudicare – fosse possibile! – o prendere posizione, per giungere infine alla paralisi. Nietzsche, scrivendo Sull’utilità e il danno della storia per la vita, ha ben chiaro quale sia il risvolto negativo di un atteggiamento che si perde nell’analisi e nello studio soffocante di ogni singolo particolare, principalmente in ambito storico:

Friedrich-Nietzsche-Philosophy

“L’essere umano si avvolge nella muffa; gli riesce persino, attraverso la maniera antiquaria, di abbassare il tono di un’inclinazione più significativa, di un’esigenza più nobile a più insaziabile curiosità del nuovo, a più corretta curiosità del vecchio e di tutto; spesso sprofonda così profondamente da essere alla fine soddisfatto di ogni cibo e di divorare, con l’aria, anche la polvere delle minuzie bibliografiche”.

Quando ci si rifiuta di ricercare dei criteri, si sprofonda. Quando ci si rifiuta di osservare le cose dall’alto, nella loro totalità, ci si smarrisce. Quando ci si rifiuta di dare un ordine e delle gerarchie, tutto si appiattisce sullo stesso piano. In un’epoca come quella odierna, in cui ogni cosa viene frazionata, in cui dominano la specializzazione e la suddivisione, c’è più che mai bisogno di generalità! Non di una generalità fissa e immobile, non di rigide visioni del mondo recuperate anacronisticamente dalle epoche passate, ma di una generalità strutturale, che sappia modellarsi e crescere con la società stessa: la soluzione all’infinito testa a testa tra particolare e generale non sta nella presa di posizione a favore di uno o dell’altro, bensì nel riconoscere che la loro opposizione non è forse poi così giustificata. Se ci si sofferma un po’ a ragionare a riguardo ci si accorge presto che la loro contrapposizione è un’operazione puramente formale e astratta, ovvero lontana dalla concretezza dei fatti e della vita. Ciò che in un contesto è il generale, in un altro si rivela il particolare, e viceversa, così come la foglia è parte di un albero e simultaneamente l’albero è parte di un bosco.

La dinamica parte-tutto, particolare-generale, è presente ovunque e su vari piani della realtà e dell’agire umano, e sapervisi muovere implica la comprensione di due presupposti fondamentali; innanzitutto che la capacità decisionale di ogni uomo nasce e prende il via dalla sua particolare esperienza ma si solidifica nella comunione con quella altrui, in un modo che può apparire banalmente quantitativo, ma che non è così scontato; in secondo luogo che affrontare i dettagli, qualsiasi cosa si stia facendo, risulta controproducente e persino ridicolo se non si ha ben presente la prospettiva di più ampio respiro in cui ci si trova, come sottolineano due magistrali versi di una canzone degli italianissimi Afterhours – se una incursione musicale è permessa -.

Curo le foglie, saranno forti

 

Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti

 

(Afterhours, Quello che non c’è)