di Ermanno Durantini

Seppur poco noto e solo parzialmente tradotto nel nostro paese, Charles Margrave Taylor è indubitabilmente uno dei più originali pensatori tuttora viventi, grazie alla sua analisi di quello che definisce il “disagio della Modernità”. La convinzione alla base del pensiero del filosofo canadese è che le società occidentali contemporanee soffrano di gravi problematiche e conflittualità interne non solo economico-sociali, ma anche dovute a tensioni insite nel rapporto stesso tra l’individuo moderno e la sua comunità di appartenenza. Questo “disagio”, che colpisce in maniera particolare le società occidentali contemporanee, non è altro che il risultato di una serie di squilibri avviatisi con l’emergere di quel processo politico, sociale, economico, religioso e filosofico che prende il nome di “Modernità”.

Taylor dà, infatti, una lettura unitaria e complessiva di un processo, avviatosi sin dal Seicento, che si dispiega in tutti i campi dell’esistente con esiti variegati, ma mantenendo tuttavia alcuni caratteri costanti: l’emergere di un individualismo privatistico che tende all’indifferenza rispetto al destino della collettività di cui si fa parte; l’atomizzazione della vita delle persone, sempre più indipendenti tra loro e prive di valori comuni; la secolarizzazione e l’eliminazione di qualsiasi trascendenza dall’etica collettiva. Il nucleo fondante della Modernità è stato, dunque, il progressivo sgretolamento di tutti gli orizzonti inter-soggettivi che legavano gli individui tra loro. Man mano, sono diminuiti i nuclei di persone autosufficienti; sono diventati minoritari i modelli familiari allargati, in cui sotto lo stesso tetto convivevano fratelli, suoceri e cugini, ognuno con la propria famiglia nucleare; la collettività è arretrata rispetto all’individuo, di cui sono emerse prepotentemente le richieste di una maggiore libertà individuale e autonomia morale; si è avviato un processo di sgretolamento degli Stati nazionali in micro-identità locali, che cercano nel separatismo la salvezza dall’azione livellatrice della Modernità, che tende ad annullare tutte le identità tradizionali in un nulla informe.

Contrariamente, però, ad autori come MacIntyre, convinti sostanzialmente che la Modernità sia solamente la storia di un enorme e secolare errore, di un “lungo congedo dall’aristotelismo”, dal quale bisogna fare retromarcia al più presto, Taylor è persuaso del fatto che la Modernità abbia avuto anche conseguenze molto positive per l’umanità. Essa ha portato, infatti, l’affermazione dell’assoluta dignità dell’individuo e del suo libero arbitrio, non solo le enormi problematiche suddette. Taylor cerca, dunque, di evitare di fare la fine di molti pensatori contemporanei che, impegnati in una spietata critica della Modernità filosofica, politica ed economica, finiscono per scadere in utopie irrealistiche di stampo primitivistico o reazionario, che contribuiscono a emarginare ulteriormente la filosofia dal dibattito pubblico concreto, più di quanto già non lo sia. Taylor dice di voler “salvare la Modernità”, sostenendo però, nel contempo, che si debba emendare la Modernità dai suoi errori per poter pensare di salvarla. Va, perciò, combattuto il disagio che la Secular Age ha lasciato in un individuo atomizzato e scisso dalla sua comunità di appartenenza, rispetto al quale non si sente più parte integrante e fondamentale di un organismo più grande, ma monade isolata e abbandonata nel mare della competizione mercatistica.

In base a queste riflessioni, Taylor è solitamente annoverato all’interno della corrente del Comunitarismo, linea di pensiero novecentesca molto variegata, ma accomunata dalla ricerca di un modello filosofico, politico e sociale alternativo al dominio onnicomprensivo dell’individualismo liberale. Tuttavia, non è così semplice assegnare a Taylor un campo chiaro nella querelle che, a partire dagli anni Settanta, oppone Communitarians e Libertarians. La possibile collocazione di Taylor nel campo dei Communitarians è parecchio dibattuta, perché lo stesso Taylor, in alcune opere, si definisce come non ostile al liberalismo tout-court, ma solamente a una sua specifica forma (predominante, però, nella società contemporanea), che Taylor chiama “liberalismo dell’indifferenza”. Si tratta di una forma estrema e deleteria che il liberalismo ha sempre avuto in nuce e che si è dispiegata ulteriormente con la grande risonanza dell’opera di John Rawls, A Theory of Justice (1971). Questa forma di liberalismo è, secondo Taylor, una vera e propria malattia della società contemporanea, che, pretendendo di estendere un approccio neutralistico e privo di contenuto concreto all’intera organizzazione della società, non fa altro che aggravare le tensioni latenti nel rapporto tra individuo e comunità. La società liberale, nel perseguimento dell’uguaglianza a tutti i costi, ha finito per degenerare nel grigio apparato statale, impersonale e totalmente vuoto nella sua neutralità assoluta, priva di una visione sostantiva del Bene. Ciò ha ulteriormente aggravato il fenomeno dell’alienazione – già individuata come pericolo fondante dell’uomo moderno da Hegel e Marx – estesa ora a livelli mai conosciuti prima nella storia umana.

Pur non aderendo mai al marxismo, Taylor in età giovanile frequenta gli ambienti oxoniensi della New Left e, successivamente, si candida più volte alla House of Commons canadese con il New Democratic Party, non riuscendo mai a essere eletto. La scelta politica di Taylor propende, dunque, per un riformismo di stampo socialdemocratico, che cerchi di migliorare gradualmente la società evitando massimalismi, ma nel contempo tenendo bene a mente l’assoluta radicalità dell’obiettivo a lungo termine, ovvero la sostituzione del paradigma individualistico con un migliore e più armonioso rapporto organico dell’individuo con la sua comunità di appartenenza. Il suo tentativo consiste nell’elaborazione di un modello alternativo alla società liberale, alla ricerca di un equilibrio tra lo schiacciamento dell’individuo sotto la collettività operato dai totalitarismi del Novecento e l’isolamento del singolo all’interno delle grigie e impersonali società liberali. Il modello filosofico e politico a cui Taylor guarda prevalentemente in questo percorso è indubitabilmente quello hegeliano.

Hegel costituisce, allora, una vera e propria stella polare per Charles Taylor lungo tutto il suo percorso intellettuale, dalla tesi di dottorato fino alle ultime opere degli anni Novanta e Duemila, passando per le due monografie degli anni Settanta, che Taylor dedica espressamente al filosofo tedesco. La seconda di queste, Hegel and the Modern Society (1979), è abbastanza illuminante nell’esplicare come Taylor ritenga seriamente possibile l’attualizzazione del pensiero hegeliano come modello di pensiero alternativo al liberalismo dell’indifferenza e alle sue deleterie conseguenze. Emendato il pensiero di Hegel da alcuni assunti insostenibili, come il panlogismo, Taylor ritiene che il sistema hegeliano sia la più potente costruzione anti-liberale emersa in età moderna, in grado di portare a una superiore sintesi e conciliazione le istanze del Romanticismo in merito al valore dell’irrazionale nella natura umana profonda e le esigenze di autonomia e libertà morale provenienti dalla filosofia kantiana. Lo Stato hegeliano, lungi dall’essere quel mostro totalitario intravisto da Karl Popper, è un modello di Stato che riesce a conciliare libertà individuale e unità della comunità, autonomia morale del singolo e forte sentimento collettivo, ed è dunque il frutto di un pensiero dalle enormi potenzialità inespresse, che si dovrà, allora, cercare di sviluppare ulteriormente, alla ricerca di una via d’uscita dal secolare vicolo cieco in cui il liberalismo ha condotto il mondo occidentale.