Il personaggio di Lecter manifesta certi caratteri che sono riconducibili a una precisa concezione dell’unità e dell’armonia: ama la musica classica (quindi una musica che predilige le variazioni sul tema, le serie, gli ostinati, le ripetizioni), l’arte barocca (quindi fortemente plastica, figurativa – cioè sempre concreta, ma di rimando a un syn: sim-bolica, appunto), e la scienza (come il re ideale di Platone, è un matematico: grande esperto di fisica teorica).Spesso capita di trovare associata l’arte barocca a una sostanziale superficialità, tanto che il suo sviluppo estremo è detto Manierismo. Ma questo è un altro concetto che il personaggio di Lecter aiuta a svolgere. Come dicevamo in altra sede, ciò che isola il corpo dal rischio di diventare un pleithos apeiron, una serie senza bordi, è la pelle. Essa chiude il corpo in un involucro e permette di considerarlo un corpo. Questa serie senza bordi, questo agglomerato, è il Reale – la parte non simbolizzabile della realtà, detto in termini lacaniani – e ciò lo colloca oltre l’estetica trascendentale kantiana. È intuizione senza concetto, intuizione cieca ma esistente, intuizione a pelle non a parole (e nello scarto di senso fra le due espressioni c’è proprio l’irriducibilità di un soggetto che, pure se non parla, sente: in un momento in cui il pensiero non è ancora pensiero ma è già pensato).

Senza pelle il corpo si disfa e gli organi prendono possesso della scena. Così, rimandando all’esempio del violino, se manca un suono bello e armonico, la ragion d’essere come quel violino decade e non vale più come unità. E lo si acquisisce, come serbatoio cosale a cui dare un senso, magari come legna da ardere. Analogamente, il corpo diventa così serbatoio di ingredienti (il punto di vista anatomico) e come tale vero (il punto di vista estetico). Del resto, se escludi il cibo, tutto è epifenomeno.

Cara Thayer e Louie van Patten

Cara Thayer e Louie van Patten

Tornando a essere cibo, le vittime di Lecter si azzerano per poi ricominciare il loro ciclo, in una sorta di karma gastronomico. Lecter evita, nel suo limite, che gli scarti dell’armonia diventino morti viventi, zombie (come descrive gli onkos in Zombie outbreak Rocco Ronchi, caratterizzandoli per la loro fame cieca di esseri umani), li azzera e ridispone secondo un metodo dei più propri: quello estetico tendente all’Uno. Infatti, se è vero che la prospettiva anatomica produce la molteplicità dell’immanenza tanto temuta come onkos, è anche vero che lo smaltimento estetico di quanto del divenire non rientra nel bello, attraverso la sua rimessa in circolo, è svolto postulando l’esistenza di questa idea unitaria di Armonia: la parte – proprio come ingrediente del cannibale – torna all’Uno.

Possiamo dire che il metodo anatomico sta alla consustanziazione come quello estetico alla transustanziazione. Torniamo a rimarcare l’importanza, qui, del passaggio per la morte di cui abbiamo già detto: l’immanenza è puro abbandono al divenire (il giglio nel campo), dove l’involuzione non è un regresso (Deleuze), ma questa immanenza è per l’uomo sempre e solo immanenza della morte, perché il linguaggio consente di presentificare un sembiante di questo concetto di cui – come già sottolineava Aristotele – non possiamo che avere conoscenza indiretta. Il punto di vista anatomico è espressione di questa immanenza della morte. All’estetica, come detto, tocca il compito di bilanciare la morte con (quel che diventa) la promessa dell’Uno, dando così senso alla molteplicità caotica della vita.

Otto Ganz (2017)

Otto Ganz (2017)

A questo punto, per parlare del cannibale, occorre distinguere chiaramente due strutture: quella dell’individuo nello stato pre-soggetivo, dove è un ente che per semplicemente desidera; e quella del cannibale, dove entrano in gioco le sue personali caratteristiche di attore della realtà, dove l’ente desiderante è divenuto un soggetto con la specificità del cannibalismo. Da questo punto di vista, l’estetica è al confine di dove prende forma questa immanenza: nella confusione che il cannibale porta fra i molti. Superiamo la figura del cannibale, che nell’immaginario è Hannibal Lecter, la sottesa tematica filosofica che lo abita, il momento estetico che rappresenta, per tornare al momento in cui questa immagine non c’è ancora – momento in cui il cannibale è solo un gesto ancora senza la sua rappresentazione: il termine immanente di una relazione.

Se si interroga il pensiero cannibale più interiormente, si assume che sussistono una serie di distinzioni che operano su piani disciplinari differenti. Etnologia, antropologia, zoologia, sociologia, storia, psichiatria, psicologia sono alcune delle scienze e tecniche che si occupano del cannibalismo, in un caleidoscopio che esamina tanto tribù africane o oceaniche quanto episodi storici come l’esperimento staliniano di Nazino; tanto le carestie che dovunque hanno costretto all’antropofagia quanto superstizioni mediche come quelle che in Cina riguardano i feti; tanto i naufraghi quanto i serial killer. C’è un cannibalismo per assorbire la forza del nemico, ce n’è uno che serve per tenere sempre qualcuno con sé, ce n’è uno per sopravvivenza, ce n’è uno per piacere. Queste differenziazioni, utilissime sotto il profilo tassonomico, risentono dei loro campi di utilizzo e, sebbene consentano di fare distinzioni necessarie, possono scoraggiare altre prospettive.

Ricostruzione di fine ottocento, dei preparativi di un banchetto antropofago nelle isole Figi

Preparativi di un banchetto antropofago nelle isole Figi (ricostruzione di fine Ottocento)

Intanto, per interiore non vogliamo alludere ad alcunché di esclusivamente interno al soggetto (come i suoi sogni, traumi, disturbi ecc.), ché altrimenti ci troveremmo nel campo della psicopatologia, che ci è comunque necessaria; né solo a una logica interna del fenomeno nei suoi vari aspetti, poiché trarremmo unicamente una fenomenologia del cannibalismo, forse nemmeno utile come quelle dell’antropologia, ma un suo effetto – per interiore alludiamo al senso del cannibalismo nella relazione fra due entità, non del tutto sovrapponibili a quelle di individuo e  contesto, come il discreto e il continuo. Per l’origine matematica possiamo usarle quasi in assenza di connotazioni, mettendoci al riparo da un piano soggettivistico (e non soggettivo), da cui invece possiamo astrarle, ragionando di una ben definibile casistica dell’antropofagia che ha meno a che fare con l’essere umano di quanto non abbia a che fare con la relazione, a condizione di accordarsi sui termini di quest’ultima.

Ponendo l’antropofagia come variabile di una funzione, rappresentiamola identificando come prima cosa gli attori del nostro ragionamento, cioè il cannibale e l’altro individuo entrato nello sguardo del cannibale. Potremmo dire che i termini della relazione siano questi due, ma così presupporremmo che si tratti di una relazione univoca (x mangia y) e che così tale relazione si esaurisca. Psicopatologicamente è proprio l’esaurimento in x e y a rendere possibile fondare certe conclusioni (es. lo schema degli affetti e la personalità di x, il valore di y per x ecc. così appiattendosi sulla persona del cannibale x) e antropologicamente è proprio l’univocità della relazione a permettere di ridurre le interpretazioni possibili del fenomeno (la ritualità è per sua stessa costituzione univoca, cosa che limita di nuovo all’antropofago). Questa attenzione sull’empiricità del cannibale è utile descrittivamente e funzionalmente, può dirci come e perché un certo individuo o gruppo si trova a praticare l’antropofagia, ma non spiega come il contenuto di questo tabù possa identificarsi col mezzo di una certa relazione: la relazione-non-relazione fra il cannibale e l’immagine nella sua carnalità.

Il conte Ugolino - Jean Baptiste Carpeaux (1862)

Il conte Ugolino – Jean Baptiste Carpeaux (1862)

Stante la loro modalità di relazione distorta da un concretismo patologico e il loro delirio fortemente connotato e ossessivo, per assassini come Ed Gein o Jeffrey Dahmer c’è stato modo, tramite qualcosa che riproduce il rito della caccia e del nutrimento, di collocarsi in una relazione che, nella sua specificità, più che distorta, riscontriamo impossibile. Psicologia e medicina usano sul cannibale temi che vanno dalla fissazione sulla buona cara fase orale freudiana, alle anomalie/lesioni del lobo frontale del cervello, fino all’abbassamento della serotonina, restando comunque salde nel principio per cui ogni caso è differente e a sé, giustamente. Non meno sarebbe interessante capire perché la risposta a questa forma di relazione sia divenuta nella notte dei tempi – senza rimpianti – un tabù, dato che innegabilmente è mangiare l’altro il modo migliore per legarsi a lui: laddove non c’è la cultura d’appartenenza o la necessità, il cannibalismo arriva a domandarci fino a che punto ci è lecito avvicinarci all’altro e perché lo è o non lo è, ma soprattutto quanto può significare il termine (essenzialmente relazionale) di separazione.

Il cannibale profano (come lo definisce la criminologia) è tendenzialmente un individuo deprivato dell’empatia da un trascorso di abusi psicologici e/o fisici in un lasso di tempo che va dall’infanzia alla giovinezza. Solitamente si riscontra anche la presenza di una figura materna ingombrante e oppressiva, nonché spesso di suo patologica, e una figura paterna assente o negletta, di quando in quando sostituita da altre figure maschili riempitive, spesso e volentieri devianti di per loro. Nell’assenza di affetti e accudimento, questi soggetti trovano un adeguato sostituto non nell’attaccamento patologico, ma nel cibarsi di soggetti che incarnano simboli di quegli affetti. Ciò che ci simbolizza più direttamente è la nostra immagine, nella carne di cui è composta. La relazione che cerca il cannibale si basa su un ben preciso piacere, l’unico a sua disposizione come soggetto: quello di relazionarsi all’altro con cui lui stesso, come ente desiderante pre-soggettivo, vorrebbe relazionarsi. Un piacere per l’incontro con la relazione che, la parte del cannibale che desidera l’altro senza concetto, domanda.

Detachment - Gerardo Nardiello

Detachment – Gerardo Nardiello

Il cannibale (nella fase primaria della percezione, come ente desiderante) vuole una relazione con l’altro, percepito nella sua immagine (la visione del Tutto intuita nell’esperienza estetica). L’immanenza della morte si manifesta qui nel suo ripetersi: la fase ulteriore lo vede soggetto operante nella realtà materiale e il suo desiderio materiale è mangiare la Cosa che l’immagine è. Una pura relazione simbolica che passa per una pura relazione cosale, nel nodo di una ripetizione senza concetto, tautologia che trae il suo concetto dal suo ripetersi, per cui sono perché ci sono, A=A. C’è identità, ma solo perché c’è relazione. La relazione passa qui per la rimozione nel reale della differenza della separazione. Per questo verso, possiamo intenderlo come un’adesione radicale all’idea greca – secondo Heidegger (Il detto di Anassimandro) – di essere come presenza: attraverso l’identità con la cosa, la relazione ha luogo e il cannibale ricava la sua identità.

L’ingestione è così il sacrificio fondamentale che consente la trasformazione della morte in vita.

Il desiderio del cannibale, quando desidera – come ente desiderante – l’unità dell’immagine dell’altro, non passa per l’astrazione di questa immagine (non la nega materialmente, per superarla in una relazione di parole) e non trova spazio per la relazione. Costituitosi come soggetto, nella fase seconda del cannibale determinato (e caso clinico, giuridico, mediatico), questo desiderio coincide nella realtà col desiderio di cibarsene.

Il mediatore evanescente della dissezione, o digestione (o amichevolmente negazione): quanto, insomma, sta oltre la bocca spalancata del caos, in uno spazio in cui l’identità può avere luogo come relazione di A=A. L’immagine del desiderio (l’unità) diventa vittima (parte), contemporaneamente uno e molti come gli onkos. Il cannibale, da ente in cerca di relazione (vale a dire d’identità), ottiene quasi ciò che voleva: l’altro nella sua unità estetico-cosale, con cui costituire la propria identità presente. L’identità (A=A), intesa come relazione dell’Uno con se stesso, consente la metonimia di sfondo per cui la relazione è identità. Stessa metonimia per cui assumere la carne (un pezzo dissezionato) equivale ad avere una relazione con l’altro (tutto il lato non materiale che poi è della relazione). Qui non si può intendere l’altro come identità a sé stante in cui cercare una relazione, bensì in quanto anatomizzata, da sempre parte, perché da sempre vittima, (cioè resto) della relazione.

Alejandro Marco Montalvo (1986)

Alejandro Marco Montalvo (1986)

Perciò, come ente desiderante, il cannibale non ha avuto quel che cercava (la relazione, che permette l’identità); l’ha avuta solo il cannibale come soggetto, che deve trovare di che soddisfare sia il proprio desiderio che quello insoddisfatto al suo proprio interno. E questo necessita (se non di ritualità) del tempo logico della ciclicità. Portando sulla Cosa la relazione (per cui le si riconosce uno statuto simbolico) ha perfettamente senso dire che la carne è tutto, perché tutto, l’unità, è la carne. Parliamo quindi del piacere mosso dalla relazione con la relazione stessa – perché è appunto la relazione con l’altro, relazione in questo caso impossibile (l’Uno e i molti), che fa del cannibalismo una scorciatoia attraverso l’impossibilitàLa carne è tutto equivale a dire la relazione è tutto (che, in quanto identità, è pure “tutto è relazione”), indipendentemente dal chi con cui ci si relazione, perché quel chi non è un termine della relazione, ma solo il suo sapore. Come si sostiene la non-relazione del cannibale: come ci si relaziona a una relazione?