di Gabriele Zuppa

Gli scientisti si sono scagliati contro il mio ultimo testo – Gli strani casi del Dr. Darwin e di Mr. Marx – perché ha l’intento di mostrare come “la teoria dell’evoluzione di Darwin sia un coacervo di contraddizioni che la invalidano”. Si sono scagliati senza aver letto il testo: sarebbe servito leggerlo? No, secondo il loro sillogismo perfetto: Darwin è la scienza, questo testo si pronuncia contro Darwin, allora questo testo si pronuncia contro la scienza. Invece – a noi pare perfino ovvio – rilevare le contraddizioni che inficiano l’impalcatura concettuale del darwinismo – proprio questo sarebbe un ufficio per la scienza. Insomma eccoti gli “scienziati” che mummificano Darwin erigendolo a dogma, mai mettendo fuori il naso dal loro recinto scientista, tranne che per interfacciarsi con Dio e il creazionismo, in una polemica piccina piccina.

Certo, ciononostante, a me pare sia bene leggerli – i loro testi e anche le loro interviste: ma sapete cosa direi di quest’ultima, quella di Boncinelli? “Un coacervo di contraddizioni”! Nel dirne di cotte e di crude sono spesso coerenti; anche nell’incespicare nei loro stessi passi. Il biologo rimprovera agli italiani di essere “un popolo discretamente ignorante, soprattutto quando si viene a parlare di questioni scientifiche”: di chi sarebbe la colpa? Della religione e della filosofia, ovviamente, secondo un luogo comune consolidato. Ma, chiediamo, questo luogo comune come convive con quanto poco dopo affermato: “Ci sono molti scienziati stupidi, però. Un professore universitario medio, in Italia, è un incapace”? Se la scienza è mediamente fatta da incapaci, vai mica a pensare che l’opposizione a questa incapacità sia sensata? Uno scienziato incapace non è uno scienziato: vuoi mica vedere che opporsi a presunti scienziati che non sono scienziati sia un’opposizione proprio “scientifica”?!

Come vado ripetendo da tempo, la filosofia e la scienza non sono in contrapposizione: sono facce delle stessa medaglia, quella della conoscenza. Ogni conoscenza vuole essere scientifica (non contraddittoria), ma deve perciò avere presente la totalità con la quale da sempre ha a che fare (deve cioè essere consapevole delle sue relazioni costitutive con le altre conoscenze – con le altre scienze particolari, nonché con la logica, l’ontologia, la gnoseologia, ecc. –, deve sapere che è da sempre, inevitabilmente e intrinsecamente filosofia). La specificità del filosofo non può fare a meno della specificità dello scienziato e viceversa. Invece per Boncinelli l’ufficio critico della filosofia sarebbe “un male”. Non solo: “i filosofi sono i peggiori nemici della scienza, peggio anche dei preti.” Ma allora, se gli scienziati sono incapaci e se i filosofi chiedono conto di risultati che gli incapaci non sanno giustificare, come risolvere tutto ciò? Con il principio di autorità, con il dogma, ovvio: “anche negli Usa le persone non sanno nulla di scienza […], ma quando si esprimono le autorità, come la Fda, tutti accettano il suo giudizio. In Italia no, non c’è nemmeno rispetto per le autorità”.

Dopo questa serie di banalità che sembrano rivestite di coerenza solo per l’abitudine a sentirle, ecco il culmine dell’argomentazione. Di che cosa abbiamo bisogno? Di “filosofi seri”. Per indicare in che cosa questa serietà consista non si aggiunge che un esempio – oltre all’auspicata sottomissione al dogma e all’autorità di accademici scientisti incapaci: liberasi da “un pregiudizio antico: Benedetto Croce aveva detto che i concetti scientifici sono pseudo-concetti”. Il pregiudizio da cui dovremmo liberarci è invece quello dell’ignoranza di chi, sempre per sentito dire, ritenga che quella di Croce fosse una posizione contro la scienza: l’esatto opposto! Semplificando di molto e limitandoci a quello che non può che essere qui un accenno: i concetti sono l’universale, i quali si articolano in una legge universale; gli pseudo-concetti sono i concetti con cui pensiamo le determinazioni empiriche che appaiono dentro questa legge. Se la legge della selezione naturale scandisse il comparire e lo scomparire delle specie, ecco che allora sarebbe un concetto; il cane, invece, che non era, è e non sarà più, potrà essere concepito solo come pseudo-concetto: infatti quando iniziamo a chiamare “cane” un essere vivente rispetto al precedente nel continuum della trasmutazione? Ma questa distinzione non è una distinzione che si pronunci contro la scienza, anzi: la scienza è tale anche quando si serva di pseudo-concetti, ma assume la dimensione dell’universale solo in ciò che è concetto non empirico (benché serva proprio a rendere intelligibile l’empirico). Non solo, ma è ancor più scienza se è consapevole di quel che fa, di come procede: se sa, per esempio, di questa distinzione fondamentale.

La rilevanza del lavoro di Croce per comprendere la scienza è di inestimabile valore. Valore non più riconosciuto e anzi capovolto nel suo contrario a causa dell’ignoranza intorno alla scienza propria degli scientisti dogmatici. Quindi qui non si tratta di essere a favore della religione o della filosofia o della scienza: ma del pensiero pensante che si confronta e sa che è tanto più scienza, filosofia – tanto più divino –, quanto più moltiplica il confronto, non arroccandosi dietro al risaputo, qualunque sia il pulpito dal quale proviene. Quanto di più difficile, lo so. Ma l’alternativa, a parte il dogma, non c’è.

 PS: Ho scoperto poi – dicevo all’inizio – che il 29 gennaio, proprio mentre scrivevo questo articoletto, Edoardo Boncinelli, evidentemente un “filosofo serio”, accettava la laurea honoris causa in Scienze filosofiche (sottolineo: in scienze filosofiche), con una lectio magistralis che metteva a tema il sorriso: l’unica cosa azzeccata…