Chiunque abbia commesso l’imprudenza di addentrarsi nei meandri profondi dell’arte, in tutto ciò che è considerato latore di un valore artistico, o solamente dirigersi verso orizzonti più radiosi, sarà sicuramente giunto a quel bivio atavico, dove incertezze e riflessioni letargiche si affacciano sul proprio cammino. Furtive, cominciano a muovere i primi passi e a destare nervi scoperti del nostro io. Sussiste un timore reverenziale con il quale ci accostiamo al passato, come in un decoroso silenzio di fronte la morte. Eppure, superato con lode il breve e intenso periodo iniziale, in cui ogni aspettativa sembrava essersi realizzata, in cui ogni capriccio veniva esaudito, ecco porsi innanzi, in posa marziale, l’ombra di uno spettro dalle fattezze mostruose: lo spettro della modernità. Dopo essere stati allevati dall’amorevole nutrice della storia, sempre all’altezza del proprio ruolo, la quale ha consegnato nelle mani di innumerevoli generazioni opere che, a giusto titolo, consideriamo eterne, ci apprestiamo adesso ad affrontare i nostri contemporanei. Ma qualcosa ci atterrisce, ci tiene bloccati fra l’azione il pensiero, e con lo sguardo empio di terrore ci fa indietreggiare. Un interrogativo si impone con forza sulla nostra volontà: perché è così difficile confrontarsi con il presente? Questa domanda, per quanto innocua possa apparire, esprime in realtà un malessere di fondo. Ma andiamo con ordine. Una delle prime critiche che si muove all’arte contemporanea è la sua esasperata e conclamata superficialità ontologica, nonché una vuotezza di contenuti, da cui scaturisce quella forsennata ricerca, da parte di un pubblico con troppo amor proprio per ammettere di essere stato raggirato, di significati nascosti che giustifichino l’artista e la sua arte. Questa è almeno, da quanto si può capire, il ventaglio di opinione comune che la classe media ha formulata in questi anni.

Eppure, se da un lato, la moltitudine ignara accusa la nostra generazione di non comprendere l’arte, di farne un abuso e di non saperne decifrare i canoni estetici, dall’altra parte una folta schiera di uomini è pronta a lottare per quest’arte. Ha creato figure ad hoc per gestire i traffici e difendere gli artisti, per far conoscere al mondo il valore e la validità delle loro opere, avallando, tesi su tesi, i giusti ideali della loro missione. L’unica lezione che possiamo trarre da questo astruso dibattito è un altro interrogativo, forse più insolubile del precedente: che cos’è l’arte? Se c’è qualcosa su cui siamo tutti d’accordo, è che non esiste niente di più vago e indeterminato del concetto di arte. Nel corso della storia sono stati in molti a prendersi la briga di annaspare in queste acque melmose senza tuttavia riemergere con qualcosa di definitivo, di soddisfacente, che acquietasse gli animi: definire cosa sia o non sia arte. Dai filosofi più illuminati, ai calzolai più esperti ognuno ha detto la sua. Proveremo a farlo anche noi, stando bene in guardia, dallo scadere in sterili formalismi ideologici, o peggio ancora, abbracciando una visione relativistica dell’arte, che si traduce pertanto in un annullamento dell’arte stessa.

Galleria di vedute di Roma antica - Giovanni Paolo Pannini (1758)

Galleria di vedute di Roma antica – Giovanni Paolo Pannini (1758)

Potremmo cominciare col dire che il concetto di arte è strettamente legato a quello altrettanto spinoso di cultura. E se con cultura intendiamo il mutuo rapporto che sussiste fra l’uomo e la sua esistenza, potremmo definire ogni tentativo di dare alla cultura un qualunque significato arte. Sia chiaro, proviamo a dare una definizione, che non pretende di essere esaustiva, né tantomeno si arroga il privilegio di sciogliere il nodo gordiano che incatena l’umanità da millenni, ma che sia una direttiva di massima, che ci permetta di muoverci agilmente nel caos del presente. Un riferimento, una linea d’azione da seguire per sondare i profondi misteri del mondo moderno.

Avendo stabilito quindi una definizione, possiamo finalmente adoperare la parola senza paura di apparire come i sarti nel racconto di Andersen, intenti a mostrare all’imperatore i suoi nuovi vestiti. Rimane insoluto il problema sul giudizio estetico: quando un’opera può definirsi bella; se la definizione di bello coincida o no con l’arte stessa, e se per questo un’opera d’arte ha da essere necessariamente qualcosa di bello. E che dire sul valore dei contenuti? Molti sostengono che queste due proprietà si equivalgano, altri che viaggino di pari passo, distinte, senza mai toccarsi. Per il momento, lasciamo a critici e studiosi più illuminati la risoluzione di questo enigma. Semplificando la faccenda, potremmo dire che l’opera d’arte assolve il suo compito quando, bella o brutta che sia, riesca a trasmettere una sensazione di intenso disagio interiore, la stessa identica sensazione che si prova quando avvicinando il palmo della mano verso la fiamma di una candela subito la ritraiamo involontariamente. In altre parole, quando ci dà l’impressione di aver mostrato un parte della vita di cui eravamo all’oscuro, compiendo quel disvelamento – ἀλήθεια/aletheia – che in greco coincide con la parola verità. Per riandare alla critica iniziale mossa all’arte contemporanea, a fronte di questa nuova scoperta, possiamo arrogarci il diritto di dire la nostra. Se c’è una cosa per cui il nostro secolo sarà ricordato, è proprio per la superficialità con cui la vita, nelle sue prismatiche idiosincrasie, è vissuta e affrontata. L’arte, prodotto culturale, deve esprimere e riflettere per forza questo modello esistenziale. Per cui non dobbiamo sorprenderci se intravediamo nelle opere tratti di caduca frivolezza. Se ammettiamo tale ipotesi, allora possiamo affermare risoluti che l’arte contemporanea ha tutti i diritti di rappresentare con la massima capacità espressiva la superficialità in cui è immersa.

Allegoria del Tempo che svela la Verità - Jean-François de Troy

Allegoria del Tempo che svela la Verità – Jean François de Troy

Eppure, è giusto considerare quella del nostro tempo arte? Dalla definizione appena data, vediamo che possiede tutti i requisiti necessari, anzi si spinge ben oltre. Se in genere nel passato l’arte era dotata di un freno inibitore, ossia, si cercava sempre di mitigare i turbamenti producibili nell’animo umano, non esponendo alla massa certe imperfezioni che necessitavano il segreto, a poco a poco, in un processo di matura consapevolezza, l’arte si è emancipata dalle convenzioni che l’uomo le aveva cucito addosso.

Tuttavia, nonostante adesso abbiamo a nostra disposizione gli strumenti non riusciamo ancora a orientarci nel vasto e agitato mare del presente. Ci sembra di essere sballottati da un posto remoto a un altro senza mai giungere all’agognata terra promessa. Non si allontana da noi una certa idea di incompiutezza, di insoddisfazione verso il presente. Presagiamo che quest’arte, pur esprimendo qualcosa di concreto, di reale, di tangibile, non riesce a raccontare pienamente il nostro tempo, non incarna fedelmente il nostro secolo, ma ne tralascia una parte essenziale. Si stravolge la forma per farvi aderire significati sconnessi, sconosciuti, estranei alla nostra esistenza, non raccontando la vita, bensì un suo surrogato, una falsa e brutta copia di essa, verso cui proviamo un intenso distacco emotivo e intellettuale. Così, alla luce del giorno nascente, dopo una notte trascorsa tra singhiozzi e delusioni, troviamo conforto nei classici del passato; passato che appare così immenso, così variegato nella sua infinita benevolenza, che niente potrà mai farci dubitare che giunga in nostro soccorso nei momenti in cui maggiormente ci sentiamo disorientati. L’arte del passato, seppur a volte commette degli errori, è per natura sua incapace di produrre angoscia. Ma cos’è che ci fa guardare così fiduciosi al passato? Quale idea si materializza nella nostra mente e rincuorandoci ci dice: verso quella direzione sarai salvo? Considerando quanto sono comuni nella nostra epoca, abbagli, cantonate ed errate considerazioni della realtà, la certezza di un riparo sicuro dalle intemperie della vita, che ci attanaglia, che popola i desolati deserti della nostra anima, ci sgrava con remissione da tutti quei risentimenti indecorosi che agitano e rimescolano in noi sensazioni sgradevoli. La grande arte passata ha questo pregio: ha superato il vaglio imperituro e inesorabile del tempo.

Rovine romane -

Rovine romane – Giovanni Paolo Pannini (1751)

Il sangue ribolle nelle vene, fremiti e spasimi d’agitazione ci pervadono, allo stesso mondo in cui l’ansia coglie lo studente pochi attimi prima di un esame. Avendo superato non senza sforzi, le dodici fatiche di Ercole, li ritroviamo invitti davanti alle nostre paure, non senza uno sguardo sardonico e un sorriso beffardo, a protenderci la mano. Il moderno invece, subisce gli oltre duemila anni di storia a cui è comparato, tutti in una volta. Si trova, come Atlante, a sobbarcarsi un peso troppo grande da sostenere. Tentano, i moderni, di reggere il pensante fardello con quanta forza hanno a disposizione e non fa clamore se talora, alcuni di essi, esausti, accasciandosi stramazzano tragicamente al suolo. Eppure, provate, per esempio, a leggere un contemporaneo con la stessa spensieratezza e tranquillità di spirito con cui si legge un classico! Quando si ha a che fare con i primi ecco sorgere una fastidiosa premonizione di star sprecando del tempo prezioso. Chiediamoci quindi, con quanta poca indulgenza giudichiamo pessimo, ad esempio, un romanzo del secolo corrente? Il fatto è che un libro antico, essendo giunto fino a noi, ha già dato prova del suo coraggio, e ciò può essere indice del valore e dell’immortalità dell’opera. Forse per questo ci avviciniamo con titubanza e pregiudizio inconscio ai moderni: vogliamo vederli alzare dalla posa felina in cui versano e, avversando il corso del tempo, trascendere gli argini maestosi della vita e della morte.

Per esaminare meglio queste congetture, che potrebbero apparire come sterili ostentazioni d’astrattismo ideologico, o come sassi tra una folta collezione di diamanti, prendiamo, a paradigma di quanto affermato, la letteratura. Nel tracciare una direttiva che compendi l’attività letteraria della nostra storia, facciamo riferimento a quattro grandi nomi in particolare, i quattro pilastri su cui si posa questa nobile e veneranda arte. Chi se non Omero, Dante, Shakespeare e James Joyce, possono vantare questo onore. Autori di cui la stragrande maggioranza possiede tirature numerate, edizioni rilegate in pelle, in bella mostra adagiati sugli scaffali della libreria, e che allo stesso tempo non ha mai realmente letto. Se analizziamo ognuno di questi maestosi personaggi, scopriremo che in essi, nelle loro opere v’è qualcosa di rappresentativo, di unico, di essenziale; in altre parole nessun critico potrà mai essere in disaccordo sul fatto che questi eroi del pensiero, come direbbe Durant, abbiano in qualche modo, definito la civiltà del loro tempo, con tutte le sue contraddizioni; e in che modo brillante lo hanno fatto se non lasciandoci guardare il mondo attraverso i personaggi delle loro storie, nati da menti altrettanto geniali! A ogni modo, risiede in loro un’altra benigna qualità, tutt’oggi rimasta inalterata, vivida, che con molta probabilità ne costituisce il tratto distintivo, che li ha consacrati alla storia. Questi scrittori hanno avuto il coraggio, se di coraggio si può parlare, di liberarsi dalle catene che opprimevano la loro arte. In altri termini, quando nel corso della loro esistenza si sono resi conto che gli strumenti a loro disposizione per dare voce alla loro arte, per raccontare la vita nel migliore modo possibile, risultavano inadeguati, obsoleti, si sono subito messi all’opera per scoprire quali potessero essere i più adatti a raccontare efficacemente il proprio tempo.

James Joyce (1882/1941)

James Joyce (1882/1941)

Questi artisti, questi inveterati pionieri, non si sono fatti scrupoli a cambiare le regole del gioco quando queste non risultavano di alcuna utilità, ma rappresentavano più che altro un impedimento fisico; non hanno mollato la presa fin quando non hanno presentato al mondo nuove mappe con cui navigare sicuri negli inesplorati oceani dell’arte. Figure come Achille, Amleto, Farinata o Dedalus, sono impresse a fuoco nella nostra memoria, e in quella dell’umanità, perché hanno in sé i caratteri transeunti del particolare, in quanto istantanee di un preciso periodo storico, e dell’universale, in quanto archetipi di un cosmo interiore ed estemporaneo. Non hanno fatto una rivoluzione puramente linguistica, ma prima di tutto espressiva, rinnovando il mondo di concepire l’esistenza. Eppure, non dobbiamo pensare che questi uomini godessero di buona fama nel loro tempo. La maggior parte di essi, erano in realtà dei reietti, degli esiliati, degli emarginati. Sono veramente pochi gli artisti la cui arte è stata apprezzata mentre erano in vita. Ciò nonostante ora, guardiamo loro, come alle stelle del firmamento a cui fare riferimento nelle notti buie e disperate, lungo i sentieri interrotti della nostra esistenza.

Tuttavia, a un certo punto imprecisato, come per troppo affaticamento, esausti, gli artisti a poco a poco, quasi inavvertitamente, allentarono la presa. La letteratura, a cui venne dato il giusto risalto istituzionale, in realtà, si tramutò in un qualcosa sempre meno conciliante con le aspettative di un pubblico che contemporaneamente usciva fuori dal cerchio invisibile della cultura. Alla letteratura, possiamo associare l’arte in generale, allontanata agli occhi di una moltitudine inerme, che languiva un disperato bisogno di assaggio di vita. Più l’arte veniva istituzionalizzata, più il popolo pacato e taciturno prendeva il largo da essa, fino a considerarla, a sentirla come un qualcosa di estraneo ed etereo, qualcosa di inafferrabile e di crudele invenzione. Una prerogativa per una élite selezionata. Questa oligarchia intellettuale appose sulla parola arte un cartello con su scritto “Proprietà privata. Vietato l’accesso agli estranei”. 

Achille tra le figlie di Licomede - sarcofago attico del 240 d.C. ca

Achille tra le figlie di Licomede – sarcofago attico del 240 d.C. ca

Vani e disperati furano i tentativi per ristabilire il giusto rapporto, ad esempio, tra le numerose iniziative, una svolta decisiva poteva essere realizzata con l’avvento della Beat Generation. Ma ahi noi, una forma estremamente raffinata e brillante, contornava un mondo decisamente povero di contenuti, il quale ne decretò presto il repentino fallimento. Eppure, si ha oggi l’impressione costante che la storia, come un fiume che scorra placido da millenni, abbia raggiunto i bordi di un precipizio e da lì sia defluito e lasciato prosciugare ai piedi della vallata desolata del nostro presente. Questa sensazione che qualcosa si sia fermato è troppo vivida per essere ignorata. Si ha la sensazione che i romanzieri moderni, come gli artisti, abbiano smesso di lottare, abbiano smesso di cercare una voce che rappresenti in modo univoco la nostra civiltà. Nessuno di questi ha seguito il solco tracciato dagli antichi maestri, ma tutti in realtà, hanno preferito una via più comoda, si sono accontentatati di rimestare e rimaneggiare stili passati per farli aderire goffamente al presente. Tutti gli scritti che ci sono pervenuti dalla seconda metà del novecento in poi, hanno seguito un lungo e lento declino fino ad inabissarsi totalmente. Seppur risultarono latori di una peculiare caratteristica estetica, non riuscivano e non riescono a manifestare nel linguaggio del nostro tempo la vita nelle sue varie e anodine sfaccettature. Nei romanzi moderni tutto ciò è pressoché inesistente. In una triste e bieca decrescita siamo giunti all’esaurimento di ogni idea, di ogni possibile soluzione innovatrice.

Questi grandi personaggi moderni, hanno l’anima e la costituzione fisica di un burattino, che in fin dei conti non ha nulla da rivelare, niente da dire, e tutte le sue azioni hanno il sapore nauseante di un cibo già masticato in precedenza. Ma allora a cosa potremmo attribuire questa incapacità dei giovani artisti di comunicare, di risultare credibili, coerenti e di farci prendere la loro arte sul serio? Che forse non abbiano già tentato innumerevoli volte di rigenerare l’arte, di afferrarla e di piegarla ai loro desideri? Tuttavia, appare manifestamente lampante quanto questa sia riluttante ad essere addomesticata. Preferisce piuttosto che la si segua, silenziosamente, come si rincorre una farfalla in un immenso campo di tulipani; vuole che si percorra il suo cammino senza mai imprigionarla nelle mani di sterili e affettati modelli di comunicazione universale, che non hanno altri scopi se non quello di confondere le idee, di per sé alquanto farraginose, che ognuno di noi ha formulato su di essa. L’arte è infeconda quando viene sottomessa alla regole della razionalità, e come seme sparso sulla strada non produce alcun frutto. È bene chiarire che l’arte di cui si sta parlando, è quella impulsiva, inconscia, nella sua pura e intima essenza, al suo stato embrionale, che nasce da una scintilla breve e fugace. Il lavoro che segue la stadio iniziale, per rendere l’arte rappresentativa delle proprie idee, esige tuttavia di essere arginato dalla conoscenza e da regole teoriche e pratiche. Una costante nella storia dell’umanità è senza ombra di dubbio, il tentativo di inscatolare l’arte, di farla diventare mera merce di consumo di massa, e come tale, non rispondente più a esigenze artistiche, ma a necessità economiche.

Jack Kerouac (1922/1969)

Jack Kerouac (1922/1969)

Se dovessimo stabilire quali categorie di artisti moderni sono oggi presenti sulla scena, non commetteremmo certo errore definendo tre differenti tipi psicologici. I nostalgici, o i cantori delle vecchie avanguardie, che con fierezza disprezzano apertamente il presente, trovano nel passato l’unica, vera e consolante fonte di arte possibile e realizzabile. Gli snob e i saccenti dei salotti privati e dei circoli culturali, appartenenti a lunghe e dinastiche classi elitarie, rimasti ammaliati dal passato che considerano l’ispirazione primaria di ogni individuo, ma che tuttavia guardano con pudica benevolenza il presente, senza negare ad esso nessuna futura possibilità, mostrando interesse per tutto ciò che coniughi l’arte con le nuove tecnologie. Infine gli artisti apolidi, spesso appartenenti alle frange caotiche della nuova generazione caratterizzati tutti dal fatto che hanno una parziale e marginale conoscenza del passato, della loro storia e delle loro tradizioni, bilanciata però da un vivo e forte interesse nell’opportunità che può offrire un glauco futuro in cui credono ciecamente.

Concentrandoci sull’ultimo tipo, che appare come quello più interessante e complesso se inserito in una certa logica, potremmo dire che questi giovani imberbi e pieni di speranza inespressa hanno agito con integrità di spirito e non gli si può imputare nessuna colpa volontaria. Volevano dare all’arte un volto nuovo, più consapevole della propria grandezza, e per questo non possiamo che essere indulgenti verso di loro. Tuttavia, se i presupposti erano giusti, se l’intento consisteva in una rigenerazione dell’arte, gli effetti non hanno sortito gli esiti sperati. Ci siamo ritrovati di fronte una caterva di fanciulli, con mille idee in testa, con in mano armi difficili da maneggiare. Nel tentativo maldestro di una rivoluzione, non si sono resi conto di essere in realtà vittime ed esecutori inconsapevoli dell’eccidio dell’arte. In prima istanza, tramite una democratizzazione dell’arte, e in secondo luogo tramite la sua saturazione. Provate a guardavi intorno e scoprirete di cosa si sta parlando. Ci ritroviamo sommersi da citazioni, da mostre in 3D, da saggi, e inoltre nuove personalità artistiche, quali youtuber, blogger, art director e così via, sono nate per facilitarci il compito di assimilazione. Con l’avvento di internet, l’arte è stata trasposta in una dimensione differente da quella per cui era nata, andando in contro verso una vera e propria profanazione.

Andy Warhol (1928/1987)

Andy Warhol (1928/1987)

Ricordate il famoso monologo in cui Lenny Bruce, davanti a un pubblico eterogeneo per età ed etnia, ripete per innumerevoli volte negro? Voleva provare come esasperando un concetto, un’idea se ne annientasse il reale significato. Ebbene, stiamo assistendo proprio a questo processo distruttivo. La contemplazione dell’arte non è più un breve momento di pausa dalla vita, un momento di riflessione sulla bellezza e sulla natura del mondo, ma assurge a costante e invasiva tortura psicologica, molto simile a una lunga e sofferente malattia corporea. C’è un altro punto, inoltre, assai spinoso, da tener in considerazione, che il filosofo Walter Benjamin sintetizza nel libro L’opera d’arte nella sua riproducibilità tecnica, vale a dire l’uso strumentale dell’arte da parte dei poteri forti. Uso che è insito nella natura stessa della grande rete internet. Ci si serve dei grandi e potenti mezzi di comunicazione di massa, per ottundere le coscienze, per manipolare le menti di indifesi individui e sedimentare in esse idee che avversino il presente e non ne permettano un facile e agevole sviluppo.

Ecco di nuovo quella sensazione di interruzione, di mancanza, di incomunicabilità tornare alla ribalta. Magari ciò sarà dovuto ai social network, che non permettono di guardare oltre la protervia superficiale della vita? O le nuove frontiere della scienza hanno tolto qualcosa di vitale alle nostre quasi spente e vacue esistenze? O magari potremmo affermare che quel senso di insanabilità, di rottura, nasca da un disincanto collettivo verso il passato stesso? È possibile che il passato, per quanto confortevole, non sia stato del tutto compreso, che qualcosa di esso sia sfuggito anche allo studioso più diligente? Il lungo ponte del tempo che unisce il passato al presente, è diventato sempre più stretto, tanto da risultare inservibile. Che sia questo l’origine dei nostri mali, che siano queste le ragione di un rapporto cosi teso e riottoso fra storia e modernità? Le prospettive a questo punto appaiono un buio e lungo corridoio senza fine, e più tragico ancora, quanto mai senza un barlume di trepida speranza. Eppure se c’è una cosa che i grandi classici ci hanno insegnato è proprio ad essere tenaci, perseveranti. Cerchiamo quindi di capire cos’è che andato storto, se qualcosa è andato storto.

Walter Benjamin (1892/1940)

Walter Benjamin (1892/1940)

Nel fare una rassegna, anche la più dozzinale, delle possibili direzioni che il nostro secolo sta per intraprendere non ci si può non soffermare su un particolare interrogativo: esiste una direzione? Ciò che emerge con lampante evidenza, è che siamo in balia degli eventi, siamo vittime inconsulte delle circostanze, stiamo incespicando da un punto all’altro della cartina senza avere un’idea precisa di dove voler approdare. Di primo acchito, la figura che potrebbe venire in soccorso per sopperire a tale assenza di orizzonti ideologici, è l’intellettuale. Dell’intellettuale non si può mai parlare al singolare in senso stretto, poiché esprime sempre una classe sociale ben organizzata, noi ci riferiamo a lui, seppur col pronome singolare con un’accezione plurale. Egli appartiene a una particolare categoria sociale, possiede autorevolezza d’opinione e imprime in ogni affermazione un marchio vetusto di morale e universalità. Una persona in grado di porsi al disopra dell’elogio comune dell’individualità e spianare quindi la strada a controversie d’opinioni generali, come quelle politiche, sociali ed etiche, anteponendo al suo bene quello collettivo. Può sembrare strano, eppure, l’origine del nome “intellettuale” è molto giovane: risale ai primi del novecento e con esso si cercava di riprendere e affermare quei temi di conoscenza e dell’uso dell’intelletto, che nell’età dei Lumi avevano affermato la loro preminenza in modo violento, nei confronti della centralità teologica. Eppure, verso questa figura, immensa nella sua nobiltà d’animo, non ci sentiamo a nostro agio. Oggi la parola stessa, trascina con sé al solo pronunciarla un’imprecisa sensazione sgradevole. Non possiamo non pensare all’intellettuale senza un’accezione negativa e un innervante sentimento di biasimo. Ciò può essere tradotto col fatto che, l’intellettuale moderno ha smesso da tempo di combattere la guerra al nostro fianco, e ha preferito allearsi piuttosto con forze nuove, forze che avversano l’umanità e i suoi bisogni essenziali. Non sussiste tra intellettuali e popolo quello che Gramsci ipotizzava come la connessione sentimentale con il mondo, che secondo il filoso era alla base di un sano rapporto. Insomma la massa aveva sottovalutato gli intellettuali, almeno quanto questi avevano sottovalutato i poteri forti.

Colui che dovrebbe guidare, istruire e nei limiti ammonire le masse non assolve al suo compito, anzi, deraglia i percorsi formativi, ne deprava i gusti e i costumi, contraffà le concretezze storiche e materiali. In questo conteso la sua figura assurge sempre più a mera statuina di latta, a manichino volubile e alle dipendenze dei vezzi e delle voglie scellerate del potente di turno. L’intellettuale oggi, come i politici, più del consenso ha perso il rispetto e la fiducia della gente. Dovremo gridare al tradimento? Senza tirare in ballo il Benigni o il Saviano di turno, potremmo tracciare un ritratto verosimilmente grottesco dell’intellettuale senza trattenerci dal ridere un po’ alle sue spalle. Asservente indefesso al politicante di passaggio nell’intento di realizzare folli progetti che mirano in buona parte alla disgregazione dell’anima umana, ne supporta idee infelici e talvolta in antipodi con i suoi stessi ideali. Veste i comodi abiti di una comparsa in spot pubblicitari, fa sfoggio del suo sorriso sfolgorante, o di uno sguardo pieno di tirannica infelicità, nei talk show, sugli spalti della tribuna durante un comizio politico, o addirittura pubblicare un corposo e denso manuale contro il capitalismo e neoliberismo imperante nel mondo su Amazon. Da parecchio tempo si discute sulla decadenza degli intellettuali, sulla loro inutilità civica, un fenomeno di decadimento culturale su vasta scala, un fenomeno in contro corrente a quella che è l’apparente realtà sociale. Bauman, teorico della società liquida, nel suo lavoro La decadenza degli intellettuali dipinge un affresco meno ingiurioso in cui riconosce la trasformazione dell’intellettuale inteso come legislatore sociale e critico, una figura con il compito ingrato e poco lusinghiero di connettere e rendere comprensibili tradizioni differenti. Venendo a mancare la classe degli intellettuali, sono svaniti così i pochi riferimenti culturali, e di conseguenza, per quanto affermato prima, sono venuti a mancare i presupposti stessi affinché l’arte sussista. Quella del nostro tempo è arte, certamente, ma un’arte povera, esangue, un’arte che risente i colpi frustranti di queste trasformazioni bestiali. Non esterna più un disagio interiore, ma è essa stessa un’insofferenza mordace e caotica. L’emancipazione dell’arte, ha prodotto solamente l’effetto contrario. Non potrà mai esistere altra società più lontana dall’arte come questa, che in essa è immersa fino alla gola.

Zygmunt Bauman (1925/2017)

Zygmunt Bauman (1925/2017)

Così, privi di una bussola a cui chiedere direzioni, privi di un aiuto, eccoci a muovere i silenti e pesanti passi nell’eterna notte del nostro tempo. Piangenti, supplichiamo nuovamente i grandi maestri dei tempi andati, i quali ci guardano rattristati, rabbuiati. Non possono fare altro che indicare le loro opere. Hanno passato il testimone, e non possono osare più di quanto potremmo osare noi. Tuttavia, alcuni di loro, fissandoci con compassione, ci sussurrano all’orecchio stanco qualcosa. Una voce ci dice che ogni tentativo di comprendere il presente è vano, se non si ha coscienza piena del passato che lo ha definito. C’è qualcosa che per quanto abbiamo scavato, non siamo riusciti a trovare. Forse dovremmo rileggere e studiare con quella stessa accuratezza e severità che riserviamo ai moderni, le grandi opere della storia

Esiste, d’altro canto, la possibilità che questo studio si sposti nella zona di guerra opposta. Sono da notare infatti due derive perniciose in atto nel nostro novello secolo, e questo ci deve mettere in guardia dagli studiosi contemporanei e farci ponderare con cautela certe prese di posizione. La prima è riconducibile a quella che potremmo definire la mistificazione delle menti del passato. Questa pratica, di matrice borghese e diffusione popolare, consiste nel relegare alcuni degli artisti in quello che potremmo chiamare il Pantheon degli intoccabili: artisti il cui valore culturale, sociale e politico non può in alcun modo essere messo in discussione, a cui non è possibile muovere accuse riguardante il loro status morale. Queste personalità del passato, deificate, esaltate e mistificate all’eccesso, hanno conquistato l’immaginario collettivo, ed è stata data loro un’impostazione agiografica. Risultano pertanto divenuti incriticabili, incontestabili, incontrovertibili e le loro parole hanno lo stesso valore della Bibbia per un credente. La seconda, più subdola della prima, che potremmo definire come la tirannia della memoria. Infatti, v’è da rilevare nella nostra epoca una pratica malsana, una tendenza in voga negli ultimi tempi, che Costanzo Preve aveva giustamente e prontamente definito come religione, o culto della memoria, usata come arma impropria contro il presente, o come dice lo stesso filosofo, succedaneo della miseria del presente.

Costanzo Preve (1943/2013)

Costanzo Preve (1943/2013)

Vengono richiamate in auge alcune tragedie del passato, in modo spasmodico e ossessivo, per ricordarci con la falsa tranquillità di un aguzzino, che il male peggiore dell’umanità è ormai alle spalle e il nostro non può che essere il secolo del benessere e della fertilità sociale e del raggiungimento dello zenit morale. La classe dominante oggi, non avendo legittimazione, deve pertanto protrarre all’infinito e ritmicamente il mito del partigiano, il culto delle vittime di Auschwitz, la mistificazione del genocidio armeno, l’immigrazione negli Sati Uniti d’America, tanto per citarne alcuni, non con scopo pedagogico, come sarebbe d’uopo, al fine di evitare il ripetersi di tragedie simili, ma con un perfetto e capzioso scopo ideologico. Le tragedie del passato vengono adoperate in modo strumentale per legittimare in eterno le azioni della classe dominante: qualsiasi azione che effettivamente neghi certe leggi morali, s’innalza a vessillo di scongiuro dai traumi reconditi del passato, in altre parole viene giustificato e fatto apparire come atto necessario per il mantenimento di questa pace apparente.

La storia, come diceva Gramsci, insegna ma non ha scolari. Il culto della memoria ha permesso al sionismo di perpetrare i suoi crimini in medio oriente, agli U.S.A. l’installazione di basi militari in un’Europa che contro ogni logica si definisce democratica, le cosiddette missioni umanitarie, che di umanitario non hanno nulla se non il nome, o al finto moralismo. paradigma imperante della nostra società, l’accettazione del fenomeno dell’immigrazione di massa senza controllo e potremmo continuare così all’infinito. Che dire ad esempio del mantenimento illimitato dell’antifascismo in assenza di fascismo e dell’anticomunismo in assenza di comunismo? Eppure ogni giorno, il mondo globalizzato, ci ordina quasi tassativamente di prendere parte a questi riti espiatori, col solo scopo, potremmo aggiungere, di distrarre l’uomo moderno dal fatto che c’è un nuovo tipo di totalitarismo oggi, più feroce e violento di qualsiasi altra dittatura instauratasi fin’ora. Si tenta di sacralizzare il presente, di modo che il mondo attuale, seppur non perfetto, risulti l’unico e migliore possibile paragonato alle storture del passato, che non necessita di cambiamenti perché il massimo del delirio ideologico è stato già avversato e appare come un remoto e triste ricordo. Come ricorda sempre Preve:

“Una società priva di legittimazione etico-politica viene legittimata a posteriori attraverso la demonizzazione del passato.”

Sia chiaro, siamo favorevoli a mantenere la memoria storica, ma nelle sue funzioni pedagogiche, ossia funzionale a proposte innovative e concrete, a prese di posizione critiche verso il presente; insomma, a ogni sentimento progettuale volto a promuovere un superamento del presente. La memoria collettiva dimentica spesso le tribolazioni che l’affiggevano in tempi remoti, quando si presenta innanzi a loro la felicita promessa di una gioia imminente e il motivo per cui non progrediamo nella ricerca evapora innanzi ai nostri occhi.

Filippo Tommaso Marinetti - Stefania Lotti (1975)

Filippo Tommaso Marinetti – Stefania Lotti (1975)

Alla fine di questi ragionamenti, anziché avere le idee più chiare, sembra che il groviglio si sia ancor di ampliato. Cosa fare quindi? Dovremmo in questo assurdo scenario accontentarci della nostalgia verso il passato, stare a guardare e subire gli avvenimenti, aspettare con trepida diffidenza il futuro? E se l’arte esiste, può davvero salvarci? I grandi scrittori, i grandi artisti non si sono estinti del tutto. Essi sono presenti nella nostra epoca. Sono mimetizzati e conducono la loro battaglia solitaria fra la gente comune. Sono una minoranza rispetto al clero salmodiante, ma non per questo meno valorosi. Non riusciamo a vederli perché semplicemente cerchiamo nei luoghi sbagliati, ma soprattutto li cerchiamo con un’aspettativa che contrasta con la concreta realtà delle cose. Occorre in una certa misura riappropriarci con forza del nostro patrimonio storico, occorre organizzarsi e ripercorrere con tenacia le pagine nere della storia; occorre oggi più che mai rivolgere uno sguardo critico, pieno e onesto al passato, inteso come memoria storica, ossia elemento costitutivo di ogni individuo, quindi imprescindibile per tracciare una direttiva, unico strumento per comprendere il presente e meglio affrontare il futuro che, come la spada di Damocle, pende incombente sopra le nostre teste. Dobbiamo ricordare a noi stessi, che nei massimi momenti di splendore, l’umanità ha spesso toccato il fondo, prima di risollevarsi e riemergere con intensità maggiore.