Kandinskij vede nella forma, cioè nelle linee e nei colori, il mezzo più puro in grado di esprimere l’emozione e la necessità interiore che sono le condizioni preliminari di ogni opera d’arte, ed è per questo che un quadro astratto, ben lungi da non voler dire nulla, è comunque carico di senso. – Giuseppe Di Giacomo

Si è soliti sentire, anche in ambienti eterogenei tra loro, accuse pesanti contro l’arte moderna in generale e l’astrattismo in particolare. “Lo saprebbero fare anche i bambini”, “non è bello” o, il suo contrario, “che bello!” sono i pareri più comuni, dinnanzi ai quali, come direbbe Adorno, le opere d’arte ammutolirebbero. Del resto, cos’altro potrebbero fare, davanti a spettatori così tanto passivi da non capire che, l’arte va di pari passo con la società, forse addirittura anticipandola, e, quindi, mutando una muta anche l’altra? Ciò, tuttavia, non significa accettare la realtà così com’è, tutt’altro. Questa breve apologia fondata sulla Teoria Estetica di Theodor Adorno e sulla sua rielaborazione pratica da parte di Giuseppe di Giacomo, vuole affermare proprio il contrario: l’astrattismo è quel movimento, artistico e filosofico, in grado di evidenziare al meglio i problemi della modernità, in quanto la sua forma incarna il contenuto che vuole rappresentare, ovvero una società non conciliata, all’interno della quale non c’è più posto per la Bellezza, l’Eternità e il Senso, tratti caratteristici dell’arte tradizionale. Secondo Adorno, infatti, nelle opere d’arte veramente tali, la forma è “contenuto sedimentato”. L’esempio lampante in questo senso è portato da Samuel Beckett, il quale, lungi da dire il non senso che domina il proprio tempo, lo mostra, fondendo alla perfezione la modalità con il significato.

L’astrattismo, come evidenziato nell’ultimo libro di Di Giacomo, Fuori dagli schemi, non nasce per caso ad inizio secolo, quasi come fosse un’illuminazione, ma si pone come punto intermedio di un percorso iniziato nell’Ottocento da Édouard Manet e che continuerà fino a sfociare nell’Espressionismo astratto americano, in particolare nell’opera di Jackson Pollock. Inoltre, ci sono degli artisti che si sono sempre posti al limite dell’astrattismo, senza mai varcarlo totalmente, come Paul Klee e Picasso, entrambi di grande importanza per lo sviluppo dello stesso. Il primo elabora lo slogan che forse meglio definisce l’obiettivo artistico nella modernità: «l’arte non riproduce ciò che è visibile, essa rende visibile ciò che non sempre lo è”; il secondo, oltre ad aver destabilizzato come mai nessuno prima gli scenari artistici attraverso l’elaborazione del cubismo, con Guernica incarnerà successivamente l’idea adorniana espressa in precedenza, visto che una realtà distrutta (dalla guerra) è espressa attraverso una forma del tutto destrutturata.

In questo contesto, nel secondo decennio del secolo scorso, prendono le mosse i tre artisti astratti per eccellenza, quelli della cosiddetta avanguardia storica: Vasilij Kandinskij, Piet Mondrian e Kazimir Malevič, che rivoluzionano la scena artistica, rifiutando del tutto la necessità della dimensione imitativa. Tutti e tre, seppur con delle grandi differenze tra loro, hanno in comune il fatto di sostenere il proprio lavoro artistico, con degli scritti e delle idee filosofiche, che segnano la definitiva alleanza tra le due discipline e fanno dell’arte solamente una parte di una rivoluzione più ampia, così come evidenzia Lo spirituale nell’arte di Kandinskij. Quest’ultimo, metabolizzando perfettamente la lezione di Klee, elabora il “linguaggio delle forme e dei colori” e lo adatta al contenuto, visto che il compito dell’artista, come scrive lui stesso: «non è quello di dominare la forma, ma di adattare la forma al contenuto». Con Kandinskij “l’opera d’arte diventa soggetto” e così il quadro “lungi da non voler dire nulla – continua Di Giacomo – è comunque carico di senso”. Un senso (con la “s” minuscola, a differenza del Senso tradizionale) capace, come nel caso di Beckett e Picasso, non di accettare passivamente la modernità, non conciliata e vigente, ma di rimandare all’altro del dato, ovvero di far emergere la possibilità del possibile, che del resto è il contenuto di verità adorniano. Le Composizioni, in particolare la VI e la VII del pittore russo, con la loro esplosività, sembrano voler comunicare proprio questo.

Un discorso a parte meriterebbero Malevič, Mondrian, Pollock e tanti altri, ma, nell’impossibilità anche solo di impostarlo in uno spazio così ridotto, è preferibile fare una precisazione. Spesso, chi si scaglia contro l’Astrattismo lo fa in nome di un richiamo al passato e di un ritorno alla rappresentazione naturalistica, dove l’arte incarnava, come già precedentemente accennato, gli ideali di Bellezza, Senso ed Eternità, riflettendo la società nella quale veniva concepita. La verità è che, dal Novecento ad oggi, non c’è nulla di simile a cui appellarsi. Nulla che non sia stato già rappresentato. Quando Adorno moriva, nel 1969, si apriva una fase turbo-capitalista che continua ad esercitare il suo dominio anche nel presente segnando tra l’altro, attraverso correnti artistiche che hanno rifiutato la forma e dunque il contenuto, la simbiosi tra arte e mercato (da Andy Warhol sino a Jeff Koons e Damien Hirst). Di fatto, nell’era dell’industria culturale, dell’omologazione globale e dell’egemonia economica, non c’è alcuna conciliazione da mostrare ma solamente la sua possibilità, che corrisponde alla dimensione utopica di Adorno, secondo cui, i grandi artisti moderni, lungi da imitare grettamente il passato, hanno rinunciato alla bellezza per amore della bellezza, visto che: «Ogni coscienza inventariale del passato artistico è falsa. Solo a un’umanità liberata conciliata, l’arte del passato si darà forse un giorno senza ignominia, senza l’abietto rancore per l’arte contemporanea, come risarcimento ai morti». In attesa che la memoria riscatti tutte le possibilità non date (“come risarcimento ai morti”), l’arte astratta non cancella affatto l’arte tradizionale, ma la sostituisce prima della sua nuova ri-velazione.