«Non è la coscienza degli uomini che determina il loro (modo di) essere, ma all’opposto è il loro modo di essere sociale che determina la loro coscienza».
A. Gramsci, Quaderni dal carcere

Strano il destino di Antonio Gramsci. Egli fu, insieme a Giovanni Gentile e Benedetto Croce, il più grande filosofo del Novecento italiano.
Il suo nome è noto a tutti ma il suo pensiero sconosciuto ai più. Negli ultimi anni la sua figura è tornata ad essere di attualità, soprattutto in seguito alla ripubblicazione di Odio gli indifferenti, quello splendido articolo-manifesto programmatico in cui vengono gettate le basi del suo pensiero, che svilupperà più tardi nei Quaderni dal carcere.
I termini “società civile” e “società politica”, oggi molto di moda, nascono con lui. Così come il termine “egemonia culturale”, postulato fondamentale agli occhi dell’intellettuale sardo per realizzare una vera rivoluzione.

Per Gramsci “la presa del potere non si effettua soltanto con un’insurrezione politica che prende in mano lo Stato, ma con un lungo lavoro ideologico nella società civile che permette di preparare il terreno”. Il “passaggio al socialismo” dovrà avvenire quindi attraverso la sovversione degli spiriti, sottraendo l’egemonia culturale alla borghesia per sostituirla con quella proletaria. Tale egemonia va intesa come sintesi ed equilibrio variabile tra forza e consenso. Essa fu per Gramsci quella che per Lenin fu la dittatura del proletariato (Alain de Benoist).
Una egemonia che è però in odore di un certo totalitarismo… Gramsci è un comunista- non dimentichiamolo – mica un liberale, come una certa Sinistra ha voluto (opportunisticamente) far credere dopo la caduta del Muro. Si legge infatti nei Quaderni: “egemonia e consenso sono indistinguibili, la forza è consenso senz’altro: non si può distinguere la società politica dalla società civile: esiste solo lo Stato e naturalmente lo Stato-governo”. Per lui “ogni stato è una dittatura”. Per questo il compito degli intellettuali è quella di “vincere la guerra culturale”. E solo una volta conquistato il potere culturale, attraverso il consenso della società civile, che si arriva al dominio politico. Un dominio gestito dal PCd’I, il Moderno Principe: una sorta di “intellettuale collettivo”.

Nelle migliaia di pagine che compongono la sua opera viene tratteggiata la filosofia della praxis. Una filosofia “che si basa tutta sull’azione concreta dell’uomo che per le sue necessità storiche opera e trasforma la realtà”.
Il filosofo Diego Fusaro ha notato – contrariamente a quanto si crede – come il pensiero di Gramsci sia più influenzato da Gentile che da Croce. Una sorta di gentiliano inconsapevole.
Se Gentile fu l’Hegel italiano Gramsci è il nostro Marx.
Nell’attualismo gentiliano “il pensiero è azione”- l’atto in sé e per sé . E dagli stessi presupposti sembra partire la filosofia della prassi del filosofo sardo. Essa però – a differenza di Gentile – si deve evolvere in una sorta di azione concreta che, necessariamente, deve conseguire al pensiero formulato, coerentemente. E la coerenza, difatti, è uno dei tratti che più contraddistinguono il teorico del “potere culturale”. La sua vita lo dimostra.
Dove in Gentile vi è il pensiero in Gramsci vi è la teoria. E dove nel primo troviamo l’azione nel secondo troviamo la prassi.
A ragione di quanto detto, Gramsci nei suoi Quaderni tiene a specificare che la sua è la «Filosofia dell’atto (praxis), ma non dell’”atto puro”».
Amante della letteratura russa, scelse come moglie e madre dei suoi figli una donna della terra di Tolstoj: Julca. Possiamo forse ritrovare anche qui una prova concreta della sua praxis filosofica?

Oltre all’odio che Gramsci nutriva per quella sottile malattia morale che è l’indifferenza (a cui contrapporre l’azione concreta delle masse nella società), fondamentali per comprendere il suo pensiero sono anche lo studio della Storia, soprattutto quella italiana.
Gramsci, come comunista è anomalo, un unicum.  Più che alla dimensione internazionalista (tipica del pensiero marxista) mira a quella nazionale. Non per niente il termine “nazional-popolare” porta il suo marchio. Per realizzare una rivoluzione  “occorre fare ‘un’accurata ricognizione di carattere nazionale’ e da lì agire: per questo è centrale nei Quaderni lo studio della dimensione nazional-popolare, cioè dei costumi, delle tradizioni e della cultura d’Italia” (Diego Fusaro).
Una sorta di “Rivoluzione in un solo stato” – di leniniana memoria – pare l’unica possibile per uno smarcamento del proletariato nei confronti del dominio della borghesia italiana (da qui lo spirito di scissione). E affinché si verifichi un cambiamento “molecolare” della società, bisogna partire dalla conoscenza del terreno, della fisionomia della nazione, studiandone la Storia e la Letteratura. In questo consiste il “complesso lavoro ideologico” di cui parla nella sua opera.
Per Gramsci la Storia è passione, maestra di vita che non ha allievi.

Egli ha lasciato in eredità alle generazioni future l’esempio della sua vita, la forza del suo pensiero, per lo sviluppo di un futuro migliore in cui non ripetere gli errori del passato, imparando dalla Storia.
Incarcerato per le sue idee morì difendendole coraggiosamente, rimanendo fedele a se stesso. Mussolini, suo principale carceriere, gli riconobbe il coraggio dimostrato nel rifiutare la grazia in cambio di una sua rinuncia all’attività politica, e per questo lo rispettò sempre.
Antonio Gramsci fu, insieme a Giovanni Gentile, il filosofo del Novecento italiano che arrivò a pagare con la vita il coraggio e la coerenza delle sue idee. Per esse si batté a più riprese, fuori e dentro il carcere, per non barattarle in cambio della libertà, ma – anzi – proprio in nome della libertà. Il suo coraggio è innegabile.
Escluso dal presente, studiò il passato e scrisse per il futuro. Un futuro che è il nostro.
Come ereditare quindi il suo pensiero?

Ci avvaliamo delle conclusioni che Diego Fusaro trae nel suo saggio Antonio Gramsci. La passione di essere nel mondo.
L’autore ricorda che Nino (soprannome per parenti e amici), in una lettera alla cognata Tania, racconta – forse alludendo alla sua condizione personale – della rosa di cui aveva iniziato a prendersi cura in carcere:
«La rosa ha preso una terribile insolazione: tutte le foglie e le parti sono bruciate e carbonizzate; ha un aspetto desolato e triste, ma caccia fuori nuovamente le gemme. Non è morta, almeno fin’ora».
Prendiamoci quindi cura di questa rosa, “la rosa dell’ideale”. Affinché non muoia e possa continuare a fiorire nel nostro giardino. E non divenire cenere… Le ceneri di Gramsci.
Che da esse possa risorgere una nuova fenice.