di Matteo Mollisi

La storia del pensiero è storia di generalizzazioni; il percorso dell’uomo che riflette su se stesso è il trionfo dell’universale sul particolare. Uno dietro l’altro, i tentativi di incasellare l’individuo entro i contorni ben definiti di gruppi, categorie, insiemi di enti riconducibili a un’unica definizione, o ancora meglio, ad una sola parola, scandiscono la Storia. Categorie ideologiche, filosofiche, antropologiche, sociali, politiche, storiche: ogni disciplina che riguardi l’uomo è suddivisibile in periodi, in correnti ben definite, in perpetuo dialogo reciproco, grandi blocchi ai quali ogni caso va ricondotto. Che si parli di destra e sinistra, di nazionalismo e internazionalismo, di strutturalismo, esistenzialismo, pragmatismo, nichilismo, poco importa. Questa è la costante: il ricondurre l’uno ai molti, e fare dei molti uno; rintracciare il filo conduttore nascosto che avvinghia masse di uomini come eserciti, al servizio di strutture interpretative predefinite. Questo è il modo in cui l’uomo ha preferito e preferisce pensarsi.

Alienazione è un termine tanto noto quanto semplice, perfettamente icastico nella sua essenziale espressività: alienus, in latino, è lo straniero, l’estraneo, l’altro. Nel descrivere le dinamiche alle quali l’uomo è soggetto, alienazione si è imposto come uno dei termini più funzionali, più adoperabili. Un utensile perfetto nelle mani e negli scritti dei pensatori moderni, quasi consunto dal largo uso che dalla sinistra hegeliana alla psicanalisi post-freudiana ne è stato fatto.
Ogni alienazione descrive una dinamica di questo tipo: l’uomo è in parte altro da sé, estranea parte di sé, si dà a qualcosa di altro, che sia la brama di possesso del contesto capitalista o un Dio-proiezione, o qualsiasi cosa che non sia propriamente lui, che ricada al di fuori della sfera del suo essere: l’uomo si trova ad essere, per vari motivi, alienus.

La dinamica descritta dall’alienazione presuppone una controparte, una dimensione autentica dell’essere dell’uomo, dimensione che contrapponendosi all’essere alienus impone come obiettivo quello di emanciparsi da ciò a cui l’uomo si dà, e di ritornare in se stesso, nei confini della sua essenza di uomo.
Eppure è proprio nell’estrema verità dell’alienazione che sta la sua grande menzogna: credere che il proprium dell’uomo sia in se stesso, che rientri nelle pareti del suo essere più autentico. La contrapposizione di un essere puro, o proprio, all’essere alienato, è la contrapposizione di una dimensione ideale alla reale struttura dei fatti dell’uomo, messa in evidenza dalla dilagante e multiforme denuncia dell’alienazione stessa: l’uomo è alienus, ma lo è in realtà per sua stessa natura; l’uomo tende a darsi ad altro, a espropriarsi, e la peculiarità dell’uomo sta dall’altra parte rispetto a ciò che Marx e colleghi hanno sostenuto: il proprium dell’uomo è un proprium altrui, fatto tanto paradossale quanto reale. L’uomo è uno spazio semivuoto che non si riempie in se stesso, è volontà che tende a oggettivarsi al di fuori di sé, a decentrarsi rispetto al baricentro dell’Io, e l’alienazione viene ad esserne la lacerazione essenziale, il fondamento instabile.

Si vada ora ad intersecare le due costanti: l’uomo che si riconosce alienato e l’uomo che si descrive riconducendosi ad un insieme. Potremmo vederci i due strati dell’intrinseca alienazione umana: l’essere altro dell’uomo inconsapevole, alienarsi quotidiano e costante, e l’essere altro dell’uomo consapevole, del pensatore che espropria il singolo della propria individualità, riconducendola al gruppo, all’universale, quasi meccanicamente. Il comune processo interpretativo del pensiero non è altro che l’immagine o la trasposizione della più intima dinamica umana, quella del darsi ad altro.
L’emancipazione comunemente intesa è quindi una falsa soluzione, poiché si fonda su premesse sbagliate, su una falsa concezione del rapporto tra alienazione e uomo. L’emancipato di Marx dallo sfruttamento del capitalista si riscatta nella comunità, l’emancipato di Feuerbach dalla religione riscopre il divino nel genere umano: ecco gli universali di cui sopra, le categorie, l’alienus che persiste, soltanto traslato da queste false emancipazioni.

Si sente spesso dire che l’individualismo è il grande male della società contemporanea, poiché sfocia nel perseguimento indiscriminato del proprio interesse, della propria libertà, e nella fomentazione di questo anelito comune di libertà annulla l’identità dell’individuo, confondendolo con la massa. Ma questo è un individualismo illusorio, anch’esso nient’altro che uno spostamento dell’oggettivazione della dinamica, dell’altro verso cui la struttura umana converge per natura. Esaltazione incondizionata della soggettività, relativismo estremo, libertà illusoria, perdita di valori: se questi aspetti costituiscono realmente la cifra dell’occidente contemporaneo, comunemente considerato come figlio del nichilismo e della degrazione dell’illuminismo (sempre generalizzando, e quindi forzando), non si può di certo parlare di individualismo, ma di conversione di un anelito comune dell’uomo contemporaneo in un nuovo tipo di alienazione. Lo pseudo-individualismo è la cifra della grande alienazione contemporanea.§L’individualismo viene così messo all’indice, tacciato di essere un problema. Sbagliato. L’individualismo, quello vero, non è un problema; è l’unica soluzione possibile. L’individualismo è scelta controcorrente per l’uomo alienato; è quasi contro natura, qualsiasi cosa significhi questa espressione. È una meta-emancipazione, quasi un trascendere l’umana essenza.

Alienazione, anche se non ci si pensa, è scendere a protestare per torti avvenuti dall’altra parte del mondo, è dare importanza al proprio voto come fosse linfa vitale, è dedicarsi all’interesse di un gruppo del quale si è un granello infinitamente piccolo, insignificante, e, parallelamente, dimenticare di protestare contro se stessi. Alienazione è avere la coscienza a posto per aver fatto la propria minuscola parte in un contesto universale e dispersivo, estremamente astratto, e accontentarsi inconsciamente di quella minuscola parte. Alienazione è subordinare il proprio interesse a qualcosa d’altro, è credersi parte di un tutto che ci ignora, o che forse non esiste, o esiste solo nella nostra coscienza che desidera appagamento.
Tutto questo è alienazione, ma nessuno sarà pronto ad ammetterlo, perché l’autentica emancipazione, come detto, è contro la natura umana. L’uomo è un alienus che vuole credersi libero ma non esserlo davvero, anche se non lo sa.