di Francesco Pietrobelli

Uno dei concetti che puntualmente si presenta nelle riflessioni sulla vita è, in tutte le sfumature che gli si possono dare, quello di felicità. Difficilmente un libro, articolo, saggio o altro che tratti dell’esistenza umana sorvola su questo termine, in quanto, seguendo il detto comune, ogni persona ricerca la felicità nel corso della sua vita. Purtroppo molto spesso all’oscuro di cosa essa sia. Come si potrebbe infatti definirla? Uno stato d’animo? La sensazione di euforia data dagli agenti chimici della nostra mente? Una particolare situazione? Inoltre è raggiungibile in questa vita o ogni qual volta che tentiamo di scorgerla, essa si pone al di là dell’orizzonte?

Si parta dal concetto che una persona afferma di essere felice nel momento in cui ciò che egli è, dunque la sua vita, corrisponde a ciò che egli vuole, ciò che ritiene essere la cosa migliore da fare in quel momento, tale che non desideri altro. Per spiegarsi meglio: ogni persona trascorre la propria esistenza in un determinato modo, passando giorno dopo giorno attraverso differenti situazioni. Ciascuna situazione è, si presenta in un determinato modo, scaturito da come noi, date le nostre capacità intellettive, abbiamo deciso di agire in conseguenza dell’ambiente che ci si è presentato di fronte. Tale modo in cui si presenta la situazione si può considerarlo come qualcosa che si voleva andasse così o meno. Se tutto andasse come si vuole, tendenzialmente si dice, allora sì che saremmo felici!

Tuttavia, come spesso si pensa, mai si avvera questo. Dato un modo in cui sono andate cose, si trova sempre un rimprovero possibile al proprio agire, oppure qualcosa di cui lamentarsi e che non dipendeva dalla persona, ma da ciò che la circondava. Dunque si può certamente tentare di cogliere la felicità, ma il target prefissato è comunque irraggiungibile o meglio ottenibile solo in parte. Una parte per molti considerata irrisoria rispetto a ciò che si vorrebbe. È un ragionamento dal carattere pessimista, che tende ad evidenziare le difficoltà della vita quotidiana, di come le cose non vadano nel verso giusto, e che in genere finisce col consigliare di rassegnarsi all’accadere degli eventi, ad accettare le cose così come stanno, nonostante l’amaro in bocca. Non solo: tale ragionamento è anche coraggioso. Coraggioso perché insostenibile.

In altri termini: ciascuna persona vuole la felicità, la quale si potrebbe definire come ciò che tale persona considera essere il massimo bene possibile per lei. Data una situazione e data una persona con delle specifiche abilità e competenze, essa agirà nel migliore dei modi che ritiene possibile ragionando sulla situazione presentatagli. Il suo modo di agire è necessariamente, inevitabilmente uno e uno soltanto, date le condizioni sopracitate. E tale modo è anche il migliore possibile, in quanto quella persona, avendo di fronte una determinata realtà, ha dato il meglio di sé, il meglio che le sue facoltà permettevano. Altro non poteva avvenire. Qualcosa di peggiore dell’azione fatta ovviamente no, in quanto le abilità della persona gli permettevano di evitarlo, ma neppure un comportamento migliore, in quanto per potersi dare avrebbero dovuto presentarsi condizioni migliori, che data quella situazione non c’erano. Ottenuta questa consapevolezza, la felicità è molto più vicina di quanto si pensi, in quanto si saprà che meglio di come è andato non era punto possibile. Che in quella situazione quella determinata persona non poteva agire in maniera migliore di quanto non abbia fatto. Ecco dunque che è possibile desiderare che in futuro le cose possano andare ancora meglio, sperando in condizioni più favorevoli e maggiori capacità riflessive, ma non ha più senso affermare che come sono andate le cose non va bene, non si può accettare, in quanto meglio di come sono avvenute non poteva andare. Gli avvenimenti del passato sono il massimo bene che era ottenibile e che è stato raggiunto.

Perde così senso la famosa frase “se solo fossi Dio e potessi fare quel che mi pare”. In quanto qualsiasi persona, immersa nella sua realtà, non ha né le condizioni esterne né le facoltà di essere Dio. Ci si può certamente immaginare di esserlo e così sentirsi tristi per la propria debolezza. Ma essere Dio non si può punto esserlo. Quella determinata persona che diventa Dio è solo un insieme di parole che non ha senso, non la situazione migliore possibile. Quest’ultima invece è quella persona che, date le relazioni con la realtà che la circonda, compie il meglio che tali relazioni le consentono. La felicità in fondo non è così lontana quanto si pensa. Basta avere consapevolezza.