Il nuovo personaggio in grado di far scattare gli allarmi generali a Washington e Bruxelles è Rumen Radev, da poche settimane designato come candidato socialista alle elezioni presidenziali che si terranno in Bulgaria il 6 novembre. Ex pilota di MiG-29, Radev è entrato nella rosa dei candidati dopo diversi viaggi che i leader del partito socialista hanno intrapreso alla volta di Mosca, tanto che diverse testate internazionali credono che lo stesso Putin abbia avuto voce in capitolo per quanto riguarda la candidatura del membro del partito socialista.

A Washington e Bruxelles i nostri funzionari guardano con preoccupazione alla Bulgaria per diverse ragioni. La prima, è che riconoscono che con ogni probabilità l’attuale Presidente in carica e pro-Europa, Rosen Plevneliev, non riuscirà a consolidare la sua posizione nelle prossime elezioni. La Bulgaria non fa parte di quei paesi (come quelli dell’antico Patto di Varsavia) che provano un forte risentimento verso la Russia, si consideri la Polonia, perché in un certo grado nella tradizione popolare i russi vengono ancora visti come i liberatori dal cancro dei turchi nel 1878. Perciò, quando Plevneliev questo giugno parlò al Parlamento europeo di Strasburgo indicando l’invasione della Crimea come un “pericoloso precedente” e la Russia come “il peggior pericolo per la sicurezza dei valori fondanti dell’Unione europea”, si può dire che è come se si fosse scavato la fossa con le sue mani. Lo stesso ambasciatore bulgaro d’istanza a Mosca disse subito: “Le affermazioni del Presidente hanno fatto arrabbiare molti. Non solo il Cremlino e i cittadini russi, ma anche molti russofili che vivono in Bulgaria.” In Bulgaria la retorica pro-europeista non paga, e Plevneliev lo capirà alle prossime elezioni quando dovrà seppellire la sua carica (almeno aveva già la fossa pronta). La seconda ragione che provoca i timori di Europa e Stati Uniti è da ricercare nel ruolo della Russia di Vladimir Putin, che dal Medio Oriente fino alla Cina è stata in grado di tessere ottimi rapporti a discapito del rivale a stelle e striscie: se dal 6 novembre in Bulgaria regnasse un Presidente con tendenze più a est che ad ovest la Russia potrebbe avvalersi di un ottimo alleato da poter usare come ‘stato cuscinetto’ da frapporre tra lei e gli schieramenti europei-americani. Se poi si considera che la Bulgaria fa anche parte della NATO la questione si complica. Soprattutto perché, pur facendo parte della NATO, compra ancora gli armamenti militari dalla Russia.

In questa cornice sono arrivati puntuali i moniti dagli Stati Uniti, per primo dal Segretario di Difesa Ash Carter, che dall’altra parte dell’Oceano ha tuonato: “La Russia non deve interferire con i processi democratici dei paesi occidentali.” Il bue che dice cornuto all’asino, come di consueto. Ma le parole del candidato socialista Radev trasmesse all’autoctona Radio Darik non sembrano presentare nient’altro se non la realtà dei fatti: “E’ ora che la Bulgaria cominci ad avere una politica estera indipendente. Dobbiamo perseguire i nostri obiettivi, cosa che non abbiamo fatto mettendoci in contrasto con la Russia.” Per ora, comunque, la maggioranza degli esperti è convinta che sarà il candidato del partito di destra (GERB) a vincere le elezioni presidenziali; anche se, di fatto, non è stato ancora designato alcun candidato per il loro partito. Per questa ragione si stanno diffondendo diverse teorie in Bulgaria e non solo, tra le quali la più accreditata vorrebbe che l’attuale primo ministro Boyko Borisov, ex pompiere ed ex guardia del corpo, sia d’accordo con i potenti oligarghi bulgari legati alla Russia per far prevalere il candidato del partito socialista Rumen Radev. A differenza di altri paesi, in Bulgaria il ruolo di Presidente non si riduce a mera ‘figura metafora dell’unità nazionale’. Il Presidente è il comandante delle forze armate, designa i più alti funzionari del settore legislativo e di quello inerente alla sicurezza, e definisce de facto i governi da considerare nemici o alleati. Cosa che fece Plevneliev quando nel 2014 inserì la Russia nella lista dei paesi avversi. Il Cremlino difatti sta ancora rivendicando il fallimento della costruzione del gasdotto South Stream, che sarebbe dovuto passare sotto il Mar Nero: progetto fallito soprattutto a causa delle pressioni di Bruxelles. Alla Russia, però, serve una Bulgaria amica, che provi così l’ennesimo fallimento del modello occidentale. Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane, fino alla prima di novembre.