É una lista lunga di morti. E i morti si colorano sempre di nero. Che sia il colore della pelle, di una divisa militare con una bandiera, o di un liquido prezioso, il nero non rappresenta mai qualcosa di positivo. Negli Stati Uniti, il nero macchia i reports delle stazioni di polizia, una lunga lista di afro-americani, o “niggers” ammazzati dagli agenti bianchi per episodi di criminalità quotidiana. Spesso i criminali “niggers” colti in fragranza di reato per piccoli furti, non hanno la fortuna di essere catturati e condannati con regolare processo, come dovrebbe avvenire in una democrazia sviluppata come l’America, ma incontrano la morte nel luogo dove hanno commesso il reato, come l’esempio di Kajieme Powell, di S.Louis, nel Missuori, ucciso per aver rubato un pacco di ciambelle, o Michael Brown, diciottenne, sempre del Missuori, ucciso perchè sospettato di aver commesso un furto in un negozio, senza avere nessuna arma con sè. E la lista è molto lunga, che non inizia da questi episodi recenti, ma da due secoli di violenza indiscrimanata contro la comunità afro-americana. Le vittime di Ferguson, di Baltimora, di Cleveland, di North Charleston, dei sobborghi di Chicago, e le vittime della reazione, ovvero gli agenti di polizia (bianchi) uccisi a Dallas, non hanno il colore del bianco e del nero, ma il colore di una palude salmastra dove crescono e si consolidano i tentacoli avvelenati del razionalismo violento della cultura americana.

Pier Paolo Pasolini scrisse in una sua poesia: “vorrei che la violenza della ragione conoscesse l’umiltà dell’odio e della rabbia” (1964). Perchè nei morti afro-americani non c’è nè odio nè rabbia, ma una violenza insita nel dna della società americana, dalle sue origini nell’espansione del west e nel genocidio degli indiani d’america, il primo genocidio della storia degli Stati Uniti, che ne seguiranno altri. Gli Stati Uniti D’America hanno un vuoto incolmabile; l’assenza di una storia culturale e di un’identità etnica. Un popolo senza etnia può definirsi popolo? La civiltà americana è una chimera, un mostro artificiale formato con parti del corpo da animali diversi, fondata da ex-galeotti inglesi, olandesi, emarginati da varie zone d’europa, in cerca di una nuova vita oltreoceano. Gli Stati Uniti sono figli della sovrappopolazione europea nell’era della massima espansione dell’economia di mercato verso la fine del XVIII secolo e gli inizi del XIV secolo, di cui diverrà destinazione finale del mercato degli schiavi africani, diventando la patria di un secondo genocidio americano che si consumerà nei campi di cotone e nelle piantagioni agricole, fino ai morti “niggers” nelle metropoli odierne.

La civiltà americana è un esperimento sociologico di assimilazionismo orgiastico forzato di diverse culture. La politica assimilazionista delle minoranze etniche si basava prima sull’Anglo-Conformity, l’uniformazione dei nuovi immigrati ai modelli culturali WASP (Bianchi-Anglosassoni-Protestanti), e poi come melting pot, la fusione di tante nazionalità in unica nazione e in un unica identità (Gordon, 1964). La società americana è fondata sul razzismo istituzionale, e dalla superiorità dell’uomo bianco sull’uomo nero (ma anche meticcio e giallo). Il razzismo istituzionale è un sistema di diseguaglianze basata sulla diversa appartenenza razziale da parte delle istituzioni (Murji & Solomos, 2005). Un esempio è la criminalizzazione mediatica verso i migranti, che avviene anche in Europa. Il razzismo istituzionale è prettamente focalizzato sulla razza, non sull’etnia, due termini in cui facilmente si tende a creare una confusione concettuale. La sociologia americana, a differenza di quella europea, definisce come gruppi etnici quelli che si distinguono per i criteri razziali e religiosi invece di quelli etno-culturali. Quindi sono raggruppati sotto la categoria di gruppo etnico i Neri, gli Ebrei, i Musulmani, gli Irlandesi, i Latinos, i Gialli. Orlando Patterson (1997) sostiene che il fondamento dell’ideologia razziale americana è nel sistema binario delle categorie bianco e nero, e nel non riconoscimento di altre categorie come i “mixed races” (i meticci), provocando conseguenze negative per l’integrazione nella società. Se il concetto di razza come differenziazione biologica sparisse come stereotipo nell’immaginario collettivo, cadrebbe il sistema binario razziale, e rimarrebbero le differenze culturali, il primato dell’etnia sulla razza.

Omi e Winant sviluppano la teoria della Formazione Razziale (1986), per descrivere una società americana basata su una struttura sociale razziale che influisce nella vita quotidiana. Un tipo di etichetta razziale che opera nella vita di ogni giorno, diventando un egemonia culturale, di “common sense”, per comprendere il mondo esterno. Quindi, per Omi e Winant, le preferenze musicali, sessuali, gli usi, i costumi, le inflessioni linguistiche, sono associati al concetto di razza. Il colore della pelle influisce sulle caratterisiche intellettuali e nei rapporti sociali. Da qui partorisce il “common sense” del “nigger” propenso a compiere atti criminali. Il “common sense” comporta inevitabilmente delle implicazioni politiche sulla questione dell’integrazione delle minoranze etniche. I due sociologi, con la loro teoria, invitano all’azione contro il “common sense” imposto dalla cultura razziale egemone negli Stati Uniti. Le politiche sociali dirette alla lotta alle discriminazioni razziali non hanno mai raggiunto risultati efficaci. Il razzismo è una tara cognitiva che andrebbe contrasta con metodi psichiatrici; inserire il razzismo nei manuali di psichiatria e salute mentale. Essendo una devianza, e come tutte le devianze, esse sono presenti nella natura umana, il razzismo è impossibile da eliminare, ma lo si può indebolire. Ed è una lotta ardua se l’intolleranza verso “l’altro” è consolidato nella politica e nelle istituzioni. E la violenza non è una soluzione. La violenza porta maggiore violenza, e il potere ne beneficia.

Come dice Mario De Santis in una sua poesia: “…bisogna fare vuoto alla violenza…” (2015).

Karim Murji, John Solomos (2005) Racialization: Studies in Theory and Practice, Oxford University Press
Mario De Santis (2015) Sciami, Ladolfi Editore
Milton Myron Gordon (1964) Assimilation in American life: the role of race, religion, and national origins. New York, Oxford University Press.
Orlando Patterson (1997) The Paradoxes of Integration, In Craig J. Calhoun (ed.), Contemporary Sociological Theory (2007) Blackwell Pub. 2–346
Omi, Michael; Winant, Howard (1986), Racial Formation in the United States (1st ed.), New York: Routledge.
Pier Paolo Pasolini (1964) Poesia in forma di rosa, Garzanti